Giuse The Lizia, next big thing di Maciste Dischi. L’intervista

Il cantante, con Bologna e la Sicilia nel cuore, non aveva tra i suoi progetti la musica, ma ha pubblicato uno degli EP d’esordio più interessanti del 2021. La nostra chiacchierata
Giuse The Lizia
Giuse The Lizia, foto ufficio stampa

Un po’ Frah Quintale, un po’ Alex Turner degli Arctic Monkeys, sicuramente se stesso. Giuseppe Puleo, in arte Giuse The Lizia, pubblica oggi il suo primo EP, Come Minimo. Un progetto dove l’individualità non esiste e generi diversi si mescolano e incontrano in perfetta armonia.

Giuse The Lizia non aveva tra i suoi piani quello di fare musica. E la sua storia racconta perfettamente quella di tutti noi: non abbiamo mai davvero un’idea chiara di cosa possa riservarci la nostra vita e di come le nostre passioni possano aprirci le porte verso un futuro che non avremmo mai immaginato.

Abbiamo incontrato l’artista su Zoom per farci raccontare non solo il suo EP, ma per conoscerlo meglio, dalle influenze alla scelta del nome d’arte, fino al rapporto con il suo produttore, e amico fraterno, Mr. Monkey.

Te lo devo proprio chiedere: perché Giuse The Lizia?

Quando ho iniziato il progetto siamo rimasti per tre mesi fermi sul nome. Ho iniziato a flirtare con Maciste a dicembre e ad aprile, con il primo singolo pronto, non avevamo ancora un nome. C’era questo Giuse, immancabile, ma volevamo qualcosa che ci identificasse, perché Giuse da solo sì, ma chi è? Alla fine “The Lizia” è venuto a caso, di fatto non vuol dire un cazzo (ride, ndr), ma ci piaceva come suonava.

“Un anno fa non rientrava nei miei piani un EP, ma nemmeno la musica”. Quindi, cosa rientrava nei tuoi piani?

L’unica cosa certa che volevo fare era venire qui a Bologna e studiare, e così è stato fino a settembre scorso. A dicembre, dopo aver mandato una mail con una demo senza troppe aspettative, Maciste mi ha risposto. Da lì è cambiato davvero tutto il mio approccio, ma anche i miei piani.

Giuse The Lizia: «Non sento molto la dimensione individuale. Parlo sempre al plurale del mio progetto, non sono mai solo»

Quali sono le tue influenze?

All’inizio ho preso molto dagli ascolti dei miei genitori e dei miei fratelli. I primi molto più incentrati sul cantautorato, che anche se nella mia musica forse non si sente troppo in realtà c’è. Dai miei fratelli maggiori invece più britpop e rock, che mi sono portato fino alle medie. Al liceo è nato l’amore per il rap italiano, come Fabri Fibra, Marracash e Club Dogo. Qui c’è stato il primo incontro strano tra i miei vari ascolti che sono diventati il mio genere, che non ti saprei definire bene, ma è hip hop con suoni lo-fi. La svolta penso sia arrivata qui, quando ho iniziato ad appassionarmi davvero alle parole.

Ho trovato molto Frah Quintale degli inizi nei tuoi brani e nel tuo mood.

Vero, un botto (ride, ndr.). Per me Frah Quintale è l’artista più forte che abbiamo in Italia, sono un suo super fan e gli ho aperto un concerto al Doss. Per me è stato tostissimo beccarlo e sì, c’è anche lui nella mia musica.

Se da una parte abbiamo Frah Quintale, dall’altra abbiamo gli Strokes, di cui tu hai anche avuto una cover band. Come percepisci il passaggio dal gruppo ad un progetto da solita?

La cover band che avevamo era molto amatoriale, c’era tanto gioco e poca serietà. Adesso è tutto ovviamente molto più serio, ma io non mi sento solo. Tra Maciste e tutti i produttori, soprattutto Matteo (Mr. Monkey, ndr), io parlo sempre al plurale. Non sento molto la dimensione individuale, anche se effettivamente c’è.

Parlando dell’EP, parliamo della title track in cui dici “siamo fatti di ansia e paranoie”, ma anche “ci spaventa stare da soli”. È un aspetto che fa parte delle nostre generazioni, schiacciate dalla fomo e dall’ansia di dover fare tutte le esperienze possibili, in particolare dopo questi due anni.

