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Federico Mecozzi: «Awakening, il mio viaggio geografico e sonoro»

Il 27enne riminese Federico Mecozzi lavora con Ludovico Einaudi e in questi giorni dirige l’orchestra di Sanremo su “Nonno Hollywood” di Enrico Nigiotti. Ha da poco pubblicato il suo primo disco solista, “Awakening”

Federico Mecozzi - Awakening - 1
Federico Mecozzi - Awakening - 1

Da un decennio collaboratore stabile di Ludovico Einaudi sia in studio che dal vivo, direttore d’orchestra al Festival di Sanremo 2019 per il brano Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti, ora anche artista solista con l’uscita del suo primo album, Awakening. Questo, in sintesi, il profilo di Federico Mecozzi, 27enne compositore e polistrumentista che è anche il più giovane direttore d’orchestra di questa edizione del Festival. Conosciamo meglio questo poliedrico artista che con Awakening racconta “un viaggio geografico e sonoro”, fatto di contaminazioni e incontri fra ispirazioni classiche e stimoli provenienti da terreni musicali eterogenei – pop, folk, elettronica.



Come si arriva sul palco dell’Ariston per dirigere l’orchestra di Sanremo?

Non so trovare una formula. A me è capitato di ricevere questa proposta molto stimolante da Enrico Nigiotti. Non appena lui ha avuto la conferma di essere tra gli artisti in gara, prima di tutto mi ha chiesto di lavorare sull’arrangiamento di archi del brano, poi di gestire anche questo ruolo di direttore. Come si arriva è difficile da spiegare. Nel mio caso è stata una proposta che ho assolutamente accettato perché la trovavo un’esperienza da vivere, anche per la stima artistica che avevo per Enrico.

Io conoscevo la sua manager (Adele Di Palma, ndr), avevo anche avuto modo di fare delle cose insieme a lei. In particolare ho fatto tutto un lavoro di riarrangiamento su un disco di De André, che lei ha seguito storicamente. Lei ne era rimasta colpita e la cosa è nata così. Poi c’è stata subito una bellissima intesa artistica con Enrico, gli è piaciuto molto il lavoro di scrittura che ho fatto sugli archi. Ci siamo trovati artisticamente ma anche umanamente. È un ragazzo espansivo ma anche a suo modo introverso. È un artista a cui piace fare quello: suonare, cantare, scrivere. Trovo che il suo brano sia di una sincerità emotiva incredibile.

Dal 25 gennaio è fuori il tuo album d’esordio, Awakening. Come molte altre produzioni di estrazione classica di oggi, parte da quel mondo per includere poi sonorità molto eterogenee. Qual è la “miscela sonora” di questo lavoro?

È difficile trovare un canale, un genere in cui inquadrarlo. Anche perché io credo poco nelle etichette. La base, come hai detto tu, è quella classica perché è proprio la mia formazione. Però io da sempre tendo verso la contaminazione, la ricerca, e ho sempre avuto anche un certo gusto per il pop. Credo che questa cosa si senta. Arriva dalla classica al pop passando attraverso un viaggio geografico e sonoro. Si ispira ad altre influenze che ho ricevuto nel tempo: per esempio la musica celtica, la musica tradizionale araba e mediorientale, in alcune parti c’è anche un po’ di estremo oriente.

Quindi è una sintesi di tutte queste esperienze e anche delle collaborazioni che ho avuto. Per esempio ho la fortuna di collaborare da molti anni con Ludovico Einaudi. Sicuramente – anche se il risultato finale è diverso – c’è l’influenza di quel genere che chiamare minimalismo sarebbe riduttivo. C’è una certa atmosfera classico-contemporanea, suggestiva, minimale, ed è un aspetto che ho preso molto dal lavoro con lui. Mi ha insegnato il gusto per il semplice, per il nascosto. Ludovico in questo è un maestro assoluto. Riesce a cogliere l’essenza di quello che vuole dire.

La sua – e per riflesso anche la tua, visto che lo citi come modello – è una musica molto accessibile a tutti. Riesce ad avvicinare il grande pubblico al mondo della musica classica.

Sì, è un linguaggio molto immediato, basato sul momento e sulla suggestione estemporanea.

Con lui cosa stai facendo in questo periodo?

