Egreen, esce “NICOLÁS”: «Nella vita e nella musica bisogna saper lasciar andare»

Per un album come questo bisogna essere preparati. E quando l’insegnante non è altro che la vita, per il rapper italo-colombiano la lezione è stata la più dura e importante di tutte
Egreen. Foto ufficio stampa
Egreen. Foto ufficio stampa

Pensavo di trovarlo teso, Egreen, quando si apre su di lui l’inquadratura di Zoom per l’intervista che stiamo per iniziare. Invece no: sorride, Nicholas Fantini, classe ’84, quasi ignaro – forse – dell’effetto che il suo nuovo album, Nicolás, avrà sul pubblico da oggi, 25 febbraio. Ascoltare in anteprima l’ultima fatica di uno dei veterani dell’hip hop italiano con oltre venti dischi alle spalle spetta a me, e – oltre l’onore nel farlo – posso assicurare che è stata un’esperienza da cui è difficile riuscire a non uscirne provati.


Il perché lo si è capito già da Incubi, il lungo singolo di anticipazione che ha sfondato nuovamente tutte le porte che Egreen aveva chiuso, o quasi, rientrando a gamba tesa nel suo passato. Che non è sfuggito, dopo Fine primo tempo (pubblicato per Sony nel 2020) a un riesame lungo, sfociato in uno sfogo di dieci minuti che introduce un progetto, per l’artista, altrettanto ineluttabile.


Il rapper italo-colombiano dà vita a quindici tracce, a metà fra cielo e terra, dove ascoltiamo i pensieri più profondi e intimi, le vicende personali e familiari, le perdite, l’amore, il bisogno di trovare la pace di Egreen. O meglio di Nicolás, così come recita il titolo, che scrive tutto in un diario finora tenuto al sicuro, dentro il suo cuore. Affiancato da una rosa di producer che hanno scelto di accompagnarlo in questo viaggio (DJ Shocca, Big Joe, Zonta, Seife, Wokem Bemo, Neazy Nez e Cope), nella rotta reale e mentale tra Milano e Bogotà, Egreen rappa nel modo più pacato possibile, una veste inedita per la cifra stilistica che da sempre conosciamo. Perché non c’è più bisogno di urlare. Non abbiamo davanti la stessa persona di Beats & Hate. La “fame” di prima è cambiata.

In Nicolás scopriremo che la sofferenza e le paure, il dolore e le circostanze della vita a volte sono così potenti da creare quasi da sole, in maniera meccanica, l’arte che le racconta. Un po’ come è successo al rapper, in un lavoro che al momento non è tanto il più complesso e maturo della sua carriera, quanto il più importante per se stesso.

Egreen. Foto ufficio stampa

Nicolás. Il tuo nuovo album ha un titolo che parla da sé. Nicholas, non Egreen, che parla e lo fa come mai prima d’ora, raccontando situazioni forti, che lo hanno segnato. Dici anche che volevi smettere di rappare ma alla fine sei qui. Cosa ti ha dato la forza per non abbandonare la musica in un momento così difficile?

So che sembra strano, ma la risposta è estremamente semplice. Nonostante io sia incredibilmente irrisolto, procrastinatore, una persona che non ha basato la propria vita sul rispettare delle scadenze, non c’è cosa che mi dia più fastidio dell’avere delle strumentali su cui mi sono prefissato di scrivere, e non concluderle! Quando mi sono reso conto, a bocce ferme, che a livello di suono c’erano i presupposti per una certa coesione, allora in maniera quasi accademica mi sono detto “vediamo cosa ne esce”. La risposta è quindi più lucida che astratta. Anche se sono incasinato nel DNA, tutto questo è stato frutto di un approccio lavorativo. Avevo le basi già nell’hard disk, per tanti motivi ero più tranquillo e ho potuto rimettere ordine a quello che avevo in mano.

