Dutch Nazari: «L’importante è tagliare il traguardo, non essere primi»

Esce oggi “Cori da sdraio”, il nuovo album di inediti dell’artista padovano che torna dopo tre anni da un cammino – nel vero senso della parola – rigenerante, produttivo e all’insegna dell’arte senza secondi fini
Dutch Nazari. © Zoe Natale Mannella
Dutch Nazari. © Zoe Natale Mannella

Dutch Nazari, al secolo Edoardo “Duccio” Nazari, classe ’89, è da sempre un rapper atipico. Non aspettatevi luccichii di collane, e non me ne voglia chi invece ne fa sfoggio, ma ciò che brilla davvero dell’artista padovano è da sempre la sua penna. Affilata e allenata, ricca di incastri e visioni folli, proprio come quella di Dargen D’Amico, suo amico e fondatore della label in cui Dutch ha debuttato – la Giada Mesi – nell’ormai lontano 2014 con i suoi primi due EP, Diecimila lire e Fino a qui.


Non per farvi sentire il peso del tempo, ma sono passati poco meno di dieci anni da allora, anni in cui Dutch Nazari ha pubblicato altri due album (l’esordio ufficiale con Amore povero e il seguente Ce lo chiede l’Europa). Di passi Dutch Nazari ne ha fatti, e non solo metaforici: dopo lunghi pellegrinaggi in giro per l’Europa approda oggi alla pubblicazione del nuovo album Cori da sdraio, fuori in digitale per Undamento.


L’album, anticipato dalla title track e dagli altri due singoli Fiore d’inverno e Anime stanche, raccoglie in dieci brani quegli incastri e giochi di parole a lui tanto cari, nascondendo al loro interno contrasti, divergenze, contraddizioni e riflessioni tra parole sempre accuratamente scelte e selezionate per fare rima con la sua visione dell’arte.

Condivisa quest’ultima, di certo, dagli ospiti nel disco: Frah Quintale e See Maw, Nayt e la simpatica partecipazione di Valerio Lundini hanno arricchito questo viaggio tra rap e – perché no – anche ritornelli pop che trasudano profondità e leggerezza, felicità e malinconia proprio come i Cori da sdraio, che cantiamo in solitaria nelle fresche sere d’estate.

Nell’organizzare questa intervista mi hanno detto che era difficile raggiungerti perché hai intrapreso una camminata molto lunga, da Brescia a Padova. Come mai questo rito d’iniziazione prima dell’album? Non è la prima volta che lo fai: da che slancio parte quest’idea?

Ho iniziato a camminare per affrontare il vuoto delle giornate del primo lockdown (quando si poteva), anche dieci, venti chilometri al giorno, ovunque mi trovassi. Dapprima nella periferia di Milano, poi con Alessandro Burbank, mio amico e poeta, sono passato alla via Francigena e al cammino di Santiago. Poi, insieme a Dargen D’Amico abbiamo fatto a settembre la via del Sale, partendo da Sanremo per arrivare nel cuneese.

Questa cosa ha assunto un valore anche simbolico, propiziatorio: in un tragitto da Torino a Venezia di Burbank, al suo arrivo il Venezia arrivò in serie A! Durante altre nostre tappe per Santiago, invece, l’Italia vinse gli Europei, mentre quando partii con Dargen prima ancora di sapere che sarebbe andato al Festival, due settimane dopo lo chiamarono. Ho fatto questa camminata ora, prima del tour, intanto perché c’era più tempo, e poi perché ora il Padova Calcio – che menziono nel disco – si gioca la promozione in serie B! E anche perché ora è uscito il disco, che spero vada bene!

Cori da sdraio è il frutto di tre anni di pausa dal disco precedente. Tre anni in discografia sono molti: come mai non hai pubblicato nulla durante la pandemia? 