Hai colto molto di questo brano, perché l’ho scritto proprio all’inizio del primo lockdown. Io in quel periodo non potevo vedere la mia ragazza, non ci siamo visti per mesi, e quel non sentirsi dentro nulla, dinamiche sociali comprese, mi ha fatto capire che non sono fatto per una dimensione individuale. Ho bisogno di stare con le persone e condividere. Per me è stato un periodo terribile, escludendo qualche cosa carina, e questo pezzo è uno dei più veri ed è il centro dell’EP.

Il brano mi sembra collegato a Vietnam e, in questo pezzo, la definizione che tu dai della parola “sottoni” è semplicemente perfetta: “cuori sottomessi ad amori un po’ incerti”.

Non avevo notato che questi due brani fossero collegati, ma sicuramente condividono lo stato d’animo. Io sono abbastanza insicuro nelle mie relazioni a livello amoroso e ho mille paranoie e sarà così per sempre (ride, ndr.).

In post alluvione parli di Bologna. Com’è stato il passaggio dalla Sicilia? Sono due realtà completamente diverse e tanti hanno l’esigenza di scappare dall’isola, che spesso non dà molte opportunità.

Io non sono fra quelli che volevano scappare e non si sentono a loro agio nel paese d’origine, anche perché non sono cresciuto in un contesto chiuso. Però ad un certo punto andarsene per molti è l’unica, lo è stato anche per me, perché volevo conoscere altro. Cambiare città ti cambia la vita, ma non sono uno di quelli che non tornano a casa a Natale (ride, ndr.). Ci tengo alle mie origini e ripensando ai momenti che ho passato a Bagheria sono contento.

Tipo fine ha diversi richiami pop punk e dimostra, come tutto l’EP, che non ti sei voluto soffermare su un genere solo, ma sperimentare il più possibile.

Il pezzo fa parte di quella parte di me più orientata verso il rock e il pop punk. Quando abbiamo iniziato a lavorarci io e Mr. Monkey lui ha iniziato a dire che io sono il suo Alex Turner. Tra l’altro mi ha appena scritto, mandandomi una demo e dicendomi “dobbiamo farla diventare gigante e devi essere il mio Alex Turner, anche se tu sei meglio” (ride, ndr.). Nel brano c’è anche Novelo e come ci sta lui qui non ci poteva stare nessun altro. Quella che ascolterete tra l’altro è l’ultima versione, perché l’abbiamo modificata per renderla ancora più figa.

Dal rapporto con Mr. Monkey a Sanremo Giovani

Hai citato diverse volte Mr. Monkey, avete un gran bel rapporto.

Io e Matteo abbiamo un rapporto che è più umano che lavorativo, è un fratello. Mi ha sorpreso tantissimo, perché è un musicista incredibile, non immaginavo a che livelli potesse arrivare. Come dicevi anche tu ha questa caratteristica di cambiare moltissimo, un po’ come me, e con lui mi trovo perché spaziamo tantissimo.

Leggevo che hai un avuto un incidente in motorino e ti sei spaccato lo zigomo. Da qui hai raccontato che le tue canzoni sono come le tue cicatrici. Hai un attaccamento molto forte a quello che fai, nonostante non pensassi di fare musica fino a qualche tempo fa.

Quel parallelismo è figo perché ho paragonato le cicatrici a qualcosa che ti segna e ti fa ricordare un periodo, ed è la stessa cosa per le canzoni. Intimamente sai cosa sono, come sono state concepite e come le hai vissute. Riascoltando i brani, che hanno tutti almeno un anno, mi riportano a tempi insospettabili, in cui non avevo idea di quello che sarebbe successo.

Quali saranno i tuoi prossimi passi?

Sarò tra i 46 di Sanremo Giovani, quindi ora aspettiamo di capire se passeremo dopo le audizioni. Vorrei portare in giro l’EP, magari nelle grandi città, e stiamo ancora capendo. La dimensione live mi piace tanto e spero che riusciremo a farlo, anche se non c’è ancora nulla di certo.

Ascolta Come Minimo, il primo EP di Giuse The Lizia

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