DJ Gengis: «Il futuro? Andiamo sempre più incontro a un melting pot sonoro»

Esce oggi Beat Coin, il nuovo cripto-album del DJ e producer romano con undici inediti che racchiudono il meglio della scena rap di ieri, oggi e domani
DJ Gengis. Foto di Gianluca Caldara
DJ Gengis. Foto di Gianluca Caldara

Oggi, 3 settembre, è finalmente nelle mani e nelle orecchie di tutti il misterioso progetto Beat Coin, svelato negli scorsi giorni come il frutto del meticoloso e attento lavoro del DJ e producer classe ’82 DJ Gengis. Il talentuoso artista, che risponde al nome di Loris Malaguti, rappresenta la mente e il cuore dietro questo nuovo disco di inediti, che raccoglie nelle sue undici tracce il meglio della scena rap di ieri e di oggi.

Qualche nome? Gemitaiz, Coez, l’amico Noyz Narcos (con il quale ha iniziato insieme al collettivo TruceKlan), Gast, Clementino. Ma anche la nuova scuola di Random, Nashley, Mostro, Soul Sinner. Senza dimenticare altri nomi storici come quelli di Tormento, Ensi, Neffa e Danno, che da decenni militano sui più grandi palchi della musica urban italiana. Un format, quello del producer album, che quest’anno è andato davvero alla grande, così come questa nuova prova firmata dal versatile artista romano.

Se vi siete appassionati alle stories e alle grafiche che hanno accompagnato il progetto, ispirate al mondo delle criptovalute e della tecnologia digitale, con questa intervista entriamo nel vivo dell’esperienza e della storia di DJ Gengis. Il nuovo lavoro, pubblicato per Believe, ci ricorda che dietro tanta passione c’è anche un grande talento che proviene da lontano. L’intervista completa è nel numero di settembre su Billboard Italia.

Com’è nato DJ Gengis e qual è stato il momento in cui hai deciso di iniziare a fare musica?

Giocavo già con i giradischi con dei gruppetti rap. Un giorno ho visto un concerto di Tony Touch: uno show a 360 gradi in cui metteva i dischi, rappava, scratchava, ballava. Spaziava dalla salsa al rap, fino alla house music. A un certo punto disse: “Io passo quello che voglio, basta che la gente si diverta”. I suoi modi e il divertimento, non solo del pubblico ma anche il suo, mentre si esibiva, mi sono arrivati così tanto che volevo fare esattamente quella cosa lì.

Mi sono dedicato allo scratch partecipando a molte gare e concorsi. Oltre al confronto con gli altri DJ, le gare erano un modo per confrontarsi con se stessi, e un po’ come gli atleti cerchi sempre di superare i tuoi limiti. Poi, con l’avvicinamento con Noyz e tutto il TruceKlan, è cominciata la storia che conosciamo tutti.

Nell’album ho notato tante diverse sonorità. Queste sfumature provengono da quell’input iniziale?

Non esclusivamente! Oltre al percorso più urban, ho collaborato con musicisti come Alex Britti, Gallinelli… dei mostri sacri! E questo mi ha sicuramente formato a livello artistico. Essere a stretto contatto con chi la musica la suona ha allargato la mia visione, soprattutto a livello della composizione.

DJ Gengis, cover di Beat Coin
DJ Gengis, cover di “Beat Coin”

Mi incuriosisce il gioco di parole che nasce spontaneo nel titolo dell’album. Come è nato? Cosa rappresenta la cover?

La cover di Beat Coin è opera di Moab Villain, che conosciamo per cover famose come quelle dei Migos, Gué, Salmo e tanti altri. Il titolo invece è nato da due mie passioni: da una parte la musica, dall’altra il mondo delle criptovalute. Quale miglior occasione per me per unire questi due mondi! Ci saranno anche degli NFT legati al progetto che verranno messi sul mercato, diciamo che ci siamo sbizzarriti sulla nuova tecnologia dell’arte digitale.

Parliamo delle collaborazioni presenti nell’album: da Random a Danno, una scelta che mi ha colpito. Come sono nate?

In modo veramente spontaneo. L’esempio di Random è perfetto, è stato curioso: lui frequentava lo studio dove lavoriamo io, Sine e Carl Brave. In questo studio c’è anche Marta Gerbi, e in quel periodo Random stava lavorando con lei. Ci siamo incontrati, ha sentito il progetto, abbiamo parlato di musica. Poi gli ho chiesto cosa gli sarebbe piaciuto fare, mi ha dato delle reference ed è nato il pezzo.

Ascoltando il brano, mentre lo stavamo lavorando con Benjamin Ventura e Davide Savarese, ci siamo detti: “Perché non chiamare anche Tormento?”. Il brano strizza l’occhio al gospel, quindi o sei nato il Louisiana o hai cantato in chiesa per vent’anni, oppure in Italia i nomi per un sound del genere sono quelli che conosciamo. Tormento era perfetto per chiudere il cerchio.

DJ Gengis
DJ Gengis, foto di Gianluca Caldara

Rimani uno dei virtuosi dello scratch in Italia. Noti negli anni un cambiamento nella percezione della figura del DJ?

Forse si è saturato un po’ il mercato. Per me il DJ è colui che ascolta un sacco di musica e, non avendo una preparazione da conservatorio, ha un’attitudine più istintiva e dissacrante in fase di composizione, che spesso dà vita a delle idee geniali. Il giradischi è uno strumento che ti permette di dare vita nuova a un riff di chitarra o a un sax, cambiandone la struttura o la tonalità. Negli ultimi anni, fare musica con il computer ti permette di produrre anche senza studi di registrazione milionari. Ora chi ha un’idea valida, un’intuizione, può portare un contributo fresco ed istintivo che sicuramente fa bene alla musica.

Essendo un divoratore di musica a cui piace la contaminazione, secondo te, quale sarà il futuro del sound urban italiano?

Sicuramente dovremmo continuare a guardare all’America, l’Inghilterra o la Francia, è da lì che negli anni sono arrivate le influenze più forti. Bisogna sempre guardarsi in giro per capire quello che succederà in Italia nei prossimi anni. Sento che ci avvicineremo sempre di più ad un “melting pot” sonoro, logicamente non moriranno mai correnti come neo soul, punk, reggae, rock, quelle che chiamo “sonorità tracciabili”. Ma credo che la contaminazione sia l’energia vitale della musica e dell’arte in generale. 

Articolo di Stefano Tasciotti

Ascolta Beat Coin, il nuovo album di DJ Gengis

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