Alla scoperta di Sina: «Voglio fare dischi che restino»

L’artista sardo Sina ha raccolto i brani che aveva condiviso su Telegram e Instagram nell’EP My Love Lockdown (Midnight Sun), in cui cita anche Guè
Sina, Giulia Bersani

My Love Lockdown (Midnight Sun), il primo EP di SINA – disponibile su tutte le principali piattaforme digitali per Island Records/Universal Music – si tiene bene a distanza dalle più pacchiane forme d’arte e d’intrattenimento.

Nel rap, ben inteso, ci sono anche queste componenti, con una storia importante alle spalle. Ma una delle forze del genere è la capacità di avere qualcosa da dire a chiunque, come un traduttore istantaneo che intercetta i linguaggi più viscerali e universali, senza censure, tabù o esclusioni. Sia che ci si voglia divertire, che perdersi per ritrovarsi.

Nel progetto il rapper sardo fa delle precise scelte di campo. Sa come non vuole suonare, ma soprattutto cosa vuole dire. In questo caso, c’è l’esperienza personale al centro di tutto.

Quella di Sina è musica che immortala i momenti, frutto della spontaneità. A dare man forte al suo timbro lieve e intenso, prime penne come Mecna e CoCo, la preziosissima Priestess, giovani promesse come Malakay e Yamba.

Menzione dovuta ad un lavoro grafico di spicco, ispirato all’immaginario dei film di Miyazaki e dello studio Ghibli.

Nonostante si tratti di un EP, c’è tutta l’ambizione e la passione possibile per trasformarlo in un piccolo classico per i fan. Abbiamo intervistato Sina per scoprirlo assieme a lui.

Partiamo dall’artwork del progetto.

Sono sempre stato un fan di Miyazaki. Durante la quarantena dato che come tutti avevo un sacco di tempo a disposizione (ride, ndr) ho riscoperto i suoi film visti da piccolino – chiaramente ai tempi non li avevo capiti bene come durante il lockdown. Un paio sono stati di grossissima influenza per l’EP, La Città Incantanta e Il Castello Errante di Howl. Il primo mi ha ispirato a scrivere Ok 🙂 , dove il tema della crescita è parallelo al pezzo, come ne La Città Incantanta. Lì la protagonista affronta l’avventura ai limiti del surreale. C’è tutto quel filone di crescita personale, il diventare grandi e assumere determinate consapevolezze. Mi ha ricordato un po’ i cambiamenti vissuti nel mio caso, fai conto che mi sono trasferito a Milano tra gennaio e febbraio, sono entrato nella casa nuova l’1 marzo, e il 10 è partito il lockdown. È stata una situazione particolare. In ogni caso, l’universo anime ha sempre fatto parte di me e della mia infanzia. Si sposa con le dinamiche della mia musica, molto descrittiva dei rapporti personali.

L’EP trasmette dall’inizio alla fine vibe molto particolari ed eterogenee. Di sicuro non ci si annoia, anzi. Come sei riuscito ad imprimerle? Visto che hai citato il cinema, musica a parte, da che mondi prendi ispirazione?

Principalmente le cose che mi ispirano di più sono prese dalla vita normale. La chiave del progetto è la semplicità. Non sono Superman, non mi interessa scrivere cose del genere, preferisco parlare dei miei rapporti personali. La musica in realtà è stata un contorno, è servita solo per avere le vibes giuste per produrre. Non sono andato a prendere troppe reference in giro, se ascolti i tappeti musicali del disco si creano delle vibes del tutto personali. Le batterie sono molto lente, il suono è molto ambientale, comunque è una sorta di viaggio. È più che altro un flusso di coscienza, in cui prendo consapevolezza di varie cose durante la reclusione forzata. È stato terapeutico scriverlo.

Il sound è molto curato e strutturato lungo tutta la tracklist. È quasi come se ci fossero due dischi in uno, quello con le liriche e quello senza.

I testi sono fondamentali, e spero che come progetto resti, che non sia soltanto una fotografia di quel periodo. Mi sembra abbastanza fuori dal tempo, è così intimo e così personale che mi potrebbe rappresentare anche a dei ragazzi che se lo sentiranno tra 5 anni.

Ma mentre ci lavoravi percepivi il valore terapeutico e la continuità di fondo?

Quando ho iniziato a buttare fuori i pezzi su Instagram non avevo idea, è stata una cosa super-naturale. Per farti capire, ti faccio l’esempio di Notti: mi sono svegliato la mattina, ho fatto una storia su IG mettendo solo «a quest’ora sarà fuori una cosa». Fine. Non avevamo né visual né pezzo mixato, era proprio una cosa istantanea. Non sapevo che avrebbe avuto un impatto cosi bello, come i messaggi che mi arrivavano. La chiave del disco è la spontaneità, non mi sono fatto viaggi particolari, ho dato alle persone quello che mi sentivo in quel periodo. Ed è stato una sorta di palliativo per tutti.

