Don Joe e “Milano Soprano”: le nuove leve, i Dogo, la malattia. L’intervista a 360°

Un album a metà tra ciò che è storia e il suo futuro. Esce oggi il nuovo lavoro dove il producer si apre alle infinite possibilità della musica e al suo lato più umano
Don Joe. Foto di Antonio De Masi
Don Joe. Foto di Antonio De Masi

È sempre un piacere parlare di (e con) Don Joe, storico produttore urban italiano: oggi, all’ombra della Madonnina, esce con orgoglio Milano Soprano, il suo nuovo album pubblicato per Columbia Records/Sony Music Italy. Don Joe, alias di Luigi Florio, classe ‘75, si è fatto notare nella scena già dalla seconda metà degli anni ‘90, ma è nei 2000 che diventa un punto di riferimento per il sound del rap dello stivale. Insieme a due ragazzi talentuosi che rispondono ai nomi di Jake La Furia e Guè Pequeno, nascevano i Club Dogo: il resto, è storia. 

Don Joe non è stato il primo a sperimentare alcuni audaci accoppiamenti, come quelli che vediamo oggi nei brani in classifica e che accostano sempre più spesso l’hip hop con il pop, ma di certo è stato il padrino di questa tendenza delle produzioni italiane.

Milano Soprano è un disco che celebra la sua città, ma anche la sua musica, raccontata dalla voce di chi c’era in passato e da quella delle nuove generazioni che portano a Don Joe, forse inconsapevolmente, nuova linfa vitale. È una linea netta che divide il suo passato con il suo nuovo futuro. 

Nel disco ci sono personaggi così diversi fra loro – da J-Ax a Myss Keta, passando per i Coma_Cose, fino alla Dogo Gang e ai nomi caldi di Il Ghost, Paky e Silent Bob –  in combinazioni tanto inedite quanto naturali, che riescono a coesistere grazie alle sapienti mani del producer che, possiamo dirlo, non ha perso il suo Mida’s touch.

Come mai un produttore come te, che potrebbe tranquillamente fare un disco con l’intera scena urban italiana, ha deciso di ripartire dalla propria città? È una linea per segnare un nuovo inizio di Don Joe?

Hai detto bene! Milano Soprano è un modo per ricominciare, ripartire da dove ho iniziato e da qui in poi è un nuovo futuro. Per me è l’inizio di un altro momento della mia vita nella musica, e mi piacerebbe fare altri progetti, non ti dico sviluppati allo stesso modo, ma tentando di creare cose nuove, anche per il panorama. Il rap, in particolare, ha avuto diverse trasformazioni negli anni, e per un produttore è importante saper creare un suono sempre più moderno per restare al passo coi tempi.

Con un piede anche nella vecchia scuola. Infatti, in Milano Soprano i nomi degli ospiti mettono diverse generazioni a confronto. Che input ti è arrivato lavorando con l’artista consolidato e quale dalla nuova generazione? 

Con quelli storici sono abituato, sia nei miei dischi da producer che negli album firmati da loro, ogni tanto mi capita di produrre per loro e con alcuni ci lavoro da tempo. I più nuovi mi affascinano, pur non conoscendoli tutti di persona, o per la loro musica già uscita o per il tipo di apporto che le hanno dato in questo momento, trasformandola. La nuova generazione è nuova linfa, e per me è necessaria.

Ogni decennio ha qualcosa che fa switchare la musica, e succede anche negli altri Paesi. Finora siamo sempre stati attenti, in quanto filoamericani e filofrancesi, per stare al passo con i tempi e i generi che cambiano. Adesso siamo ad un livello per cui in Italia siamo già noi ad essere fautori di un cambiamento, e le nuove leve sono pronte a cambiare le carte in tavola, senza seguire l’estero. A partire dalle seconde generazioni che sono nell’album, da Paky a Il Ghost, ad esempio. E comunque, lavorare ad un disco in quest’ottica non ha richiesto poco tempo!

C’è un brano fra le inedite collaborazioni che hai scelto che ti sei più divertito a realizzare? 

Ci sono più casi nell’album, ci sono i banger per i club, come le tracce con Guè e Sacky o con Jake e Shiva, che non vanno bene per le radio, meglio per pomparle in macchina! Poi ci sono brani come quello con Ernia e Rose Villain, o Marra e Venerus che sono forti a loro modo. Alcune sono più crude, altre più leggere, ma siamo sempre stati attenti a trasmettere un messaggio. 

don joe milano soprano
Don Joe, cover di Milano Soprano

Su atmosfere estremamente eterogenee, aggiungo. Per un producer come te, che ha iniziato nei ’90 e che ancora oggi risulta sempre fresco, qual è il futuro del sound dell’urban italiano?

Se devo fare una fotografia di oggi, credo che stia andando verso un ibrido tra l’urban nel vero senso della parola e il pop tradizionale. Se vedi le classifiche, anche di Spotify, ci si rivolge ad un pubblico che ascolta pop, ma con sonorità urban che vengono prese in prestito. Poi c’è tutto l’urban più crudo e definito che fa da fucina, per trovare gli artisti che sono in trasformazione. Sarà il momento, o l’estate, ma il pop sta funzionando, anche se sperimentale, ma sempre di pop si tratta.

E qui mi viene in mente il tuo album Ora o mai più (2015), che nonostante alcune sperimentazioni precedenti tra pop e urban italiano, rappresenta al 100% l’incontro tra queste due realtà. Ti senti un po’ il padrino di quella che è la tendenza di oggi? 

