Santigold è di nuovo con noi. Con “Spirituals” e con il desiderio di empatia con il mondo

Con il nuovo album la songwriter e producer americana riafferma il desiderio di godersi la propria maturità artistica senza sottostare a regole non proprie
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Santigold (foto di Frank Ockenfels)

Nel 2016 con 99¢ Santigold lottava in modo iconico contro il mondo senza vita dei prodotti mercificati. Due anni dopo, liberava energie variegate e tribali con Don’t Want: The Gold Fire Sessions, un mixtape per festeggiare la parte luminosa della vita, globalizzata e aperta. Prima c’erano stati un disco a nome Santogold e il successo, indie ma non troppo, dell’album Master of My Make-Believe.

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La pandemia e la famiglia avranno poi certamente contribuito a tenerla lontana dalla musica, ma, come emerge dall’intervista, c’è di più. Si nota e si apprezza il desiderio di godersi la propria maturità artistica senza sottostare a regole non proprie e per di più nemmeno condivise. Il tempo di maturare le scelte giuste e Santigold è ancora con noi, con un nuovo disco (Spirituals), una nuova etichetta tutta sua e tanta voglia di empatia col mondo.


Ecco un estratto dell’intervista a Santigold che trovate integralmente sul numero di settembre di Billboard Italia.

Hai scritto che l’immagine che potrebbe riassumere l’esperienza della registrazione del nuovo album corrisponde alla scena di una persona che prende il volo, assistita da guide. Cosa rappresenta la scena e che ruolo vi può avere il tuo pubblico, qualora ne faccia parte?

La persona che prende il volo sono io e le guide sono le parti emotive di me che mi fanno decollare verso l’alto. Di fatto mentre scrivevo non avevo presente il pubblico. Ero concentrata su un mio bisogno, che era quello di creare ed esprimermi. Nonostante tutto quello che accadeva intorno a me, volevo contrapporre leggerezza alla pesantezza. Spero adesso che queste canzoni, che sono state per me una medicina e una fonte luminosa, possano fare decollare chi le ascolterà.

L’album è stato composto durante la pandemia ed esce in un momento in cui il mondo teme ancora la guerra. Sentendoti parlare di questo potere liberatorio della tua musica, mi piacerebbe sapere se lo pensi come qualcosa di universale e se ritieni che la tua musica possa parlare a tutte le persone.

Sono convinta di sì. Innanzitutto perché è una musica che travalica i generi, che non si presta alle etichette e credo che chiunque ci si possa ritrovare, purché sia una persona aperta, che non abbia bisogno di definire esattamente le cose per poterle apprezzare.

Però c’è anche un aspetto di universalità che riguarda il contenuto. Molte delle cose di cui parlo, purtroppo, sono attuali. Prendiamo ad esempio Nothing. Parla di una donna afroamericana, ma potrebbe parlare di qualsiasi donna, di qualsiasi persona afroamericana, in fondo di qualunque persona che si senta innocente e vittima di ingiustizie.

Mi piace l’idea di poter dare voce alle emozioni delle persone che non hanno gli strumenti per esprimerle. Scrivo canzoni fondamentalmente a questo scopo. Penso sia importante soprattutto in un momento come quello che attraversiamo. Stiamo affrontando così tanti problemi che i sentimenti delle persone sono continuamente sollecitati. Occorre rimanere in empatia.

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Santigold (foto di Frank Ockenfels)
Mi piace molto il modo in cui viene usata l’elettronica in Ushers of the New World e in tanti altri pezzi. Vuoi parlarmi di questo aspetto?

Non c’è niente di predeterminato. Ho scritto questi pezzi in un periodo molto lungo e in genere la fase della composizione e quella della produzione sono rimaste distinte in tutte le tracce. Quando ho registrato ero in un piccolo studio fra gli alberi in Canada. Il contatto con questa natura eterea quasi ancestrale mi ha dato l’impulso di riprodurre in musica l’ambiente che mi circondava, o meglio, la risonanza che quell’ambiente creava in me. Ecco anche perché c’è tanto spazio fra una frequenza e l’altra e ho cercato dei bassi profondi. Era il mio modo di vivere la natura.

Sia questo aspetto di un uso ancestrale dell’elettronica sia il titolo dell’album Spirituals mi riportano alla cultura afroamericana e al suo modo mistico di vivere le difficoltà. Penso ad un pezzo come Naima di John Coltrane. Ti va di parlarmi di questa connessione, se concordi sul fatto che sia un modo per leggere la musica del disco?

Sì, anzi, mettendo in rapporto l’uso dell’elettronica con il titolo dell’album espliciti il senso più profondo dell’album. Ho chiamato queste canzoni Spirituals non per riferirmi ai negro spirituals in termini musicali propri, ma perché mi interessava cogliere la loro spinta verso l’alto come reazione alle difficoltà. In questo senso la musica spirituale di Coltrane vibra di una capacità di reagire alle sofferenze attraverso l’arma della pace interiore.

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