“2016: L’anno della trap”, intervista agli autori e al regista: «In quell’anno tutto è cambiato. Ora la musica è in mano ai giovani»

Abbiamo parlato con Alessandro Quagliata, Gabriele Baldassarre e Davide Vicari di 2016: L’anno della trap, la nuova serie firmata Esse Magazine in onda sul Nove e in streaming su Discovery+
2016: L’anno della trap

Se concepissimo la storia del rap italiano come una lunga linea temporale, uno degli anni cardine – una sorta di anno zero – sarebbe sicuramente il 2016. In quel frangente succede di tutto. Il gioco cambia, la musica pure e la storia non sarà più la stessa. C’è infatti un pre e un post 2016 nell’evoluzione del genere nel nostro Paese e a spiegarlo perfettamente sono i protagonisti stessi di quella rivoluzione artistica in “2016: L’anno della trap”, la serie targata Esse Magazine in onda sul Nove e disponibile in streaming su Discovery+. Ne abbiamo parlato con Alessandro Quagliata, Gabriele Baldassarre e Davide Vicari, rispettivamente autori e regista.

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Come vi è venuta l’idea della serie e perché avete scelto di focalizzarvi solo sul 2016?

Gabriele: L’idea nasce alla fine del 2019, era estate e stavamo pensando a delle novità a livello editoriale per il magazine. Avevamo visto che The Ringer aveva fatto questa giornata editoriale completamente dedicata al 1998 e raccontava tutto quello che era successo in quell’anno. Abbiamo quindi iniziato ad interrogarci su quale anno potessimo fare noi una cosa del genere e parlandone venne fuori il 2016. Qualche mese dopo si è presentata l’occasione di fare una serie e il nostro primo pensiero è stata incentrarla su quell’anno. La scelta è ricaduta sul 2016 perché è stato il momento in cui sono cambiate un sacco di cose. È cambiata la musica, è cambiato il modo di comunicare. È arrivato lo streaming che ha cambiato completamente la gerarchia della musica italiana. Chi era sopra ora è ultimo e viceversa, ora la musica è dei giovani.


A livello social ci sono state tantissime innovazioni che hanno permesso di trovare una nuova chiave di comunicazione, vedi il caso della Dark Polo Gang. C’è stata un’esplosione dello streetwear, sono arrivati migliaia di artisti nuovi con una nuova attitudine e una nuova immagine. Adesso non c’è più quella cosa del rapper à la Eminem che sale sull’autobus a testa bassa con le cuffiette, ora gli artisti vanno in studio, scrivono una melodia e ci mettono sopra un testo, e questo è un modo di fare totalmente nuovo rispetto a prima.

Alessandro: Aggiungo che uno degli elementi che ci ha spinto a fare 2016 è vedere la nostalgia che le persone provavano per quell’anno, che era una cosa molto strana. Solitamente si prova nostalgia per qualcosa che è legato ad un passato lontano. In questo caso già nel 2020 si percepiva un clima nostalgico per quell’anno. Poi in realtà la serie non fa riferimento solo al 2016, nella seconda puntata partiamo addirittura dal 2011 con un’anticipazione sulla Troupe d’Elite, quindi è chiaro che dietro c’è tutto un processo. Il 2016 però è diventato il simbolo di un cambiamento nella mente delle persone. All’inizio, quando abbiamo iniziato a parlare con Discovery, l’idea era quella di proporre una serie sull’evoluzione del rap italiano. Poi però mentre la stavamo scrivendo tornavamo sempre a quell’anno, quindi alla fine non poteva che essere quello il focus.

Quindi in un’ottica di confronto si potrebbe dire che il 2016 è stato una sorta di 2006 bis? Anche quello fu un anno di rottura importante per il rap italiano. Penso soprattutto a Fibra e Mondo Marcio che hanno portato il genere nel mainstream dopo anni in cui non se la stava passando proprio benissimo…

Alessandro: Sicuramente il 2006 è stato un momento molto importante anche se più piccolo a livello di dimensioni. I rapper che vendevano di più erano comunque in un sistema che non era il loro. La differenza principale è che nel 2016 si è creato un sistema fatto dai rapper per i rapper e per il pubblico del rap. Sono comunque d’accordo perché in entrambi i casi si parla di un periodo di rinascimento.

