Beba: «Nella musica vincerà chi è emotivamente forte»

Nell’album di debutto “Crisalide” in uscita domani c’è davvero tutta l’essenza dell’artista torinese, che proviene da una metamorfosi personale e artistica a 360 gradi
Beba. Foto: Mattia Guolo
Beba. Foto: Mattia Guolo

Beba, al secolo Roberta Lazzerini, classe ’94, non è più la rapper di Tonica. È molto di più. E lo dimostra in Crisalide, l’album di debutto in uscita domani per Island/Universal Music Italia, in cui condensa la migliore versione di se stessa. Tra il suo passato e il suo presente c’è una trasformazione ancora in atto, che la sta rendendo sempre più cosciente di chi è e cosa vuole essere nel panorama musicale italiano.

Non più quella di Tonica, quindi, e neanche più del Machete Mixtape 4 (la prima donna in assoluto della saga). Le rime e l’attitudine grintosa ci sono ancora, ma in una nuova forma, che ha subìto una transizione verso testi più attenti e significativi e un approccio a una scrittura che dica realmente qualcosa, in grado di smuovere gli animi di chi la ascolta.

Senza porsi nessun limite, perché il nuovo album di Beba non è un disco rap, è un disco di musica. Che l’artista ha voluto esplorare in lungo e in largo su diversi sound per raggiungere un obiettivo: raccontarsi attraverso le proprie emozioni ed esplorare luci e ombre delle relazioni, per uscirne più forti, consapevoli e maturi, come l’attimo prima di schiudere la Crisalide.

Vorrei iniziare dal titolo del tuo album. Chi era Beba prima di chiudersi dentro la sua Crisalide? E come pensi sia cambiata quella che ne è uscita?

Non so se ne sia ancora uscita! Sono entrata in questa fase di metamorfosi e crescita, ma non si è ancora conclusa. Quando sono entrata nella crisalide ero un po’ disorientata: con il lockdown ho riorganizzato identità e direzione del mio progetto perché non mi ci ritrovavo più, non mi sentivo più nella mia pelle. Crisalide racconta tutto ciò che non ho mai raccontato, come se stessi scrivendo un libro, riaprendo anche cassetti che sono rimasti chiusi. Quando mi sono avvicinata al rap mi ero chiusa in un’armatura, lottando per farmi rispettare. Ora sono cresciuta e quella veste lì mi stava stretta.

Questa apertura si riflette nei tanti generi di Crisalide, in cui non c’è solo la Beba rapper, ma un’artista a 360 gradi. Cosa ti ha spinto a sperimentare in questo modo, come hanno fatto tanti altri artisti partiti dal rap?

Il bisogno di uscire da una categorizzazione e da un genere limitante come può essere il rap (per me). Sentivo di voler sperimentare, fare musica a 360 gradi, cantare. Essere un’artista più completa, perché dopo tanti anni non riuscivo più a esprimermi al 100% con solo quelle sonorità lì.

Ed è una cosa partita esclusivamente da te, o ci sono stati dei fattori esterni che ti hanno influenzato, persone con cui ti sei magari confrontata che ti hanno fatto accorgere che si poteva fare di più nella tua musica?

In realtà me ne sono accorta da sola, nel momento in cui ho iniziato a scrivere ed è arrivato un momento in cui non riuscivo più a farlo. Per continuare ho recuperato l’emotività con cui scrivevo all’inizio, senza aspettative, senza pensare a nulla se non a quello che volevo comunicare. E mi è venuto spontaneo farlo in un modo che non era strettamente rap, cercando altre reference che mi hanno gradualmente fatto aprire a questa vasta gamma di sonorità – anche insieme a un team che mi ha dato ottimi consigli nel realizzare il tutto – ma senza nessuna imposizione dall’esterno.

beba
Beba, la cover di Crisalide

Su questo disco hai detto che la musica per te ha avuto quasi una funzione salvifica. Per sfuggire da cosa, esattamente?