In Incubi abbiamo avuto un’anticipazione del fatto che la tua nuova musica non sarebbe stata la stessa di prima, perché hai voluto ripercorrere non solo i tuoi ultimi due anni, ma anche tutto il tuo percorso passato, con molti dettagli. Perché solo ora ti liberi di alcuni fantasmi? 

Credo di essere arrivato a un punto in cui non ho avuto più niente da perdere. Ho toccato varie volte il fondo con le sostanze, con l’alcool, e con la “vita veloce”, per citare Guè. Qui è stato toccare un fondo ancora più profondo, spiritualmente, mentalmente, moralmente, eticamente, emotivamente. Nel disco, specie con la title track, io chiudo un po’ il cerchio della mia storia. Non troppo allucinante rispetto ad altri, ma ho avuto delle cose personali irrisolte legate alla mia famiglia. Tornando alle origini e ritrovandomi nel posto in cui sono nato (Bogotà, ndr) e con quelle energie, confrontandomi con dei miei parenti e vivendomi tutto diversamente, la vita mi ha obbligato a guardarmi allo specchio, senza alternativa.

E poi il 51% di Incubi era uno scarto di Entropia 3. E dico 51% perché metà delle cose di cui ho parlato all’epoca non erano ancora successe. Era scritto diversamente, ma l’ho reso un pezzo di cui potrò andare fiero per i prossimi cinquant’anni. È stranissimo come sembri destino che sia stato accantonato per poi tornare ora.

Egreen: «Ci sono temi come l’amore, la salute mentale, le tendenze suicide, che bisogna stare attenti a maneggiare»

Hai detto che il disco è un lavoro pesante, ma che ti serviva. È pieno di sofferenza, ma è una cosa che tu hai fatto per necessità, come un’autoterapia. Pensi di aver trovato la pace, o c’è ancora qualcosa in sospeso secondo te, che ci sarà modo e tempo per raccontare?

Diciamo che sono molto bravo a crearmi dei problemi! E quindi di benzina emotiva, di disagio, temo che ce ne sarà sempre. Una cosa che non mi piace (e con questo si pensa spesso che io punti il dito al mainstream, ma succede ovunque) è rendere la mia cifra stilistica una merce emotiva, per cui lo svuotarsi in una certa maniera, a un certo punto perde la magia e diventa una merda. Secondo me ci sono temi, che sono le relazioni con le donne, le relazioni sentimentali, l’amore, la salute mentale, le tendenze suicide, che bisogna stare attenti a maneggiare. E questo appunto avviene ovunque, c’è tanta gente che ci marcia sopra a questa narrativa.

Perché te lo dico? Io mai potrei fare una copia di 4 secondi, o di 26 dicembre, o Il grande freddo, o Sulle spalle dei giganti. Sono pezzi unici, da prendere con le pinze. L’unica cosa che so per certo è che, al di fuori del lato creativo e intellettuale, non so quanta voglia io abbia in futuro di star dietro a una macchina come quella di un disco ufficiale, né coi soldi degli altri, né con i miei. Ora sono sereno, più di quello che sto facendo io stesso a 360° su questo album non potrei fare. Ma soprattutto so che sotto Incubi c’è un disco solido. Non che avrà successo, ma un disco in cui non mi vergogno di aver impresso delle cose importanti.

Tra l’altro, cito, “L’ultimo Lord of Vetra torna a Milano da indipendente”. Hai fatto questa scelta rispetto a Fine primo tempo per un motivo preciso?

Ho preso questa decisione per due macromotivi: il primo è che sono stato letteralmente trucidato fiscalmente per aver gestito male, io, i miei ingressi. Quindi anche qui la necessità è molto più pratica di quello che possa sembrare. Mi sono ritrovato in una situazione di bancarotta e l’idea di ricevere dieci euro di anticipo e fatturarli è una cosa che non potevo più permettermi di fare. Il secondo motivo è che mi sono trovato spesso in situazioni in cui ognuno ha un suo parere o un’opinione. Ma a questo giro mi farebbe piacere essere l’unica persona colpevole o meritevole di come vanno le cose. Ho deciso tutto io, e per fortuna ho lavorato con delle persone che hanno creduto ancora nel progetto. Però ho avuto l’esigenza di tagliare la burocrazia, gli intermediari.

