Deda: «Con House Party volevo fare un disco adulto che mi rappresentasse»

A quasi trent’anni dall’esperienza coi Sangue Misto e un lungo periodo passato nel mondo della musica elettronica e strumentale, Katzuma torna ad appropriarsi del suo primo nome, chiama a rapporto alcuni dei nomi storici dell’hip hop italiano e pubblica il producer album che ci meritavamo
Deda, foto di Enrico Rassu

Di vite artistiche (e forse non solo), Andrea Visani, ne ha vissute un discreto numero. La prima, quella più nota di tutte, con Isola Posse All Stars e i Sangue Misto, come Deda o, per i più nostalgici, come Chico MD. La seconda, quella invece più longeva, come Katzuma, in una continua esplorazione nel gigantesco mondo della musica elettronica e strumentale. La terza, iniziata la scorsa settimana con la pubblicazione di House Party, in cui il cerchio si chiude e Katzuma torna ad essere Deda. Perché quando sulla traccia – oltre ai giovani-ma-non-troppo tra i più stilosi in circolazione (Frah Quintale, Coma Cose, Davide Shorty), chiami alcuni tra i nomi iconici del rap italiano (Fabri Fibra, Neffa Jake La Furia, Emis Killa, Gemitaiz, Salmo, Ghemon, Ensi, Danno, Mistaman, Inoki, Frank Siciliano, Sean Martin e Al Castellana), la storia ha un certo peso. Soprattutto se, tra coloro che quella storia l’hanno scritta di proprio pugno sin dai primi capitoli, ci sei anche tu.

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House Party, però, di nostalgico di quel passato glorioso che rimane sospeso e cristallizzato nel tempo e nello spazio, non ha nulla. Anzi. È un disco adulto, quello sì, in cui convivono tutte le sfaccettature artistiche del suo autore (dal funk all’elettronica, passando ovviamente per il rap, con brani come Kim Jong e Rock the House, dei veri e propri hip hop anthem), ma che non si sforza di ricalcare un qualcosa che c’è già stato. Troppo facile, troppo scontato per uno che come Deda ha passato gli ultimi 20 anni a sperimentare tutto lo scibile. E così, durante il lockdown gli balena in testa l’idea di tornare alle origini, forte anche del riuscitissimo incontro con Frah Quintale ne La calma. E allora, se suona tutto così bene, perché non farlo di nuovo? Stavolta però, con un suono totalmente nuovo, magari spingendo gli invitati alla sua festa in territori fino ad allora ancora inesplorati. Per nostra fortuna è stato così, e, agli sgoccioli del 2022, Deda ci ha finalmente regalato il producer album che meritavamo.


Qual è stata la spinta propulsiva che dopo tanti anni ti ha fatto dire «Okay, voglio tornare a fare questa roba»?

Guarda, c’è questo aneddoto che racconto spesso. Qualche anno fa, era il 2018/19, avevo iniziato a produrre un po’ di cose quasi a tempo perso, che però mi sembravano molto adatte a certe cose che sentivo fare in Italia, certi nuovi artisti che non conoscevo e avevo iniziato ad ascoltare. Poco dopo, per caso, ho conosciuto Frah Quintale e con lui è nata una collaborazione estemporanea, sull’onda dell’entusiasmo. La cosa ha funzionato bene, ci siamo divertiti entrambi e i feedback erano super positivi.

Dopo tanti anni che avevo prodotto musica strumentale, il che significava avere il controllo totale dall’inizio alla fine, il fatto di ricominciare a fare cose con altri artisti per me era molto stimolante. Da lì poi è partito tutto, complice anche un po’ il lockdown, dove avevo un sacco di tempo libero da occupare in studio. Dall’idea alla sua effettiva realizzazione sono passati altri due anni, quindi è stato un processo comunque abbastanza lungo. Io poi stando a Bologna avevo anche più difficoltà a beccare gli artisti, però alla fine, miracolosamente, sono riuscito a portarlo a termine.

Quindi è un progetto che avevi in mente da un bel po’ di tempo…

Sì, l’idea e l’entusiasmo per proporre quel tipo di cose sono diventati forti nel periodo del lockdown. Secondo me nel disco si sente molto il percorso che io ho fatto in tutti questi anni. Non è un disco che ricorda, o almeno non sempre, le cose che facevo con l’hip hop tantissimi anni fa. Aver voglia di farlo non è stata una cosa così complicata, mi piaceva molto l’idea di vincere la mia comfort zone che era quella della musica strumentale. Così, ho iniziato a sondare un po’ di disponibilità ed è andata.

Infatti il titolo, House Party, richiama molto l’idea di una certa familiarità. Sembra proprio la tua festa, in casa tua, con i tuoi amici, di una vita e non.

