TY1 e la legge della “DJUNGLE”: «La musica mi ha salvato dalla strada»

Dalla passione per il calcio all’omaggio a Prezioso, ecco cosa ci ha raccontato il producer in attesa del nuovo album in uscita il 7 maggio
TY1 - DJUNGLE - intervista - 1
TY1 (fonte: ufficio stampa)

Un ragazzino che si aggira tra le vie di una città selvaggia, schivando i pericoli che questa gli pone davanti (tigri, serpenti, gorilla), vestito solo di una maglia da calcio e con un tatuaggio ben in vista sulla nuca. Così ci viene presentato DJUNGLE, terzo disco nella lunghissima carriera di TY1, stimato e rinomato DJ sulla scena da oltre vent’anni che gli appassionati di hip hop (inteso nell’accezione più ampia del termine) conoscono molto bene.

Un album che si incastra alla perfezione nel filone dei producer album italiani di qualità, che uscirà venerdì 7 maggio. Nel momento giusto – per Thaurus/Believe – e molto eterogeneo a livello di sonorità. Con moltissime collaborazioni: da Gué Pequeno ai Tiromancino, da Capo Plaza a Myss Keta.

Ma dietro DJUNGLE c’è anche tanta gavetta, tanto studio e tanta ricerca musicale che hanno portato Gianluca a essere, oggi, una mosca bianca nel panorama urban italiano. Il viaggio di TY1 parte da lontano, in quella Campania che oggi è una delle realtà più floride e produttive del panorama urban italiano. Dopo più di vent’anni di carriera, passando dalle jam ai tour con Marracash.

Sembrano lontani i tempi di Photographie, pubblicato nel 2009 (più una raccolta che il suo primo vero disco): in questa giungla urbana il ragazzo si è fatto uomo armato solo degli strumenti del mestiere, tra dischi e turntable, e ha scelto di costruire un team di ospiti che spazia da vecchi amici a nuove promesse. E non fatevi ingannare dal loro numero elevato (24): ciò che lega tutti è sempre il suono di TY1, in un disco che segue la scia dei producer album di qualità.

Troverete l’intervista completa sul numero di maggio di Billboard Italia. Lasciamo che sia Gianluca a descriverci la genesi di DJungle, tra la passione per il calcio e un doveroso omaggio a Giorgio Prezioso.

Partiamo da DJUNGLE: un titolo che si presta a molte interpretazioni!

Rappresenta me un DJ nella giungla, un DJ partito da un posto (Salerno), da quartieri in cui accadeva di tutto. La passione per la musica, da quando avevo 10 anni, è stata per me una fortuna, perché avrei potuto prendere strade diverse. Sia chiaro, i miei genitori mi hanno trasmesso un’educazione e dei valori morali, però stavo in mezzo alla strada tutto il giorno con gli amici, e lì ti passa davanti di tutto. Il ragazzo nella cover non è altro che un bambino in un quartiere (col mio logo disegnato sulla nuca) che non ha davanti agli occhi armi, droga, pusher, prostituzione: si immagina una giungla come qualcosa di bello, con animali disegnati attorno. Un qualcosa che può darti speranza, come a me la diede la musica anni fa.

Una possibile chiave di lettura del disco potrebbe essere vedere l’industria musicale odierna come una giungla, dove vige la legge del più forte.

Anche! La giungla, in fondo, è la realtà in cui viviamo, da cui è sempre complicato emergere. Adesso per noi è anche relativamente facile: abbiamo etichette, management, booking che lavorano per noi, abbiamo l’attenzione dei media, ma tutta la mia gavetta l’ho fatta nei centri sociali, e se sono arrivato a fare tante cose, ad avere un gusto musicale così ampio, a studiare e a formarmi, è stato anche grazie alla gavetta. Non c’erano grossi eventi, l’unico che ricordo era il Mentos Hip-Hop Village che organizzava Albertino al Forum. Era l’unico che dava attenzione al genere, anche col programma One Two One Two su Radio Deejay. Era però sempre molto di nicchia, se eri uno che faceva graffiti o ascoltava hip hop eri visto un po’ come un reietto. Adesso è tutto a portata di clic: ora chi fa rap è uno alla moda, si sente come i calciatori!

Cosa ti ha spinto a pubblicarlo ora?