Tornando a Nicolás: trovo alcune differenze tra l’Egreen di oggi e quello di un tempo. Dici infatti: “In questo disco parlo piano a te, senza urlare alla massa”. Questo significa che tracci una linea di demarcazione ben precisa con tutti i tuoi album precedenti? Prima ti sembrava di dover per forza mandare un messaggio a qualcuno, e ora invece a te stesso?

A me stesso, o a te, che ti sei sentita il disco. Esatto. Proprio stamattina mi sono detto: è proprio vero che stai invecchiando. Sono un overthinker paranoico, e siccome penso troppo, mi sono reso conto di non avere più quell’esigenza di dover “make a point, make a statement”. Una cosa che aveva fortemente caratterizzato la mia cifra stilistica in dischi che, sincero, ora non riesco più a sentire. Mi piace molto che tu mi abbia citato questa mezza barra perché questo concetto poi lo ripeto anche in altri brani, ma le cose che ho ripetuto nel disco erano per dare anche un messaggio subliminale. E infatti non sento più quel bisogno, anche in un contenitore importante come un disco ufficiale. Potrei non avere lo stesso approccio in un altro tipo di disco, ma questa è una linea che sì, marca l’esigenza che avevo di smettere di “urlare”.

Egreen: «La realness è avere il controllo su quello che voglio dire»

Una cosa su cui mi fai riflettere dicendo questo: molti grandi del rap sono usciti con dischi in cui comunicano tutti una consapevolezza maggiore. L’intimità di Guè, i Dubbi di Marracash, il Flop di Salmo, il Virus di Noyz. Ognuno mi sembra vicino al bisogno di parlare di ciò che gli fa paura, non facendo più a gara ad essere il migliore nel gioco, per intenderci. È questo essere “real” nella tua generazione di artisti?

No, ma credo che sia una questione di avere la coscienza pulita. Si parla di cinque persone – me compreso – delle quali so che c’è stato un percorso gigantesco, fortemente legato a delle realtà sottoculturali. Noyz a Roma, Salmo che proviene dalla situazione allucinante della Sardegna in cui già era difficile nei 2000. Si parla di persone con una solidità di background talmente forte, che a un certo punto è mancata l’esigenza di marcare il concetto di realness. Perché, ognuno con i propri fantasmi e problemi, arriviamo davvero tutti dalla merda.

E non c’entra l’estrazione sociale, c’entra che da quando hai 15-16 anni ti butti in pasto a delle situazioni che ti traghettano verso chi diventerai. È questione di quanto si è stati dietro ai propri istinti e a cosa succede, dopo averne passate di ogni. La realness è uno statement fra le righe in cui, fatto quello che dovevo fare, so che ora ho il controllo su quello che voglio dire.

Egreen. Foto ufficio stampa

E quindi ora puoi permetterti anche un disco come questo.

È meno spocchioso il modo in cui lo dici te, lo sembrerebbe se lo dicessi io, ma è un disco a cui ci devi poter arrivare affinché sia credibile e appunto, real.

Se l’avessi fatto due o tre dischi fa non avrebbe avuto lo stesso peso, infatti.

Aggiungo una cosa che fa molto ridere: Shocca mi ha detto che se Incubi fosse uscito due anni fa avrei fatto la figura del boomer. Non mi aspettavo che la gente reagisse così oggi. L’unico motivo per cui abbiamo scelto quello come singolo è stato perché avevamo un pezzo da dieci minuti che volevamo valorizzare così. E anche qui, discorso iper-pratico, la gente mi sta scrivendo cose che non mi scriveva da tanto tempo, almeno dieci anni. Per me questo disco è fisiologico.

