Continua la nostra chiacchierata con Bob Sinclar, protagonista della nostra Billboard Cover Story del numero di giugno.

Quali sono i club più belli dove hai suonato?

Naturalmente il mio preferito è il Pacha di Ibiza perché lì ho la residency tutti i sabati estivi. Le persone quando vengono a Ibiza hanno uno spirito diverso. Arrivano al Pacha e dicono: “Dobbiamo ballare”. Quando sono nei loro paesi e nelle loro città magari sono un po’ inibiti nel farlo ma a Ibiza perdono completamente la testa. Ho un posto speciale nel mio cuore per alcuni locali del sud Italia come il Cromie (di Castellaneta Marina, ndr) perché ho suonato lì negli ultimi quattro anni davanti a 7-8mila persone ogni volta. L’energia è incredibile. Comunque in ogni posto in cui ho suonato in Italia l’atmosfera è stata fantastica: fra gli italiani mi sento sempre il benvenuto.

Ogni volta che c’è un nuovo singolo è sempre ben accolto sulle radio italiane. È strano: è l’unico paese al mondo in cui mi succede questo. Quando ami un artista, anche se ha una lunga carriera e un nuovo singolo magari non particolarmente commerciale, è giusto presentarlo alla gente. È un modo speciale di pensare e mi tocca nel profondo. Il terzo locale che direi è uno di Florianopolis, nel sud del Brasile (dove ci sono le ragazze più belle del mondo). Si tratta del P12: un club fantastico, 6mila persone sulla spiaggia. È una vita davvero dura… (ride, ndr)

Il secondo episodio delle Billboard Cover Stories con Bob Sinclar



Tu giochi a tennis. Quali sono i tuoi tre tennisti preferiti di sempre?

Yannick Noah, che vinse il Roland Garros nel 1983. Io avevo 14 anni e fu un bellissimo successo per la Francia e il tennis in generale. Poi Andre Agassi, per via del suo outfit (nel 1992 si presentò in jeans corti, con quei capelli pazzeschi), e Roger Federer, da 15 anni sempre lì.

E tre pezzi che avresti sempre voluto remixare?

Mi piace molto Michael Jackson, quindi direi Rock with You (la canticchia, ndr). Un’altra che mi piacerebbe remixare è I Was Made for Loving You dei Kiss. Poi direi un pezzo italiano: Ancora Tu di Lucio Battisti. La sua voce era incredibile. Dai, facciamolo!

Hai iniziato ascoltando hip hop quando era un genere di nicchia. Adesso che è il genere più diffuso, è cambiato in qualche modo il tuo approccio nei confronti di questa tipologia di musica?

Io ho cominciato producendo hip hop francese. Uno dei primi vinili che ho comprato fu Raising Hell dei Run DMC, che aveva pezzi come Peter Piper e My Adidas. Poi anche i Public Enemy, ovviamente. Poi sono venuti i Daft Punk: l’album Homework del 1997 portò una rivoluzione del mondo della musica dance. Quella musica era stata creata in un piccolo studio casalingo praticamente senza strumentazione.

E quell’album vendette milioni di copie e andò in radio: una cosa strana, perché non aveva parti vocali, non erano vere canzoni. Ci dà un esempio di quello che dobbiamo fare. In Francia all’epoca c’erano due scene: la scena gay, che ascoltava musica house, e la scena black che ascoltava hip hop. Io ero affascinato dall’hip hop e dalla dinamica del soul. L’hip hop si è evoluto molto ma non si possono comparare quello degli anni ’90 e quello di adesso perché sono totalmente diversi. Ma sono cambiati anche la tecnologia e il “colore” della musica: adesso è più pop.

Tu sei un DJ “old school”. In un festival speciale come il Tomorrowland il main stage è uno show ma non c’è molto spazio per la live performance del DJ. Cosa ne pensi?

