Gregory Porter: «Tutti i cantanti pop sfruttano le forme del jazz e del soul, io indico quelle radici»

La grande voce americana ha fatto tappa al Festival del Cinema di Venezia per presentare le tappe italiane del suo nuovo tour “A special evening with Gregory Porter”: Milano (18 novembre) e Padova (19)
Gregory Porter - intervista - foto di Erik Umphery - 1
Gregory Porter (foto di Erik Umphery)

Per gli amanti delle sonorità jazz/soul più classiche e classy, quella di Gregory Porter è una delle voci più familiari fra gli interpreti contemporanei di quel mondo musicale. Con il suo timbro limpido e baritonale, il gigante (in tutti i sensi) originario di Sacramento, California, si è fatto amare da un pubblico ampio grazie a uno stile raffinato ma molto “pop”, molto accessibile a tutti.


La sua è anche una storia di successo particolare, visto che è arrivato all’attenzione internazionale a ridosso della soglia dei quarant’anni (lui, classe ’71, ha pubblicato l’album d’esordio, Water, nel 2010). Dopo un decennio sotto i riflettori (e due Grammy vinti), gli anni del Covid l’hanno visto sfornare due progetti discografici: l’album di inediti All Rise (2020) e la corposa raccolta Still Rising (2021).


Adesso Gregory Porter può finalmente ricominciare a portare sul palco la propria musica. Il tour “A special evening with Gregory Porter” farà due tappe italiane: Milano (Teatro Dal Verme, 18 novembre) e Padova (Gran Teatro Geox, 19 novembre). I biglietti sono disponibili su Ticketmaster.

L’anno scorso hai pubblicato la raccolta Still Rising, con la sua tracklist lunga e variegata. Il jazz e il soul sono generi che non smettono di attrarre nuove generazioni di artisti: hai mai visto l’album come porta di accesso verso quei suoni per un pubblico più giovane?

Sì, a volte devi indicare alla gente da dove vengono le cose che fanno i nuovi cantanti. Justin Bieber ed Ed Sheeran, per esempio, si rifanno a sonorità specifiche che hanno un’origine precisa. E nella voce di Beyoncé ci sono tanto blues e soul. Si tratta solo di riconnettersi alle radici: gli artisti pop sfruttano sempre le forme del blues, del jazz e del soul. In un cantante come Sam Smith, poi, queste radici sono evidentissime.

Hai pubblicato il tuo primo album quando avevi quasi quarant’anni. Qual è il vantaggio di raggiungere il successo internazionale a un’età matura e un passo alla volta?

Per ogni artista una delle cose più importanti è capire chi sei e cosa vuoi dire. Trovare la tua voce a volte richiede tempo e l’attraversamento di diverse situazioni della vita. Non avevo quell’esperienza a 18 anni: sì, sapevo di avere un’ottima voce, ma non sapevo che farmene, cosa dire con quella voce. Per questo sono contento che ci sia voluto un po’ di tempo per arrivare a questo punto, perché adesso so cosa voglio dire. Con la voce e il tempo che ho voglio dire qualcosa che parli di ottimismo, amore, rispetto.

All’inizio della tua carriera hai lavorato a diversi musical. Ti manca qualcosa di quel mondo?

Amo la professionalità di quel mondo, con tutte le sue competenze tecniche: luci, suono, palco, costumi… È bello vedere l’energia che c’è dietro le quinte fra un tempo e l’altro. Mi manca, ma in qualche modo riesco a viverla ancora quando sono in tour. La differenza è che nel caso del teatro ti capita di stare in un posto solo anche per diverse settimane, mentre col mio lavoro viaggio molto, cosa di cui sono grato. Comunque penso di portare sul palco qualcosa che ho imparato a teatro, soprattutto nel modo di proiettare me stesso in uno spazio: cantare in un piccolo club non è uguale a farlo davanti a 8mila persone.

Nel 2016 ti esibisti sul Pyramid Stage di Glastonbury, palco piuttosto inusuale per un artista jazz come te. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Sì, mi piace l’idea di aver scavalcato una barriera. Ricordo che camminavo nel fango per raggiungere i concerti che si tenevano sui palchi minori. I britannici fanno festival in modo interessante: creano dei veri e propri villaggi musicali in cui la gente vive per qualche giorno. Magari anche senza lavarsi, anche se non è il modo in cui l’ho vissuta io! Nel backstage incontrai George Clinton, la grande mente dei Parliament Funkadelic, che mi fece tanti complimenti. Bellissimo.

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Gregory Porter (foto di Erik Umphery)
La religione ha avuto un ruolo importante nella tua crescita personale e musicale, anche perché hai iniziato cantando in chiesa. Cosa mi puoi raccontare su quella scintilla iniziale?

È la scintilla iniziale di molti cantanti, soprattutto afroamericani. C’è qualcosa che succede quando canti la grandezza di Dio: è una cosa che ti eleva emotivamente. La musica soul cerca di raggiungere quello stesso feeling, quello stesso sound, ma in modo profano. Ray Charles, Sam Cooke, Lou Rawls, Bill Withers… tutti i grandi hanno iniziato cantando in chiesa. Ciò che la gente prova quando ascolta Al Green, Prince, D’Angelo viene da qualcosa di preciso: dall’esperienza della celebrazione di una realtà superiore.

In diverse occasioni hai “flirtato” con le produzioni dance, per esempio in Holding On con i Disclosure e in Dry Bones con Troy Miller. Hai intenzione di farlo ancora in futuro?

Sì! Anche a me piace ballare. I Disclosure mi dicono che è una delle loro hit più durature, la suonano ancora oggi nei set. Appena la gente sente le prime note di voce impazzisce. Mi piace soprattutto il fatto che, pur con una sonorità diversa, si tratta pur sempre di una celebrazione dell’amore. Il messaggio è la cosa più importante. Sono un cantante jazz, ma se devo spostarmi verso un altro genere per esprimere un messaggio, mi sta bene.

Oltretutto negli ultimi anni c’è stata una rinnovata attenzione per produzioni in cui i beat dance incontrano voci jazz e soul come la tua. Qual è la tua impressione su questo fenomeno “crossover”?

È buona, anche perché non si tratta di niente di nuovo: la prima dance di Chicago e Detroit andava a pescare proprio fra le grandi voci gospel. Mi piace che attraverso queste produzioni dance le persone possano andare poi a scoprire il vero “nocciolo” della mia musica.

Hai dedicato un intero album al grande Nat King Cole, che hai registrato con un’orchestra di 70 elementi. Qual è stata la soddisfazione di realizzare un progetto legato alla tua più grande influenza musicale, e con un ensemble così vasto?

Era un progetto che sapevo avrei fatto prima o poi. Dovevo omaggiarlo per la sua influenza nella mia vita. Sono entusiasta del risultato e trovo ancora parallelismi sia fra le nostre vite che nella musica: cerco ancora di scrivere una canzone che sia profonda quanto Nature Boy: “The greatest thing you’ll ever learn is just to love and be loved in return”.

Ascolta la raccolta Still Rising di Gregory Porter


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