Riton, il DJ di “Friday”: «Oggi c’è un contesto ideale per la musica dance»

Il producer britannico è stato fra i grandi protagonisti della dance uscita quest’anno. Dopo la hit, è tornato con un nuovo singolo: I Don’t Want You
Riton - Friday - intervista - foto di Jordan Curtis Hughes
Foto di Jordan Curtis Hughes (fonte: Facebook)

“It’s Friday then… Then Saturday, Sunday, what?”. Impossibile che quest’anno siate sfuggiti alla pervasività di Friday (Dopamine Re-Edit), una delle grandi hit di area dance uscite nel corso del 2021. Ma probabilmente non tutti conoscono la storia trentennale del brano (la canzone originaria era Push the Feeling On dei Nightcrawlers del 1992, poi remixata nel 1995 da MK) o la lunga e variegata carriera come DJ e producer di Henry Smithson (meglio conosciuto come Riton), che comprende tanto esperimenti krautrock quanto la vittoria di un Grammy come co-produttore di Electricity dei Silk City e Dua Lipa. Ieri, venerdì 3 settembre, ha pubblicato il nuovo singolo I Don’t Want You con la cantante Raye. L’abbiamo incontrato a Milano poco prima della sua partecipazione agli RTL 102.5 Power Hits Estate: ecco quello che ci ha raccontato.

Friday: una canzone originariamente pubblicata nel 1992, poi remixata nel 1995, infine ripresa da due influencer e un DJ che ne fanno una hit ancora una volta. Cos’ha di così contagioso quel pezzo secondo te?

Anche senza la parte vocale, il solo refrain di synth suona davvero classico. La cosa buffa è che la canzone originale non suona affatto così, quello è il remix che io ho campionato. Ha un sound che rimanda a quel periodo, al sintetizzatore Korg M1 con cui facevano un sacco cose all’epoca. La “piano house” è tornata molto in voga in Inghilterra.

Come e quando ti è venuta l’idea di fare la tua versione del brano?

Avevo semplicemente visto il meme di Mufasa e Hypeman. Mi ha colpito quel nuovo ritornello, per cui l’ho ripreso e trasformato in un pezzo vero e proprio. C’è voluto molto tempo per ottenere l’autorizzazione per l’utilizzo del sample, un processo piuttosto complicato considerando che il pezzo era a sua volta un remix di un altro brano. Tanti livelli diversi, insomma: una cosa molto postmoderna!

La natura della tua traccia mostra un brillante incontro fra musica e social media. È un segno dei tempi anche questo?

Sì, è bello che possiamo ancora campionare pezzi. La gente vuole anche questo. Io scrivo musica originale costantemente. Ma per qualche motivo anche le etichette si entusiasmano quando c’è di mezzo un sample, forse perché è una piccola garanzia sul fatto che il brano potrà andare bene.

La positività di Friday è stata molto apprezzata dalle persone in tempi di Covid e lockdown. Però non ha mai avuto una vera vita nei club. Da DJ, come vedi il fenomeno della “kitchen disco”?

Sono felice che le persone abbiano ancora voglia di ballare, è una cosa che ha tenuto in vita la musica dance. Peraltro in Inghilterra la dance sta andando per la maggiore, persino in radio. E questa è una cosa molto bella per la musica che amo. Nei festival adesso sembra che la gente sia ancora più entusiasta di prima. Un contesto davvero ideale per la musica dance.

Parlando dell’appeal commerciale di Friday hai detto: “Ho amici molto cool che ti senz’altro ti giudicherebbero male se fai musica pop”. Essendo tu un DJ che ha fatto tante cose diverse musicalmente, hai ricevuto critiche per questa produzione?

Per niente. Anche se è un po’ facilona, è comunque un buon pezzo. Poi l’essere commerciale non è un buon motivo per non apprezzare qualcosa. Io stesso pensavo un po’ così quando ero più giovane e concentrato sulla minimal techno. Ma comunque mi piaceva la musica che avesse un carattere, e c’era così tanta musica dance che ne era priva del tutto. Con Friday ho fatto semplicemente quello che mi è venuto naturale in quel momento.