È vero, spesso è musica pre-registrata. Ma non lo giudico. La musica elettronica è diventata una forma di intrattenimento per la gente. Ci sono grandi festival e le band sono state sostituite dai DJ – che per me è fantastico: è una consacrazione, un grande successo. È una gratificazione ricevere quel tipo di attenzione e suonare in un festival davanti a 30mila persone. Ma a dire il vero, per quanto mi riguarda, preferisco suonare nei club. Lì puoi davvero far emergere la tua storia musicale, è più “sexy”, c’è più contatto con il pubblico. È diverso. Ma è chiaro che se c’è un grosso show per il pubblico devono sincronizzarlo con i fuochi d’artificio, le luci e cose del genere. Anche quando i Daft Punk fanno uno show tutto è programmato: è il nuovo intrattenimento, il nuovo modo di fare musica dance.

Poco tempo fa ci ha lasciato Avicii. Leggendo le dichiarazioni della sua famiglia emerge una persona schiacciata dallo stress. Quanto pesa la pressione quando sei un top DJ?

Il caso di Avicii è davvero triste, uno dei più tristi della storia della musica elettronica. In vent’anni che faccio interviste mi parlano sempre di droghe, alcol, nightlife, ragazze e così via. Ma io non ho mai fatto eccessi. Non ce la farei, perché andare in tour è molto pesante: sei sempre in aereo, vedi solo hotel, club e aeroporti. Quando segui i tuoi idoli su Instagram vedi solo la parte bella di questo business: i club, le mani in aria. Ma c’è anche un lato oscuro. È fantastico lavorare con quella che è la tua passione ed è un sogno essere qui con te dopo vent’anni di lavoro a parlare ancora della mia musica, ma è un duro lavoro ogni giorno.

Secondo: non tutti sono fatti per il successo, per avere questo tipo di attenzione. Ho sentito molti miei amici DJ dire che per vincere lo stress dovevano bere mezza bottiglia di superalcolico per suonare davanti alla gente. Che è strano: se bevi così, morirai. Il tuo corpo ne risente molto. Devi prenderti cura di te stesso, fare attività fisica ogni giorno. Ho molta ammirazione per gli atleti perché si prendono cura di se stessi. Per me è lo stesso: il modo in cui mangio, in cui bevo (2 litri d’acqua al giorno), in cui faccio attività fisica. Per questo il caso di Avicii è davvero triste.

Dimmi tre DJ italiani che consiglieresti al nostro pubblico.

Ce ne sono più di tre! Ci sono moltissimi producer e DJ italiani dal talento straordinario. Vorrei parlare in particolare di uno, Claudio Coccoluto, perché la prima volta che ho suonato in Italia (era il 1999 o il 2000) fu grazie a lui. Mi invitò a suonare a Roma al Goa Club. Non lo posso dimenticare. Il primo a ospitarmi in un suo programma radiofonico è stato Albertino. E poi per la produzione direi tre ragazzi di Napoli: i Daddy’s Groove. Vorrei ringraziarli per aver fatto canzoni con me. Ma c’è anche Benny Benassi: un grande amico, suona alle serate italiane del Pacha. Ci sono così tanti artisti di talento nel vostro Paese.

Ascolta qui I Believe di Bob Sinclar



Hai messo a segno numerose hit. Ma c’è un pezzo che speravi avesse più successo?

Magari Kiss My Eyes. Era nel mio terzo album, del 2003 (il titolo è appunto III, ndr). Abbiamo fatto un video folle con Jean-Claude Van Damme, non so se ricordi. Kiss My Eyes è molto speciale perché mi piacciono le armonie, la sua ma- linconia. Quel pezzo non ha avuto successo, o comunque ne ha avuto poco. Per questo ci sono rimasto male. Ma sai, a volte certi pezzi non hanno successo mentre quello dopo sì. Non è scontato averlo tutte le volte. Scelgono le persone.

Intervista pubblicata sul numero di giugno di Billboard Italia