Alcuni feat lanciano un messaggio chiaro su come intendi posizionarti come artista nella scena, Mecna e CoCo su tutti. C’è una collaborazione di cui sei particolarmente orgoglioso?

Non è una paraculata, ma sono davvero contento di tutti. Il pezzo con Priestess è una perla, uno dei più belli che sia mai uscito tra i miei. Anche Mecna l’ha fatto suo, ha proprio capito il viaggio. La musica di CoCo mi fa impazzire sotto ogni aspetto. Suono, mood, estetica…

Sono due progetti molto diversi, ma quel lavoro sulla continuità del sound che attraversa il tuo EP ricorda per certi versi quello fatto su Acquario, disco sofisticato da ogni punto di vista.

È un gran complimento! Tra l’altro mi ha stupito che Fragile l’abbia scelta lui. Inizialmente l’avrei voluto su Iris / 3 a.m, volevo fare un po’ la hit, ma alla fine ha scelto Fragile. È stata la scelta della vita! Mi ci rispecchio un sacco nella componente di fragilità che ha lui. M’ha proprio shockato, mi sono detto “va benissimo così, anzi meglio”. Yamba lo rispetto tantissimo. Ricordo quando un mio amico mi ha fatto sentire i suoi primi pezzi, siamo cresciuti insieme a livello musicale anche se non ci conoscevamo. Ho sempre pensato fosse una personalità capace all’interno della scena. Poi spezza il sound del disco, spezza quella continuità che qualcuno potrebbe leggere per monotonia. Malakay è un fratello, mi ha ospitato a casa sua prima del lockdown. Davvero un pezzo di vita.

È risaputo, l’attenzione calante dell’ascoltatore sta penalizzando i dischi. Sarà l’EP il giusto compromesso in futuro tra il singolo e l’album?

Dipende dal momento della carriera. Se adesso fossi uscito con un disco di 15 tracce pieno di gente non avrebbe aiutato il mio percorso. Non si deve avere fretta, sono domande che non mi dovrei fare nemmeno. Per come la vedo io voglio fare dischi che restino, conta più di tutto. Vorrei fare degli album che la gente si porti dietro. Sembra un’utopia nel 2020 data la situazione, è un discorso discografico che riguarda tante cose. Ma vorrei comunque fare qualcosa che resti, dare qualcosa di reale che gli serva.

Sina e la scena sarda: continuità e discontinuità.

Ti dirò, non mi sono troppo guardato intorno in Sardegna. Chiaramente ho i miei nomi Oltreoceano e qualcuno nel Continente, e ci sono tante realtà che non conosco al di là di Machete che vanno forte, ma credo di avere ben chiara la mia identità. Penso che essere nato ad Alghero mi abbia aiutato. Alla fine “isola” è isolamento anche musicale, e Alghero è isola dentro l’isola, a) perché è difficilissimo uscire da lì, b) la cosa positiva è che essendo così isolato non riesco a farmi toccare da dinamiche che non mi piacciono a livello di rap sardo. È molto tecnico, basato sul rap puro, parliamo di extrabeat, di grande tecnica a livello lirico… io non mi sono mai messo paletti, ho sempre cercato di andare oltre al rap. Anche esprimere se stessi. Ok la ricerca musicale, ma esprimersi. Se io sono questo a livello di sound, in un posto cosi isolato non è scontato che si chiudano nella comfort zone. Ad un certo punto non trovavo nessuno che avesse la stessa testa che avevo io. Anche per questo tutte le mie produzioni sono uscite in maniera spontanea.

Due parole su Vintage / Bla Bla: davvero un gran pezzo.

Me lo dicono un po’ tutti, non mi aspettavo che colpisse cosi tanto. È stato molto importante, anche perché è nata per ultima nel vecchio progetto che è uscito su Telegram, ed è stata l’ultima canzone caricata su IG. Da lì la situa è decollata, mi hanno notato alcuni magazine del settore. La forza del pezzo è la scrittura, penso sia scritto molto bene, e che sia molto forte a livello di messaggio. C’è anche una citazione a Grande di Guè Pequeno, dell’album Ragazzo D’oro, quando dico “Ma tu m’insegni a realizzare i sogni / E ora i miei sbagli sono solo dettagli”. Con quel disco, a 16 anni, ho capito che avrei fatto questa roba. Tra l’altro l’ho riscoperto in quarantena. Ho scritto prima la strofa, il ritornello l’ho scritto un giorno dopo. È un po’ staccato dalla strofa, è molto dritto. Mi hanno stancato le dinamiche dove si parla troppo di risultati e non risultati, basta viversi meglio la situazione.

Hai scritto su IG che con My Love Lockdown si è chiuso un cerchio. Qual è la tua prossima mossa? Sei già nel futuro?

Assolutamente! Mi prende benissimo pianificare al dettaglio, ho già un concept per il disco nuovo e ci sto lavorando. Mi porterò sempre avanti, sicuro.

Ascolta My Love Lockdown (Midnight Sun)

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