E secondo voi oggi si può parlare di quarta ondata del rap italiano? Forse quella del 2016 è stata un po’ una terza generazione del rap

Gabriele: Ti direi di sì anche se parzialmente. Molte delle cose che ci sono oggi sono figlie del 2016, non è arrivato un nuovo paradigma che ha ribaltato gli artisti che sono venuti fuori in quell’anno. Il fatto che nel 2022 il disco più venduto sia ancora quello di Rkomi è emblematico per capire che siamo ancora in coda al 2016. Per questo credo che la serie abbia molta rilevanza anche adesso, perché ora abbiamo la giusta prospettiva storica per iniziare a capire quanto quell’anno sia stato importante per la musica. Guarda anche solo la vittoria di Mahmood con Charlie Charles a Sanremo nel 2019; anche questa è una diretta conseguenza del 2016, una cosa che prima non avremmo mai potuto vedere.

È la dimostrazione che oggi la scelta la fanno i giovani, sono loro che muovono la discografia italiana. Credo comunque che tra poco arriverà qualcosa che cambierà ancora le cose, ma se succederà andrà di pari passo con una rivoluzione tecnologica.

Alessandro: Quello che non mi fa pensare che quella di ora sia una quarta generazione è l’assenza di volontà di “uccidere il padre”, che secondo me è ciò che definisce un passaggio generazionale. La generazione Club Dogo era diversa da quella precedente perché si distaccava dalla politicizzazione che caratterizzava il rap. La generazione del 2016 allo stesso modo ha rivendicato la sua originalità rispetto a ciò che già c’era. Nella generazione di ora non vedo dei particolari elementi distintivi. Diciamo che non credo che tra qualche anno faremo un documentario sul 2022!

Ecco, mi hai anticipato la domanda

Alessandro: Credo che se un giorno dovessimo fare un documentario sul 2022 riguarderebbe la situazione delle periferie di cui i nuovi rapper sono un simbolo.

Gabriele: Però se ci pensi anche questa importanza data al quartiere c’è già nel 2016 con Sfera, Ghali e gli altri, quindi alla fine torniamo sempre lì!

Tra l’altro a proposito di padri la voce narrante della serie è Jake La Furia, che ad un certo punto dice una cosa molto interessante riguardo l’uscita di Side dalla Dark Polo Gang, ossia che in quel periodo c’era un po’ la paura che il rap italiano non funzionasse. Secondo voi questa paura c’è inconsciamente anche adesso che è a tutti gli effetti il genere dominante in Italia?

Gabriele: Assolutamente sì, credo che si veda dal fatto che gli artisti sentono comunque un po’ il bisogno di fare qualcosa che raggiunga più persone. Ci sta eh, però forse è una cosa che risente ancora di quella paura che ci portiamo dietro dagli anni ’90 e che non riusciamo a scrollarci di dosso.

Alessandro: C’è anche un’altra cosa che a me personalmente dà molto fastidio, ossia che molto spesso ci sono artisti che denigrano le proprie origini musicali e tendono a dire “io non ho mai fatto rap”. La paura è legittima perché viviamo in un Paese molto tradizionalista e anagraficamente vecchio e questo timore ha attraversato un po’ tutti, anche Marra stesso. Quando ha fatto il secondo disco non sapeva bene cosa fare per replicare l’ottimo successo del primo, col tempo però non si è mai snaturato ed è un esempio estremamente positivo. Ha fatto due dischi incredibili che sono arrivati a tutti ma è rimasto sempre rap.

