Alla scoperta di Alda, talento di Asian Fake che ci insegna che avere paura non fa paura

L’artista italo-albanese ha pubblicato l’EP d’esordio “Tana Libera Tutti”, contenente sei tracce che offrono soluzioni di scrittura notevoli e un fresco approccio urban ad alto tasso emotivo. Ieri si è esibita al MI AMI
Alda - Tana Libera Tutti - intervista - foto di Dario Sbattella
Alda (foto di Dario Sbattella)

Alda è di corporatura minuta e si veste perlopiù di nero: sul palco di un locale semibuio praticamente scompare. Eppure si mangia la scena e il pubblico rimane incollato ad ascoltare le sue barre fitte di simboli e incastri metrici inusuali. L’abbiamo vista alla prova all’Apollo di Milano in uno showcase organizzato dalla sua etichetta, la sempre notevole Asian Fake, e siamo sicuri che ci siano degli ottimi presupposti per una crescita artistica da tenere d’occhio. Ieri si è esibita al MI AMI di Milano.

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Adesso Alda aggiunge un ulteriore tassello al suo percorso: la pubblicazione dell’EP d’esordio Tana Libera Tutti. Il lavoro contiene sei tracce in cui l’artista italo-albanese non esita a sondare i recessi più spigolosi del suo animo per esorcizzare i propri demoni interiori. Una scrittura iper-personalizzata che inevitabilmente finisce per parlare un po’ di tutti noi.


Nonostante la cupezza e il senso di desolazione di certi brani, è un approccio molto “fresco” e innovativo all’urban italiano. L’abbiamo contattata per farci presentare un progetto così particolare.

Sei entrata in Asian Fake tramite il progetto Hanami. Da quell’opportunità in che modo il rapporto si è evoluto in una piena collaborazione professionale?

Dopo Hanami non sapevo che sarei entrata in Asian Fake, è stato tutto molto casuale. Ho continuato a lavorare ai miei pezzi, a un certo punto li ho presentati alla label e sono piaciuti. Da lì mi hanno proposto di lavorare insieme. Ma prima di allora era tutto un’incognita, non sapevo cosa sarebbe successo.

Nella tua musica metti tutta te stessa, comprese emozioni complesse e stati d’animo negativi. Per te la scrittura cos’è: uno sfogo, una terapia?

Per me scrivere è tutto. Normalmente non sono una persona che comunica troppo, anzi sono molto chiusa, introversa, e faccio molta fatica a gestire i rapporti con gli altri. Scrivere per me significa in primo luogo sfogarmi, ma soprattutto trovare un appiglio per cercare un legame con gli altri. È indispensabile per la mia salute mentale.

Un aspetto che colpisce dei tuoi pezzi sono quei giochi metrici particolari, con parole stravolte pur di farle entrare nella ritmica (“acqùa”, “pista ciclabìle”, “numèro”, “pettìne”). Da dove viene questa cifra stilistica?

Anche questo è un caso. A forza di scrivere, mi sono accorta che facevo questi giochini di parole. Poi ci ho riflettuto. Io sono di nazionalità albanese e spesso in Albania si prendono questi accenti: invece di “acqua” un albanese direbbe “acqùa”. Non so se faccio questo gioco inconsapevolmente, potrebbe anche essere. Ma magari è solo una casualità.

I tuoi testi sono sempre molto ricchi di immagini, simboli e metafore, anche con un certo gusto “ermetico”: ci sono dei poeti o degli scrittori che ami in particolare?

Non sono una grande fan della narrativa, perché quando leggo romanzi mi perdo e non riesco a seguirli. Le poesie invece le ho sempre trovate brevi, concise, quindi mi è sempre piaciuto molto leggerle. Per un sacco di tempo ho letto a ripetizione soprattutto Fernando Pessoa: il Libro dell’inquietudine l’ho letto non so quante volte e ogni volta mi sembra di rileggerlo per la prima volta.

Alda - Tana Libera Tutti - intervista - foto di Enrico Luoni - 2
Alda (foto di Enrico Luoni)
Alda, nei testi parli di te al maschile e per esempio in Preconcetti dici “Cosa si prova a sentirsi una donna / io probabilmente non lo saprò mai”. Mi fai capire meglio cosa intendi?

In realtà lo so cosa si prova a sentirsi una donna, semplicemente a volte me ne dimentico. Piuttosto intendo: cosa si prova a sentirsi un individuo. Ci sono persone che a volte possono farti dimenticare quello che sei. Parlo al maschile, anche qui, per caso. Una volta dicevo di farlo perché in primo luogo sono un individuo, ma non so se è per questo. È un lavoro inconscio che ancora devo scoprire, in realtà. Mi devo ancora studiare e capire perché scrivo determinate cose.

Parlando di Millepiedi hai detto: “Il messaggio che vuole lanciare è che anche le esperienze più dolorose possono essere formative”. Mi dici di più su questo concetto?

Millepiedi è forse il mio pezzo preferito, insieme a Preconcetti. In entrambi i pezzi parlo praticamente della stessa cosa, ma cambia l’intenzione. In Preconcetti sono avvilita perché vorrei riuscire a non dare peso alle parole che mi hanno ferita. Invece in Millepiedi lancio un messaggio molto più speranzoso: mi accorgo che tutte le esperienze, anche quelle negative, a loro modo possono essere formative. E questo pezzo riprende un po’ il concetto di tutto l’EP: è normale avere paura, ma questa non deve compromettere le nostre azioni; piuttosto, deve darci ancora più coraggio.

Hai detto: “Nonostante l’Italia in cui vivo, e l’Albania in cui sono nata abbiano condizionato il mio modo di essere, non riconosco in me un’identità nazionale”. È perché ti consideri apolide o è semplicemente una constatazione di come ti senti?

Sì, è una constatazione di come mi sento. Mi sono sempre sentita una pecora nera, fuori luogo. Non mi sono mai sentita adatta a nessun tipo di contesto, mi sono sempre vista ibrida.

Tu presenterai dal vivo l’EP al MI AMI. Al di là di questa importante data, che idee hai per i live, in generale?

Già ci stiamo lavorando. Suonerò sempre con Michele Nannini (che è anche produttore, ndr) e porteremo un po’ di pezzi: quelli dell’EP e quelli che ancora devono uscire. Non vediamo l’ora di suonare.

Ascolta Tana Libera Tutti di Alda

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