Quella frase che ho detto era sicuramente legata a Narciso, il brano in cui racconto questa relazione tossica che ho vissuto all’inizio della mia carriera nel momento in cui cominciavo a farmi un nome in ambito musicale. La persona non gradiva che io emergessi per diventare una donna di successo. In questo senso la musica ha avuto quella funzione perché ho messo il mio sogno al primo posto e così anche me stessa. Se fosse stato solo “me stessa” non sarei stata capace di staccarmi da un momento in cui non puntavo al mio bene come priorità. Mettendo la musica al primo posto e quindi anche me, ci sono riuscita.

Infatti di Narciso ne abbiamo parlato molto anche nella nostra ultima intervista. Che riscontri hai avuto dal tuo pubblico? Pensi che parlarne apertamente abbia dato una mano a chi si è trovato nella tua situazione?

Ancora oggi mi arrivano tanti messaggi che leggo davvero con un nodo alla gola. Ho scritto Narciso perché era una storia che tantissime persone vivevano e che in pochi hanno raccontato, soprattutto dal punto di vista femminile. Mi hanno detto che si sono ritrovate in quello che ho scritto, ringraziandomi per aver messo nero su bianco una situazione che non riuscivano a razionalizzare. Molte persone hanno aperto gli occhi, altre hanno trovato “pace” nell’avere me come portavoce. Sono molto contenta del singolo e del suo impatto.

In tracce come Chiara indaghi sempre il tema delle relazioni, ma di amicizia. Come cambia la vita di una ragazza normale che diventa famosa? Cosa cambieresti se dovessi tornare indietro?

Parto con il dirti che non cambierei nulla. Per me tutto succede per un motivo, anche le esperienze peggiori sono mezzi che l’universo ci dà per affrontare le cose nel modo giusto. Ti dico anche che da quando faccio questo lavoro ho sempre gli stessi amici al mio fianco, gli amici veri. Persone che mi hanno visto crederci e puntarci tutto, e che ci hanno creduto con me. Ho selezionato con gli anni (perché quando ero più giovane non ero così brava) le persone giuste, non ho tipo “perso tutti” quando sono diventata famosa. Poi certo, le persone vanno e vengono, ma i miei amici del cuore, diciamo, sono gli stessi da anni.

Un’altra figura che ti è sempre stata vicino è Rossella Essence, che nelle tue produzioni è un punto fermo, anche in questo disco. Come procede questo sodalizio?

Io e Rossella siamo sempre un duo, ci siamo fatte strada insieme e lei è stata la mia spalla. In questo momento abbiamo avuto entrambe la necessità di staccarci dal punto di vista creativo (ma non personale). Lavorando sempre solo con lei dovevo anche avere nuovi stimoli e impulsi, quindi sentivo la necessità di lavorare con tante altre persone per questo disco. Lei comunque c’è sempre, nel mio lavoro e nel mio percorso.

Riguardo gli altri ospiti dell’album, come Willie Peyote e la cittadinanza che vi accomuna, cosa ti ha guidato nella scelta?

Tutte le collaborazioni del disco sono nate in modo totalmente spontaneo e naturale, mosse da una stima artistica e personale. Non c’è nulla di studiato a tavolino, volevo solo portare buone vibrazioni. Perciò ho fatto un pezzo con il mio amico Angelino (Panebianco) su cui io punto molto, poi con Willie – con cui sono amica da dieci anni. Con Myss Keta, dai tempi de Le ragazze di Porta Venezia ci siamo ripromesse di fare un pezzo insieme. Vipra invece mi piace moltissimo e si farà strada, abbiamo fatto dei giorni in Salento di full immersion in musica e buon cibo! E Carl Brave stessa cosa, lui mi scrisse per farmi i complimenti per Narciso, e visto che sono sua fan non mi sono fatta sfuggire l’occasione di venire a Roma a fare un pezzo.