Idealmente infatti è quella cosa lì. Per me la festa in casa è una dimensione molto affascinante. Negli ultimi quindici anni ho portato avanti un’attività come dj. Mi è capitato di suonare a festival giganteschi così come nei clubbini super underground che erano quasi degli appartamenti, e alla fine quelle secondo me sono le dimensioni più divertenti. Era un modo di dare un tributo anche a questo mondo del djing. Storicamente il clubbing nasce con delle feste in casa organizzate a fine anni ’70, tipo Mancuso che organizzava questi loft party e amava proprio la dimensione casalinga. Anche nel coinvolgere molti artisti il criterio è stato un po’ quello, a me piace molto lavorare con gli amici e con gente con cui ho già condiviso tanto.

Molti artisti ma non moltissimi come invece si vede ultimamente nei producer album. Personalmente ho trovato un bilanciamento perfetto tra numero di tracce e quantità di ospiti, ma hai mai pensato di cedere anche tu alla tentazione dell’abbondanza?

Da un lato avevo già in mente che mi sarebbe piaciuto evitare quella direzione lì e avere più possibile tracce anche con solo un artista. Mi piaceva questa idea sia perché mi sembrava un po’ originale rispetto allo standard attuale dei producer album, sia perché secondo me permette all’artista di mettersi in gioco molto di più. Ovviamente mi sarebbe piaciuto coinvolgere anche altra gente, ma ad un certo punto mi sono detto «Okay, il progetto è chiuso, altrimenti vai avanti all’infinito e già è stato lungo così». Secondo me i pezzi singoli sono molto riusciti come esperimenti, in quel caso l’artista ha carta bianca da parte mia sull’argomento che vuole trattare, e a quel punto dipende solo da lui. Quando invece ci sono molti artisti in una canzone spesso la tematica un po’ ne risente perché bisogna coordinarsi in tanti e si finisce sempre a stare un po’ sul generico.

E poi non è detto neanche che stiano tutti bene sullo stesso beat…

Assolutamente, io su quello sono stato molto attento. Ho cercato di proporre ad ognuno di loro beat che nella mia testa erano molto adatti e secondo me ci siamo trovati a metà strada. In certi casi credo di averli portati in territori che magari non avevano ancora esplorato più di tanto. Non è un qualcosa che si è già sentito, ma risulta tutto molto nuovo.

Quindi prima sono nate le produzioni e poi hai scelto a chi assegnarle.

Sì, magari a volte avevo già avuto la disponibilità da qualcuno di loro e allora mi ero dedicato a preparare delle cose ad hoc, ma di base prima avevo i beat e una volta ricevute le voci completavo un po’ gli arrangiamenti.

Una cosa che si nota subito vedendo i featuring e poi ascoltando l’album è che sia un progetto molto adulto e per chi ama l’hip hop, anche se hai detto che non volevi fare un disco che fosse prettamente rap. Da una parte c’è Danno che dice “Qua una rima nostra e spariscono i tuoi multiversi”, dall’altra ci sono molti riferimenti a cose e situazioni che magari i ragazzini più giovani faranno fatica a comprendere, tipo Jake che parla di ghettoblaster o Ensi che in Voilà cita Spit e il 2 The Beat. Spit ancora ancora, ma il 2 The Beat…

E pensa che quando iniziava il 2 The Beat io stavo smettendo! (Ride, ndr). È vero, non volevo fare un disco prettamente rap però volevo fare un disco adulto che mi rappresentasse, anche perché ormai ho un’età! Faccio musica da tanti anni, mi interessava che in questo disco si sentisse il percorso che ho fatto, che comunque ha mille sfaccettature e ha vissuto mille momenti diversi. Anche nella scelta degli ospiti questa cosa l’ho tenuta ben presente, sono tutte persone che stimo sia per la loro qualità musica che per come scrivono, quindi sono contento che si percepisca questa cosa. Poi vabbè, io sono il più adulto di tutti loro, usiamo questa parola dai!

Beh sei pur sempre uno dei padri di questa cosa, dai.

No, aspetta, non è vero, non sono io il più adulto! Ci sono Neffa e Al Castellana che sono un po’ più vecchietti di me.

Eh, tipo Al Castellana, ma anche Frank Siciliano, sono nomi storici che non so quanto le nuovissime generazioni riconosceranno…

Ma in realtà Frank Siciliano ha un certo appeal anche tra i super giovani. L’ho notato facendo serate con lui. Ha collaborato tanto con Shocca, per me loro sono i giovani. Hai capito come sto messo? Poi in realtà è strano perché mi stanno scrivendo anche un sacco di ragazzini, c’è gente che comunque anche se ha 20 anni ha voglia di sentire cose diverse. La cosa importante è che non è un disco nostalgico, che guarda al passato, o almeno spero. Ho lavorato tanto su questa cosa.

