Beastie Boys: l’avventura di tre geniali ex goliardi

Da poco è uscito Beastie Boys Music, contenente il meglio della produzione del mitico trio newyorkese. Qui un assaggio della rubrica History of Music del numero di novembre
Beastie Boys - Beastie Boys Music - foto di Vittorio Catti
Foto di Vittorio Catti

È in circolazione Beastie Boys Music (Universal Music), una sorta di best of imperdibile per gli amanti (ma anche i neofiti) del terzetto newyorkese. Ecco un estratto da History of Music del numero di novembre di Billboard, in cui Alberto Campo racconta un suo incontro con la band.

Risale al luglio del 1992 il mio primo incontro con loro, a margine di un concerto al Rolling Stone di Milano. Ma fu la seconda volta che ebbi una conversazione più articolata con i tre fu a Lisbona, nel giugno 1998. Stavano promuovendo il quinto album, Hello Nasty, ed erano la cosa più “cool” che ci fosse in circolazione: dei veri divi alternativi.

Si trattava infatti del gruppo maggiormente rappresentativo di quel decennio, poiché ne rispecchiava e rielaborava l’intrinseca contraddittorietà. Un laboratorio vivente nel quale entravano in contatto e si amalgamavano alcuni codici fondamentali delle recenti sottoculture giovanili. L’urgenza emotiva del punk, l’estetica innovativa dell’hip hop e l’istinto onnivoro del post-modern.

Non più nerds, come dimostravano i capelli brizzolati di Adam Nathaniel Yauch, alias MCA, il più anziano tra loro. In veste di “ministro degli esteri” del trio, era supervisore del Tibetan Freedom Concert. Si era appena tenuta la terza edizione, attraverso il Milarepa Fund, creato dopo la conversione al buddismo insieme all’attivista Erin Potts, incontrata durante un viaggio in Nepal. All’inizio per incanalare le royalties relative all’uso delle voci dei monaci campionate in Ill Communication. Poi evoluta in organizzazione di sostegno ai diritti civili nel Tibet oppresso dal dominio cinese.

“Una piccola cosa che doveva valere da esempio, un gesto di protesta contro chi nega la libertà di espressione con la tortura e l’omicidio”, mi spiegò allora, mostrandosi sorpreso per la reazione del governo di Pechino, che aveva minacciato di mettere al bando gli artisti – Radiohead, R.E.M., Pearl Jam e Red Hot Chili Peppers, fra i tanti – esibitisi all’RFK Stadium di Washington.

Michael Louis Diamond, ossia Mike D, era delegato invece alla gestione dell’etichetta Grand Royal. Eterogeneo il catalogo accumulato dal 1992 al 2001: da Sean Lennon ai rumoristi berlinesi Atari Teenage Riot. Associata ad essa c’era l’omonima fanzine di lusso (sul primo numero in copertina c’era Bruce Lee). Fu lui a chiarirmi la ragione sociale dell’impresa. “Siamo cresciuti con la vecchia scuola dell’hip hop, ciò che ascoltavamo da ragazzini a New York negli anni Ottanta. Run-DMC, Public Enemy, KRS-One, De La Soul, A Tribe Called Quest… Sono stati loro il movente che ci ha spinti a fare gli MC e a produrre dischi”.

Ad accelerare la svolta aveva provveduto nel 1983 l’ingresso in formazione di Adam Horovitz, brevemente Ad-Rock, che diede slancio alla transizione dall’hardcore punk originario – documentato antologicamente da Some Old Bullshit nel 1994 – al rap. Da un paio di anni Mike e l’altro Adam costituivano il nucleo di un quartetto – con John Berry alla chitarra e Kate Schellenbach alla batteria – che suonava canzoncine rozze e ipercinetiche nei covi del sottobosco cittadino, dal CBGB al Max’s Kansas City, facendo da spalla ai vari Bad Brains, Dead Kennedys e Misfits: “Eravamo un incrocio tra Black Flag e Monty Python”, afferma Mike D in Beastie Boys Story. Atto di nascita, nell’agosto 1981, era stata una festa di compleanno, il 17esimo di Yauch, tipo Animal House in salsa punk: parlare sporco, arrembare femmine, suonare fracassone, in sostanza fare casino.

Il resto è storia…

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