Exotica, alla riscoperta di un genere che ha percorso tutta la musica moderna

L’incredibile universo che racchiude il genere è protagonista del magnifico saggio Mondo Exotica del giornalista Francesco Adinolfi, che viene oggi riedito in una versione allungata e aggiornata
Exotica - foto di Son of Groucho - CC BY 2.0
Foto di Son of Groucho – CC BY 2.0

Mondo Exotica, uscito per la prima volta nel 2000 e la cui versione inglese (Duke Universiy Press, 2008) fu accolta con entusiasmo vincendo nel 2009 l’Award for Excellence in Historical Recorded Sound Research, è un saggio intrigante. Vi consiglio di prendervi del tempo per seguire e godervi l’andamento rizomatico della narrazione che si è imposto Francesco Adinolfi. Una strategia necessaria per seguire le diverse diramazioni spesso nascoste, imprevedibili e apparentemente slegate tra loro, del genere exotica.

Mondo Exotica - copertina libro
Mondo Exotica. Suoni, visioni e manie della rivoluzione lounge
Di Francesco Adinolfi
Ed. Marsilio

L’esotismo, una passione infinita

Certamente è l’esotismo il propellente estetico senonché musicale di questo ricchissimo genere, l’animalier ricorrente negli interior design e nella moda femminile, il profluvio di felini e altri animali che si accompagnavano a modelle con sguardi più o meno ammiccanti nelle pagine pubblicitarie di prodotti di ogni genere. L’esotismo animava i rituali domestici del celibato e mai nell’abitazione di uno scapolo sarebbero potuti mancare i famigerati bicchieriTiki mugs.

L’amore per il Giappone e l’Africa equatoriale con i suoi ritmi furono la matrice di generi come la salsa e la samba. Fu davvero importante il repêchage di un certo tipo di strumentazione mai utilizzata prima nella musica pop. Per esempio il vibrafono o una serie di legni come il güiro (strumento a sfregamento) o la kalimba. Poi il gong e, andando nella vicina terra di origine di questo strumento, la Polinesia, ricordiamo tutta quella serie di strumenti che generano un’orchestra gamelan.

Negli anni ’60 l’esotico sconfinò oltre i confini terrestri e si trasformò in attrazione per lo spazio. L’euforia delle prime avventure spaziali portò nuove suggestioni agli autori della musica exotica: nacque proprio il sottogenere space age pop, che ancora oggi è seguitissimo.

I maestri del genere exotica

Tornando sul pianeta Terra, chi aveva amore infinito per l’Africa era Les Baxter, un autore fondamentale della musica exotica (recuperate The Exotic Moods of Les Baxter), mentre per un altro protagonista, Martin Denny, erano le Hawaii il centro di gravità permanente della sua estetica sonora. Per la precisione lo Shell Bar di Honolulu, che sarebbe divenuto uno dei punti di riferimento dell’iconografia esotica degli anni ’50.

Mel Tormé è stato uno dei re del cocktail lounge anni ’50 e ’60. Da ricordare il pianista e arrangiatore messicano Juan García Esquivel, rivalutatissimo negli anni ’90 (in quel decennio uscirono varie compilation e ristampe come il magnifico Esquivel! Space-Age Bachelor Pad Music) grazie a band come Stereolab o Combustile Edison.

Per l’Italia, tra i compositori più eclettici e visionari del mondo library, ricordiamo: Piero Umiliani, Alessandro Alessandroni, Puccio Roelens, i grandissimi compositori di colonne sonore Piero Piccioni, Franco Micalizzi (venerato dai Calibro 35) e Bruno Nicolai.

Sul versante femminile impossibile non ricordare “l’usignolo delle Ande” Yma Sumac (ripescata negli anni ’90 anche da Nanni Moretti in Caro Diario). E poi tra le regine del genere: Julie London, Ann-Margaret, Connie Francis, Dolores Gray, Carmen McRae e April Stevens, Eartha Kitt o le meno conosciute Polly Bergen, Linda Lawson, June Christy.

Negli anni ’90 nasce la cocktail generation

Il termine cocktail provoca una serie infinita di rimandi: dai bar americani che dagli anni ’20 del secolo scorso si ispirarono a un’estetica esotica (ovviamente alimentata dal fatto che gli USA avessero basi militari disseminate nei luoghi più impensabili del Pacifico) all’alchimia ricercata da producer, gruppi musicali e DJ, sovrapponendo i tanti stimoli dalle loro raccolte di dischi del passato.

Proprio queste figure, come scrive sempre il curatore, “fecero tornare d’attualità il genere in Italia (Montefiori Cocktail, Vip 200, Transistors, Nicola Conte), UK (The Bongolian, G15, Karminsky Experience), Germania (Frank Popp Ensemble, Maxwell Implosion), USA (Richard Cheese, Lounge-O-Leers, Brother Cleve, ex Combustible Edison) e Giappone (Pizzicato Five, Cornelius, Kahimi Karie) […] Di lounge/exotica si nutrì anche il cinema, attraverso i recuperi onnivori di registi come Quentin Tarantino e Steven Soderbergh. Per non parlare dei tanti programmi televisivi che hanno fatto ampio riferimento a iconografie e suoni space age pop anni Cinquanta e Sessanta. O dei molti spot pubblicitari che hanno utilizzato i recuperi della generazione cocktail per tratteggiare universi popolati da flirt improbabili, cocktail scintillanti, macchine sfreccianti”.

Il mondo exotica non muore mai

Ancora oggi troviamo fortissima la presenza del genere, reduci dal successo che ebbe il Buddha-Bar, il celebre locale parigino. Da inizio nuovo millennio ad oggi sono nate una serie infinita di compilation lounge che sono ancora il sottofondo preferito negli spazi condivisi (e non) degli alberghi di semi lusso (potremmo dire che quella serie – pensata dal DJ Claude Challe, anche ideatore del locale – ha ridato linfa vitale al genere muzak).

Ricordiamoci della felice intuizione di Marc Collin, che ha trasformato la sua venerazione per il post punk e la new wave in una elegante musica lounge/samba con il suo progetto Nouvelle Vague. O il successo di una sorta di sottogenere come l’electro swing che è diventato addirittura un fenomeno nazional popolare da noi nel momento in cui TIM scelse la musica di Parov Stelar per il suo spot con il ballerino Sven Otten.

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