Ho sempre cercato di essere pioniere di qualcosa. Escludendo Ora o mai più, da quando ho iniziato ho sempre cercato di fare qualcosa che non c’era nel mercato. L’utilizzo di sample in un certo modo, mescolare coi sintetizzatori… Quello fu un album fatto con degli amici, persone che frequentavo in quel momento, come Emma o i Negramaro. Non era solo per fare un album. Però sì, è stato il primo episodio da producer rivolto verso il pop – e infatti, alla fine, non andò proprio benissimo!

Ed invece oggi è la tendenza!

Sì! Quello fu il mio apporto, e deve sempre essere qualcosa che ispiri anche le generazioni nuove. Io me la vivo molto serenamente, sono sempre stato un appassionato di musica e non ho bisogno di fare una competizione. Ho dimostrato sempre che quello che Don Joe sa fare ha portato a grandi risultati. Guarda i Dogo, insomma. 

A tal proposito: in Milano Soprano ci siete tutti, ma in tracce separate…

Te lo dico prima che tu me lo chieda! Se ci deve essere un nuovo inizio dei Dogo, deve essere nel disco dei Dogo, non in qualche altro disco, l’abbiamo sempre ribadito. Stare insieme su un progetto è comunque una presa bene, ma su una reunion al momento non ci sono notizie. Facciamo musica, godiamoci il momento. Se ci sarà, sarà una bella sorpresa per tutti!

Parliamo un po’ del tuo lato business e della tua etichetta Dogozilla Empire. Com’è stato intraprendere il percorso di un’etichetta indipendente e cosa ci riserverà per il futuro?

In realtà, adesso, abbiamo un deal con Sony (che non certo un segreto), a cui portiamo artisti nuovi, linfa nuova, e questo è alla fine il mio lavoro: riconoscere dove ci sono dei talenti che possano interessare all’etichetta e con cui si possa lavorare. Da sempre siamo attenti alle nuove generazioni. L’etichetta è nata come un’etichetta per producer, poi è diventata altro, domani forse diventerà altro ancora! Al momento ci sono diverse figure, alcuni fanno management, altri sono produttori col proprio spazio per fare musica, e io ho il mio studiolo… 

Don Joe, foto di Antonio De Masi

Sempre a proposito di etichette: tu che hai vissuto un po’ il tutto, com’è cambiato il rapporto delle major rispetto all’urban? Oggi si inizia con dei budget e una consapevolezza differente rispetto al periodo Dogo/major…

Io ho visto tutti i passaggi di questa cosa. Credo sia solo perché c’è un momento nella musica che favorisce quel prodotto. Le etichette investono se l’investimento gli riporta qualcosa, perché sull’urban? Perché il mercato richiede quello, ma siamo in continua evoluzione. Oggi c’è il rap, che ne ha goduto, ma un domani, magari, i grossi budget andranno sul pop. Tutti guardano cosa accade su Spotify, ma è la gente che decide il futuro degli artisti, non è una cosa che puoi controllare. Mentre i budget sì!

A proposito di Spotify, rispetto agli inizi, trovi che abbia senso fare musica, oggi, secondo le varie regole imposte dal mondo digitale?

Un artista nasce indipendente, poi decide lui della sua musica cosa vuole farne. Quando decidi di metterti su una piattaforma, ne conosci le regole e te ne assumi la responsabilità. C’è chi pubblica solo su YouTube e non pensa alla classifica. Noi siamo ad un livello tale in cui entri in tutte le piattaforme, e hai bisogno di stare a più regole per monetizzare, ma c’è sempre il rovescio della medaglia. L’importante è fare un business plan prima! 

Torniamo a una particolarità di Milano Soprano. Nel disco ci sono degli skit, alcune tue parti “recitate”. Questo perché avevi la necessità di dire delle cose che non sono passate attraverso gli ospiti dell’album?

Negli skit ho raccontato delle storie reali. Ci sono un lato personale – la malattia – e altri lati in cui racconto le mie storie da ragazzino, di mio fratello, o di Milano per come l’ho vissuta io. Mi è piaciuto inserirle nell’album, perché non c’è tanta gente che racconta le sue cose personali e quindi è quasi una novità. Una volta gli skit c’erano spesso, poi sono andati in disuso, ma ho deciso di riesumarli! Almeno esce anche un po’ di lato umano, non solo quelle cose lì che vediamo sui social, su Instagram.

Magari sui social ci sono cose che non si condividono, come la tua malattia del diabete.

È una malattia che nella sua “sfiga” ti permette di sopravvivere. C’è chi ha delle complicazioni peggiori, ma ad oggi ci sono tutti i mezzi per gestirla e controllarla. Ne parlo per dire che nonostante la gente veda il tuo lato da supereroe nella musica, in realtà ci sono un sacco di sbattimenti, cose che arrivano e che tu non controlli, e spesso sono macigni! Io l’ho gestita abbastanza bene, perché ero in un momento della mia vita in cui avevo la musica ed ero in tour. Da lì ho preso la forza per dirmi che dovevo combatterla. La racconto perché è una rottura averla, ma non bisogna farsi abbattere da queste sfighe. Ce l’hanno in tanti e certe cose sono anche peggiori, quindi voglio pensarla così: si vive una vita sola, coi suoi alti e i suoi bassi.

Parliamo ancora di cose personali, ma di progetti firmati Don Joe. Dopo innumerevoli dischi, il tuo libro, Milano Soprano… cosa c’è per te all’orizzonte?

La speranza di continuare a fare musica, perché è la cosa che amo di più. Continuare a stare in studio, conoscere gente nuova, ragazzi talentuosi con cui collaborare. E poi, come tanti che ormai hanno 20 anni di carriera, continuare a fare business paralleli. Mi sono già tolto delle soddisfazioni che da ragazzino erano solo sogni, ma quando si diventa grandi poi i bisogni cambiano, anche se la musica rimarrà sempre.

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