Parlando di nostalgia mi è venuta in mente Universo, la traccia con Neffa e Fabri Fibra. Non ti nascondo che quando l’ho vista il primo pensiero è stata la barra di Ensi in Sequel Freestyle in cui dice “Sti ragazzini aspettano le nuove sneakers come io dai Sangue Misto mi aspettavo un sequel”. Forse molti quando hanno letto il tuo nome e quello di Neffa di nuovo insieme sulla traccia si aspettavano questa cosa, e invece siete riusciti a stupirci ancora.

Volevo fare in modo di far vedere che può essere una cosa che può esistere ancora oggi senza suonare come trent’anni fa. Su quel pezzo poi ho avuto feedback molto diversi, a qualcuno è suonato futuristico, ad altri molto retrò. Probabilmente hanno ragione entrambi. C’è qualcosa di retrò, ma perché il mio riferimento era un po’ il nu boogie degli anni ’80, dove iniziavano a sentirsi i primi sintetizzatori. Allo stesso tempo però questa cosa è diventata molto contemporanea, anche Bruno Mars ha fatto cose che andavano chiaramente in quella direzione.

E invece tra i giovanissimi c’è qualcuno che in qualche modo potrebbe stimolare la tua creatività?

Ci sono un sacco di talenti forti, molta gente che mi piace. Potrebbe succedere, per me potrebbe anche essere un esperimento molto figo. Se ci pensi il beat di Ensi ha un qualcosa di trappabile, lui quando inizia a rappare usa delle metriche che sono molto trap. Non sto a farti nomi, però c’è tanta gente brava che mi incuriosisce.

A proposito di giovani, mi sembra che ultimamente si stia assistendo un po’ ad un recupero della golden age dell’hip hop, penso anche a quando, qualche mese fa, Fibra ha annunciato la ristampa di Turbe giovanili e il vinile è rimasto per un bel po’ in cima alla classifica delle vendite. Ti capita che ci siano ragazzini che ti scrivano “Cazzo, io sono cresciuto con questa roba”?

Mi capita spesso. All’inizio è un po’ straniante perché a volte sono veramente giovanissimi e quando mi dicono “sono cresciuto con la vostra musica” fa un certo effetto. Se fai due conti anagrafici ti chiedi come sia possibile. Però è una cosa a cui pensavo di recente. Anche io sono cresciuto ascoltando musica degli anni ’70, quindi può succedere. Dal quel punto di vista per me è molto stimolante, non ho mai pensato che per un ragazzino fosse imprescindibile conoscere la vecchia scuola, anzi, a volte mi ha anche piacere vedere che i ragazzi ascoltano la musica dei loro coetanei. Però sono due componenti che coesistono e ben venga.

Senti, volevo farti una domanda che potrebbe aprire un sacco di riflessioni ma cerco di sintetizzarla il più possibile. Tu vieni da una generazione in cui la componente politica nel rap era molto forte, data anche dal fatto che da noi il rap nasce all’interno delle mura dei centri sociali. Tu stesso facevi parte di Isola Posse All Stars e con i Sangue Misto hai scritto pezzi tutt’ora attualissimi come Cani Sciolti o Lo straniero. Man mano però – almeno nel mainstream – questa connotazione “militante” è andata un po’ scemando, mentre sopravvive maggiormente nell’underground. Tu come ti poni su questa cosa?

Io penso sempre che il rap sia una musica che può essere declinata in mille modi diversi. In America nasce come musica per far divertire la gente alle feste, quindi questa parte di rilevanza sociale dei testi viene molto dopo. A noi è arrivata in quel momento ed era un momento in cui vivevamo delle situazioni molto centrate su quello. Come sai, molti di noi venivano dal punk, che era musica altrettanto connotata, quindi è stato solo una scintilla che ci ha fatto sentire una vicinanza di questa musica. Personalmente ho scoperto molto presto che l’hip hop non era solo quello e se ci pensi una valenza importante che hanno avuto i Sangue Misto è stata proprio quella, il fatto di accostare canzoni come Cani Sciolti a La porra, e dimostrare così che entrambe le cose avevano motivo di esistere.

Un’altra cosa che dico spesso è che il rap quasi sempre riflette quello che succede nella società. Se adesso parte delle tematiche si sono un po’ spostate è perché la società di adesso ha altre priorità. Poi non voglio dare nessuna valutazione di merito, è semplicemente una constatazione. Ognuno fa quello che si sente, e piuttosto che sentire discorsi che non sono nemmeno vissuti davvero è meglio così.

Per chiudere volevo fare un po’ un back in the dayz. Il video di Universo è girato a Bologna e in un frame si vede proprio il logo dei Sangue Misto. Mi piacerebbe un sacco sapere quali sono i tuoi ricordi legati a quel periodo ma probabilmente staremmo a parlarne per tre giorni, quindi ti chiedo solo tre aggettivi con cui descriveresti quegli anni.

Nooo, queste sono proprio le domande che mi mandano in panico! (Ride, ndr). Però dai, ci provo. Ti dico entusiasmanti, incoscienti e… fattissimi.

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