E infatti alla fine è stata la chiusura di un cerchio. Conclusa questa “battaglia”, che è quello che trasuda dal disco, la resistenza agli imprevisti della vita, qual è la cosa più importante che hai imparato dagli eventi che racconti nell’album?

Bella domanda. Credo che potrei avere una risposta sensata solo dopo l’uscita del disco. Ma ti dico: ho imparato che ci sono cose su cui non abbiamo controllo, e non puoi farci niente. E sono quelle che ci logorano di più paradossalmente. Di cose che mi sono successe fra la vita e la musica di cui non ho avuto controllo ce ne sono, ma alla fine bisognerebbe solo imparare a lasciare andare.

Parlando per un momento delle scelte a livello stilistico. Ritorna il boom bap con una serie di produttori d’eccezione. Ancora una volta non ti sbilanci, non insegui le mode. Questa scelta ti ha dato un terreno su cui ti sentivi più a tuo agio per parlare di determinati temi?

Sì, perché mi sono trovato fortemente scottato dalle decisioni artistiche che ho preso con il disco ufficiale precedente. Non sentivo Shocca da tantissimo, ero in Colombia. Gli ho raccontato cosa era successo, e una cosa tira l’altra. Anche con Iamseife, una persona artisticamente molto importante per me, non ci parlavamo da anni. Ho provinato delle cose, ma avevo anche bisogno di qualcosa su cui sapevo che mi sarei divertito a buttar fuori delle emozioni, anche se avevo quasi timore di non essere in grado di mantenere le promesse coi produttori. Alla fine noi arriviamo da quel tipo di foundation a livello di suono, è indiscutibile. E io arrivo da una generazione figlia di questa roba qui, quindi quale miglior “occasione” se non “me” per dare vita a un disco, grazie alla fiducia di questa gente, con un disco senza featuring, ma comunque cercando di mantenere degli standard alti, dopotutto.

Mi aggancio a questo per chiederti se vedi la musica come prima, se è come racconti anche in Nicolás l’unica via di salvezza. Insomma: cos’è il rap per Egreen, oggi? 

Fare rap rappresenta per me l’unica vera esigenza, l’unica costante nella mia vita da quando ho quattordici anni. C’è sempre stato, con un rapporto estremamente conflittuale, di amore/odio. Magari come ti dicevo, non so quanta voglia ho a stretto giro di fare un prodotto ufficiale. Ma quella cosa di divertirmi col rap ho paura che non andrà mai via. Per me è aria.

Egreen. Foto ufficio stampa
Egreen. Foto ufficio stampa

Ti importa di cosa diranno i tuoi fan su questo album?

Sì, mi importa tantissimo quello che diranno i fan di Egreen, i MIEI. Non so come la prenderanno, ho attraversato una montagna russa emozionale da quando ho rimesso piede a Milano (a novembre scorso, ndr), pensando qualsiasi tipo di scenario possibile. Faccio la figura del coglione, sono finito, è un disco di merda. Oppure è una bomba, non ho idea. Però ti posso dire che il feedback ricevuto sul singolo mi ha proprio destabilizzato. Io non mi aspettavo un feedback così profondo, forse troppo.

Però al solito c’è questa cosa di metterci dentro l’hip hop. Mi fa paura che la gente abbia necessità di dire “questo è finalmente il vero hip hop”, ho come l’impressione che ci sia troppo niente mischiato al nulla e questo non va bene. Vorrei solo che venisse presa una cosa per quello che è. Non voglio schierarmi da nessuna parte perché non ne ho più bisogno. Certo, è ovvio, magari faccio delle citazioni riguardo all’hip hop perché ci sono nato e quella roba la amo, e chi ha le chiavi di lettura per capire certe cose le capisce. Ma non le faccio per essere “riconosciuto”, le farei in un’altra maniera se volessi essere sotto i riflettori. Vorrei solo che venisse apprezzato per quello che è per me, un disco importante, e mi interessa capire quello che i miei fan hanno da dire al riguardo.


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