In realtà doveva essere pubblicato prima, ma ci sono stati i quattro mesi di lockdown in cui tutti gli artisti coinvolti non potevano andare a registrare: è stata veramente un’odissea. Alla fine ci ho messo due anni. Ora è arrivato lo slot giusto, complicato da beccare senza contendersi ascolti e classifiche ed evitando conflitti, perché il fatto che non si possa suonare fa pubblicare molti dischi in più!

Hai annunciato gli ospiti di DJUNGLE centellinandoli day-by-day: come mai questa strategia?

Volevamo far salire l’hype nei confronti dell’album! Ho voluto costruire un po’ di clamore attorno, far salire le interazioni su Instagram, per poi condurre i fan alla tanto desiderata tracklist. Abbiamo anche vestito tutti con le maglie da calcio, come se stessimo annunciando ogni giorno due o tre giocatori per volta di una squadra… È stato figo!

Ecco, a proposito: le maglie da calcio hanno caratterizzato tutta la fase promozionale del disco. Cosa ha portato a questa scelta?

L’idea è partita dal bambino sulla cover del disco: lui ne indossa una, come qualunque ragazzino cresciuto nel quartiere popolare. È un elemento che caratterizza l’Italia ed in cui chiunque si può rivedere. Da lì è nata una vera e propria squadra che forma il disco.

E TY1 che ruolo ricopre in questo team? Si vede più in campo o fuori?

Il presidente! (Ride, ndr) Non lo so, mi sento un po’ un giocatore, perché comunque faccio parte anch’io del team. Contemporaneamente però sono anche il produttore, il direttore artistico, sono la persona che ha pensato come unire gli artisti nelle canzoni. Ho creato questa alchimia vedendo dall’inizio la nascita di questi brani. Non è un disco-compilation: sono canzoni, e ci sono anche tanti pezzi solisti. Non il classico album dove si alternano due o tre artisti a traccia. Forse mi sento più un allenatore dai, mi ci vedo bene!

Come hai scelto gli ospiti? Qualcuno immagino sia amico di vecchia data, altri sono nuove leve: da Gué Pequeno ai Tiromancino, e ancora Speranza, Rkomi, Myss Keta… c’è molta varietà.

Alcuni non li conoscevo e ci volevo collaborare, come è successo con Taxi B: mi avevano colpito alcune cose che aveva fatto, io gli piacevo come producer, l’ho fatto contattare da Thaurus e ci siamo sentiti. Con Paky ci siamo scritti su Instagram sempre tramite il mio manager, Ciro Buccolieri. Con VillaBanks e Touché stesso processo, al secondo ho fatto la produzione sul brano omonimo. Tutti gli altri li ho chiamati io personalmente e mi hanno detto tutti di sì, a partire da Capo Plaza, Marracash (protagonista con Geolier sul brano Fantasmi, con cui ho fatto cinque tour e due pezzi dell’ultimo disco, è un amico), Neffa, con il quale recentemente ho lavorato all’ultimo singolo… Mi sono venute abbastanza naturali! Ti dico anche che avrei fatto altri pezzi oltre questi 14, ma dovevamo chiudere. Non escludo che dopo l’uscita di DJUNGLE ci possa aggiungere qualcosa che è rimasto fuori…

So che la tua prima fonte d’ispirazione è stata Giorgio Prezioso, nel lontano ‘92. Come pensi, oggi, che un ragazzo possa coltivare la passione per il DJ? Cosa gli consiglieresti

Consiglierei di non prendere ad esempio il classico DJ che passa a caso la Top50 di Spotify… il più delle volte, in Italia, è un PR riciclato! Un DJ è una persona che ha una vasta cultura musicale, conosce il genere che suona, conosce i dischi e soprattutto li sa mettere a tempo. Ci vuole tanta pratica, anche se adesso con gli strumenti attuali è un po’ più semplice. Al di là degli strumenti con cui si vuole iniziare, consiglierei di partire col giradischi (anche se sarei troppo di parte a dirti una cosa simile) e di imparare tecnicamente come fare. All’epoca sono stato molto fortunato ad avere come maestro Prezioso, era più forte in Italia a fare scratch ed a mettere i dischi: oggi non c’è più quella scuola lì, molto più avanti di quella attuale.

Articolo di Loris Bellitto

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