Tornando alla tracklist, in Bambola invece sposti l’attenzione sul gender gap sia in ambito artistico che per gli addetti ai lavori nella scena musicale. Secondo te si sta facendo abbastanza in questo momento? E cosa si dovrebbe o potrebbe fare?

Se avessi la soluzione in tasca farei io qualcosa! Intanto ci vorrebbero tante prese di posizione che è difficile prendere. Iniziare anche a collaborare fra donne per stima, e non per imposizione discografica o perché manca la quota rosa nel disco, come dico nel pezzo. Ho la sensazione che i personaggi femminili in Italia si facciano sfruttare senza rendersene tanto conto. Lo dico perché ci provano anche con me, quindi parlo della mia esperienza personale.

E poi c’è una grandissima mancanza di autrici donne, sarebbe bello ci fosse integrazione non perché “manca la quota rosa”, ma perché quelle brave non vengono valorizzate e gli autori che girano sono sempre gli stessi. Che spesso scrivono pezzi per le donne facendosi portavoce di concetti femminili o femministi. Senza essere arrogante, mi sono fatta un’idea su come le donne sono viste e su come ci illudono di essere considerate, o posizionate. Cosa a cui mi sono sempre opposta. Va anche detto che noi donne sappiamo autosabotarci essendo competitive tra di noi, e questa cosa è un limite nostro.

Tutto ciò, quando hai cominciato nel rap, si è anche sentito di più, immagino.

L’esempio più banale è stato il fatto che i giornali volessero eleggere per forza la regina del rap italiano nel momento in cui iniziavano a emergere delle figure in Italia, e questa cosa ci ha mandato in tilt perché tutte vogliono esserlo! È l’industria che ti porta a voler primeggiare e la competitività non può che essere deleteria. Io stessa ci sono finita, non voglio elevarmi al di sopra di tutto ciò. Ma mi auguro che andando avanti ci sia una così vasta scelta non di donne nel rap, ma di donne che fanno musica. Ora questa cosa si sente di più perché siamo in poche.

Monica Bellucci, in chiusura del disco, è quella che torna proprio sullo stile del rap. Secondo te qual è il futuro di questo genere, ora che sta cambiando così tanto?

Secondo me siamo in un momento storico e socio culturale in cui c’è la necessità di emozioni e contenuti, e concetti. Quello che citi è un pezzo molto rap, scritto con l’attitudine di come la gente mi conosce, ma non c’è superficialità nel pezzo. Cosa che invece tendevo a fare in certi pezzi più leggeri, più rap. In questo voglio che sia evidente la mia evoluzione, ci tengo e mi rendo conto di essere stanca della pochezza, e penso lo sia anche il pubblico. Qualunque direzione il rap possa prendere, sono convinta che ci sarà sempre meno spazio per la superficialità e la vuotezza, e sempre di più per chi ti fa arrivare le emozioni nella pancia. Non riesco a sentire Blu Celeste di BLANCO senza piangere, ad esempio! Ti arriva. Vince chi è emotivamente forte.

Domanda bonus: che rapporto hai con TikTok e com’è essere un’artista nell’era dei video virali?

È geniale e con una potenzialità gigantesca per la musica. Per me è sciocco non sfruttarlo! Dal canto mio ci ho messo un attimo a capire come usarlo, ora ci gioco molto e lo uso con le mie canzoni per condividere delle cose divertenti con delle scenette (mi piace anche un po’ recitare). È più veloce, leggero, instantaneo. E non ci sono solo ragazzini che fanno balletti!

Incontra Beba agli instore di Crisalide:

22/10 h 17.00 – Milano – Mondadori Megastore – Piazza del Duomo
25/10 h 17.00 – Torino – Mondadori Megastore – Via Monte di Pietà 2
26/10 h 17.00 – Roma – Mondadori Bookstore – Via Appia 51
27/10 h 16.30 – Firenze – Galleria del Disco – Piazza della Stazione
28/10 h 17.00 – Napoli – Mondadori Bookstore – Via degli Acquari

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