A parte la pandemia, io e il mio team abbiamo un’interpretazione del concetto di musica molto legato al live. Essendo cresciuto anche nella cultura hip hop e rap, a parte lo scrivere o il fare freestyle, l’importante è anche salire sul palco e spaccare. Quindi, far uscire un disco in un periodo in cui non si potesse suonare sarebbe stato come buttarlo via. E poi, certo, ci sono state delle complicazioni con la pandemia, perché fare musica insieme in studio è una cosa, ma lavorare ognuno a casa propria – seppur fattibile – non è lo stesso.

Ti è cambiata un po’ la vita in questi anni? Ti senti cambiato anche tu?

Sì, in generale penso che sia una sensazione comune, ma ho anche la sensazione di aver come chiuso e riaperto gli occhi e di colpo siano passati tre anni. C’è una canzone nel disco precedente in cui scrivo “E a volte un poco mi spaventa che l’anno prossimo ne ho trenta”. Mi son distratto un secondo e ne ho trentatré! Sono anni che sono bruciati come paglia.

E poi siamo arrivati a questo album. Dieci brani più uno skit in cui ti sei concentrato soprattutto sulle contrapposizioni, anche di ambienti fisici diversi – i cori, la moltitudine, e la sdraio, l’intimità del singolo. Ma anche passato e presente, spazio e tempo. Quali sono le contrapposizioni prevalenti nella tua vita?

Secondo me un esempio può essere nella canzone Anime stanche e nel sentimento che provo per la città in cui sono nato, Padova. Esiste questa espressione di cui si abusa un po’ a volte che è amoreodio, ma la descrive bene. Padova è una città che mi è stata molto stretta, in quanto ci sono cresciuto ed è abbastanza grande per sentirsi grande, ma è anche abbastanza piccola per avere una mentalità provinciale. Io sono scappato, ma mi sono reso conto negli anni che non si può davvero scappare dalle proprie origini. E soprattutto, una volta che te ne vai, il buono che facevi fatica a vedere ti risulta invece molto più visibile, e magari hai voglia di tornare. È anche un andare via “metaforico”. Forse questo è un esempio che risponde alla tua domanda.

Il resto lo spieghi poi nelle canzoni, e il rapporto con Padova emerge forte e chiaro. Le contrapposizioni poi tornano anche in un’altra forma di comunicazione che stai sperimentando: il podcast (con Alessandro Burbank, Cosa preferiresti, ndr). Com’è per te questo nuovo approccio?

È la classica cosa del non sai se la sai fare, ma poi inizi e ti diverti! Il motivo per cui siamo affezionati a queste chiacchiere, sia io che Burbank, è che siamo amanti della teoria. Abbiamo pensato al format durante i nostri cammini per tenere occupata la mente. Facevamo molti giochi come quelli che proponiamo nel podcast, facendo domande improbabili che stimolano la riflessione. Cosa preferiresti è una bella forma di chiacchiera leggera per fare la prima breccia nella personalità di una persona. Facendo domande dirette invece si tende a rispondere con ciò che vorremmo che l’altro sapesse di noi. Invece, con una domanda fuori contesto, emerge molto la tua personalità.

Un esempio?

Una delle domande che abbiamo fatto è stata: “Preferiresti essere un chihuahua delle dimensioni di una tigre o una tigre delle dimensioni di un chihuahua”? Chi risponde il primo, magari è una persona più belligerante! Mentre chi preferisce la seconda, potrebbe essere comprato da un magnate russo e stare bene per tutta la vita (ride, ndr). Magari invece è una persona che ha un senso più spiccato del posizionamento sociale. Ma alla fine è un bel format per fare delle interviste alternative.

Dutch Nazari, la cover di Cori da sdraio

Di originale c’è anche la veste grafica dei tuoi progetti, che non è lasciata mai al caso. Anche quella restituisce un messaggio, giusto?

Il lavoro di un disco ovviamente si divide in rami di expertise, alla fine io sono il regista di tutto, ma poi c’è il fonico che mixa, il producer, il grafico, l’art director. Il mio è Stefano Adamo, un caro amico e talentuoso artista dietro i progetti di Coez, Massimo Pericolo e molti altri. Parlando con lui è uscito il tema del gioco di parole, dell’enigma. Per entrare a fondo nel mio mondo lui venne a Lecce con noi da Peppe Petrelli, il fonico, a stare con me e Sicket, che è il mio producer. Io avevo sempre con me La Settimana Enigmistica, e così ha pensato a un immaginario, singolo dopo singolo, legato a questo aspetto. Quindi in Cori da sdraio c’è unisci i puntini, poi c’è trova le differenze, poi la parola crociata e poi in cover c’è il cubo di Rubik.