Adesso abbiamo finito di registrare il suo nuovo disco e a metà marzo partirà la nuova tournée. Mi impegnerà parecchio, perché lui quando comincia non si ferma più. Si gira molto il mondo ed è un’esperienza bellissima, sempre un’occasione di scoperta. Nel mio caso è anche un aprirsi a tendenze musicali nuove. Oltretutto umanamente lui è capace di creare una bellissima squadra. La cosa bella di lui è che dalle persone con cui lavora “pretende” anche un apporto creativo. Non sei solo un esecutore: ognuno dà quello che gli è proprio e lo mette a servizio della sua musica. C’è molta libertà di esprimersi. Io per lui faccio principalmente il violinista. Nel tour finito da poco suonavo anche tastiere e chitarre, però il mio strumento primario rimane il violino.

Ci riassumi brevemente la tua formazione dal punto di vista degli studi musicali?

Io ho iniziato molto giovane, a 5 anni, a suonare la chitarra. Dai 5 ai 12 anni sono stato chitarrista. Ho cominciato perché avevo questa passione per De André, un po’ particolare a 5 anni di età. Quindi l’intenzione era quella di imparare a suonare le canzoni di De André. Volevo fare il cantautore: scrivevo canzoni d’amore. A un certo punto ho deciso di iscrivermi al Conservatorio però ho scelto il violino. Per cambiare, per provare una sensazione nuova. Avevo dei modelli che non erano proprio classici: Mauro Pagani, Branduardi… violinisti che portavano il violino in un’altra direzione.

Un po’ ispirato da loro e un po’ per il gusto del nuovo, ho scelto il violino e me ne sono innamorato. È uno strumento difficile da tenere come secondario: richiede un impegno e una dedizione costanti. Così mi sono diplomato al Conservatorio. Peraltro ho raggiunto tardi il diploma perché nel frattempo era iniziata la collaborazione con Einaudi.

Al di fuori della musica classica hai dei modelli particolari nel mondo della pop music italiana e internazionale?

Ce ne sono infiniti. Sicuramente sono molto legato ai Pink Floyd e a quel mondo prog-folk come quello dei Jethro Tull. Fra i gruppi italiano amo molto la PFM. Venendo più ad oggi mi piacciono molto i Coldplay (forse più quelli di qualche anno fa). A livello di cantautori italiani i miei due riferimenti principali sono da un lato De André e dall’altro Battiato. Un certo gusto per la ricerca elettronica che c’è in Awakening lo devo molto a lui.

Federico Mecozzi - Awakening - 2

Prossimi live di Federico Mecozzi

  • 2 marzo – Suoneria Settimo, Torino
  • 4 marzo – Santeria Social Club, Milano
  • 5 marzo – Bravo Caffè, Bologna
  • 6 marzo – Largo Venue, Roma

Ascolta Awakening di Federico Mecozzi in streaming

Federico Mecozzi – Bio

Federico nasce a Rimini nel 1992. All’età di 6 anni inizia a suonare la chitarra, di cui si serve fin da subito per scrivere canzoni. Partecipa giovanissimo ad alcuni concorsi cantautoriali. A 12 anni intraprende il percorso accademico presso l’Istituto Musicale “G. Lettimi” di Rimini, dove studia violino sotto la guida di Domenico Colaci e successivamente intraprende gli studi di direzione d’orchestra guidato da Gianluca Gardini. Partecipa poi a corsi di perfezionamento nell’ambito della direzione sotto la guida di Piero Bellugi. Oltre all’intensa attività concertistica, si dedica da anni alla composizione e all’arrangiamento nell’ambito della musica leggera (pop), classica contemporanea e minimalista. Interpreta, inoltre, musica celtica e folklorica (della tradizione bretone, irlandese e scozzese).

Polistrumentista, a partire dal 2009 collabora stabilmente con Ludovico Einaudi, che affianca tuttora dal vivo in lunghe tournée nei più prestigiosi teatri e arene del mondo oltre che nella realizzazione dei dischi come musicista e assistente musicale. In studio di registrazione ha lavorato anche con e per Pacifico, Angelo Branduardi, Blonde Redhead, Remo Anzovino, Filippo Graziani, Andrea Mingardi. Negli ultimi due anni, ha parallelamente lavorato al suo primo album da solista, Awakening, uscito il 25 gennaio 2019.

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