Da ragazzo lavoravi in un negozio di dischi. In che modo quell’esperienza ha formato il tuo gusto e la tua conoscenza musicale?

Avevo già un mio gusto musicale. Del resto, chiunque lavori in un negozio di dischi ha le sue convinzioni musicali… Per me è stato come andare all’università. Il negozio era diviso in due parti: la mia era quella di hip hop, funk, disco, vecchi sample e cose così; nell’altra c’era il soul. I proprietari erano dei “soul boy” vecchia scuola, una sottocultura che si era sviluppata nei primi anni ’80. A Manchester c’era qualcosa come trenta negozi di dischi nel raggio di un chilometro. Oggi ci sono tantissimi modi per trovare nuova musica: io stesso lo faccio con Spotify.

Gli stessi negozi di dischi non sono più quello che erano venti o trent’anni fa, del resto.

Vero. Oggi quelli che ci vanno sono più collezionisti che DJ. Magari gente che cerca una bella ristampa di un disco dei White Stripes, per dire. E va benissimo, ma non è la stessa cosa di andare alla ricerca di un 12″ americano d’importazione. E una volta compravi anche un sacco di dischi di merda! Cose che magari all’inizio ti piacevano ma quando le riascoltavi a casa non più.

Hai anche fatto in tempo a vivere la prima ondata dei rave britannici. Cosa ricordi di quella “epoca d’oro” della musica elettronica?

Il fratello del mio migliore amico era un pusher che frequentava i rave. Per cui era molto divertente ascoltare tutte le sue storie! Sin da giovanissimo, dai 12 anni o giù di lì, mi venne voglia di andarci. Già nel 1988, quando avevo dieci anni, a Top of the Pops andavano tutti questi pezzi acid house che erano già piuttosto commerciali: la acid house era un fenomeno così grande che andava in TV. Ricordo che andando in giro con mia madre vedevo tutti questi smile, simbolo della acid house, e dicevo: “Mamma, voglio quella maglietta!”. E lei: “Non puoi, è roba da drogati”.

Sei amico di vecchia data di Mark Ronson. Come vi siete conosciuti?

Attraverso amici in comune. È un tipo molto gentile e generoso. Immagino che tu voglia anche farmi una domanda su Electricity dei Silk City con Dua Lipa…

Sì, dimmi di più su quella collaborazione.

Aveva questa canzone e mi chiese: “Henry, chi pensi che possa mixarla e masterizzarla?”. Gli ho detto che era forte, ma che potevo farla suonare ancora meglio. Era il pezzo con Daniel Merriweather, Only Can Get Better, che è ancora il mio pezzo preferito dei Silk City. Forse sono stato un po’ sfacciato a dire quella cosa, ma alla fine hanno apprezzato molto il mio lavoro e mi hanno chiesto di farlo anche per le altre tracce.

Nel 2004 facesti una cover di Killing an Arab dei Cure. Qual è il tuo rapporto con il rock alternativo britannico?

Il primo disco che comprai in vinile fu The Peel Sessions dei Cure (John Peel fu uno storico conduttore radiofonico della BBC, scomparso proprio nel 2004, ndr). Conoscevo già Killing an Arab, comunque. Adoro quella musica gotica minimale con suoni di chitarra e batteria molto puliti. Mi piacciono anche i Bauhaus, i Joy Division, quella musica di ascendenza un po’ tedesca, krautrock. Robert Smith è pazzesco e i Cure sono senza dubbio una delle migliori band britanniche di sempre.

Avevi questa passione già da teenager o l’hai scoperta dopo?

Già da teenager, prima ancora di appassionarmi alla house. Gli Smiths furono probabilmente il primo gruppo di cui mi innamorai, anche se all’epoca – intorno all’89/90 – si erano già sciolti. Mi piaceva molto quella musica indie un po’ emo.

Ascolta I Don’t Want You di Riton e Raye in streaming

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