Tornando alla musica di Dutch Nazari: il genere urban negli ultimi anni ha subìto dei cambiamenti ed è sempre più contaminato. Dove si colloca il nuovo Dutch Nazari in questa scena variegata oggi?

Questo è un tema con cui il mio progetto ha sempre dovuto avere a che fare. Ero il famoso cane che non è lupo: quando c’era il rap avevo un’estetica non molto legata a quegli stereotipi, poi quando è arrivato l’indie ero più rap dei cantanti indie, ma più indie dei cantanti rap. A un certo punto mi sono reso conto che non bisogna definirsi sulla base delle idee degli altri. Un po’ oggi sta calando la cosa, ma l’idea del rapper con un certo tipo di linguaggio o estetica non mi deve definire. In America non ci sono pregiudizi: Chance The Rapper è ad esempio un cantante, artista, arrangiatore, dirige le orchestre. Quindi io sono un rapper, ma in quel senso lì.

Dutch Nazari
Dutch Nazari, foto di Giovanni Viganò

Tanti producer e uno skit speciale: me ne parli?

Tutta la storia della mia carriera è una grande bromance con Sicket, che suona anche il basso sul palco. Alle produzioni ci sono anche Rookley e Peppe Petrelli, e poi altri che hanno collaborato anche alla scrittura. Wairaki è un mio socio da sempre, è un producer che rappava con me nella mia crew storica, la Massima Tackenza. Valerio Lundini è una storia a parte! Lui era l’autore di Lillo e Greg e di Nino Frassica nei programmi in radio. Negli ultimi anni è diventato famoso e aveva un modo di usare Instagram in modo super originale, creava personaggi con i filtri di Snapchat. Uno di questi è Saverio, l’amico dell’adolescenza con una mentalità un po’ provinciale. Ho voluto togliermi uno sfizio chiedendo un messaggio vocale a Saverio per farmi l’in bocca al lupo sul disco! È geniale, come tutto quello che fa.

Frah Quintale, Nayt, See Maw sono gli ospiti. In particolare in Più in alto con Frah metti al centro un tema importante: la legittimità del poter sbagliare, di “tagliare il traguardo in leggero ritardo”, come canti tu. Ti sei sentito così a un certo punto del tuo percorso?

Nella società della performance come la nostra è una cosa che capita a tutti, non farsene una colpa è un altro conto. Siamo in una società in cui vivere costa tanti soldi, e il mio lavoro è fatto tantissimo di numeri. Quindi è facile cadere nel tranello del “chi ha fatto più numeri è più bravo”. È importante e utile dire anche che si può tagliare il traguardo in ritardo, ma non essere necessariamente i primi.

Cosa ti aspetti da questo album?

Abbiamo lavorato per cercare di fare il meglio che potevamo! Io ci metto la faccia, ma c’è un entourage di molte persone che ci lavora da molti mesi. Ha senso concentrarsi su quello che si può fare. Noi abbiamo fatto il massimo per fare quello che ci piace e per raccontare la nostra musica nel modo più comunicativo possibile. Sono molto soddisfatto, comunque.

Ti vedremo anche live! Ci sono anticipazioni che mi vuoi dare?

A breve annunceremo il tour, ma abbiamo una prima data al Miami e una allo Sherwood Festival di Padova, che hanno un valore simbolico. Sherwood in particolare è una realtà importantissima che ha portato nella mia città gli artisti più bravi del mondo, e noi saremo su quel palco lì. Sono passato dall’essere la persona che stava sotto palco a quella che ci è salita per suonare, un’emozione bellissima.

Ascolta Cori da sdraio di Dutch Nazari


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