In effetti da parte del grande pubblico che non è proprio avvezzo al genere c’è sempre un po’ di diffidenza verso il rap e, soprattutto, la trap. Forse questa cosa è anche un po’ frutto dell’immagine che i media generalisti hanno restituito di questa musica, molto spesso demonizzata dai canali di informazione mainstream. Da addetti al giornalismo di settore, quanto secondo voi questo ha pesato sulla ricezione della trap in Italia?

Gabriele: Questo è un discorso molto complesso, secondo me è un problema che sta proprio alla radice della cultura italiana in cui tutto ciò che è nuovo o diverso deve buttare giù un muro di intolleranza assurdo. Il rap ha dovuto affrontare questa cosa per tantissimo tempo, così come tutte le cose che provano a porsi in alternativa ai modelli di riferimento. Sicuramente la stampa ha contribuito perché è la voce principale della cultura italiana. Questa cosa però nel tempo si è un po’ evoluta, come dice anche Fibra nella serie la stampa pre-social e pre 2016 era diversa, ogni cosa veniva questionata e andava spiegata. Recentemente mi sono rivisto delle vecchie interviste che i Dogo avevano fatto ed era una cosa allucinante. Da quando anche la stampa è costretta a sottostare ad un sistema social sta provando un po’ ad abbracciare la cosa.

Alessandro: Ma guarda banalmente stavo vedendo in questi giorni la serie su Wanna Marchi e ho pensato che ai tempi Striscia la Notizia ha trattato lei esattamente come aveva trattato i Sottotono, è allucinante. Hanno tentato di fare la stessa cosa anche con Achille Lauro, solo che a lui non hanno cambiato la carriera, ai Sottotono sì, e questo la dice lunga.

Passando invece alla realizzazione vera e propria della serie, com’è andata?

Davide: Tutto è partito parlandone tutti insieme e cercando l’approccio giusto alla cosa e una linea visiva che unisse tante cose diverse. La scelta principale è stata quella di suddividere il tutto in tipologie diverse. Alcune scene le abbiamo registrate in studio con un tono più “artistico”, tipo le parti in cui compare Rkomi, altre in location che rappresentano direttamente la persona, come quelle con Slait in studio. La volontà era comunque quella di far emergere gli artisti principali. Una cosa fondamentale è il racconto dei luoghi che vengono menzionati.

Abbiamo dato molta aria con queste immagini fatte con dei droni su Milano che sono secondo me molto rappresentative anche dell’immaginario che nel 2016 c’era nei videoclip. Anche quella è stata una rivoluzione. Abbiamo scelto di inserire anche tante animazioni, che sono un elemento decisamente importante, sono anche nella sigla. Con quello abbiamo dato un tono fresco a situazioni che non avremmo chiaramente potuto documentare altrimenti e stilisticamente riporta proprio a quel mood. L’idea di base era rendere chiaro tutto l’immaginario del 2016 anche a livello visivo.

Gabriele: Aggiungo che la scelta di avere Davide come regista è stata dettata dal fatto che nel frattempo è diventato uno dei registi di riferimento per tutti i videoclip più belli del rap italiano e volevamo avere un punto di vista che fosse il più interno possibile all’immaginario che avevamo in mente.

L’ultima domanda è d’obbligo. Vi chiedo un pezzo che secondo voi rappresenta a pieno l’essenza del 2016.

Gabriele: Eh, questa è tosta… Ti dico Wily Wily di Ghali perché secondo me è un pezzo che non assomiglia a nulla nella musica italiana e che ha aperto una porta storica e ha alzato il livello in una prospettiva internazionale.

Davide: Secondo me XDVRMX di Sfera, Luchè e Marra perché è stato proprio il passaggio di testimone dalla vecchia generazione alla nuova. È come se gli avessero passato lo scettro.

Alessandro: Anche io direi Wily Wily ma personalmente rimango molto legato a Sempre me di Ghali perché mi ricorda il liceo. Tutti noi in classe ascoltavamo quella musica e quella cosa mi fece ragionare molto. Era davvero qualcosa di grosso.

Intervista di Greta Valicenti

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