“Palaces”, nel nuovo album di Flume la rivincita di Madre Natura. L’intervista

Il producer australiano esce con il suo atteso album. L’abbiamo incontrato via Zoom appena prima della sua lunga estate sui palchi di mezzo mondo
Flume - Palaces - intervista - foto di Nick Green
Flume (foto di Nick Green)

Compare in video con il sorriso sul suo viso rilassato e comodamente sdraiato su di un letto matrimoniale, in compagnia del suo fedele barboncino. Chiamiamo Harley Edward Streten – vero nome di Flume all’anagrafe – mentre qui è pieno giorno e laggiù agli antipodi la notte si avvicina.


Sta passando i suoi ultimi giorni di relax prima di ritornare negli States e cominciare il lungo tour che il 18 giugno sbarcherà anche in Europa (prima tappa, Liverpool; al momento, niente Italia…). In realtà Flume ha già tenuto un suntuoso warm up dei suoi show multicolorati al Coachella a metà aprile. Ci siamo anche accorti, già in quell’occasione, che Palaces (Transgressive [PIAS] / SELF), è una produzione che non manca di sorprendere chi segue Flume sin dal suo splendido album di debutto di dieci anni fa e a distanza di ben sei anni dal suo ultimo album in studio.


In Palaces Flume accoglie molti amici (da Caroline Polachek all’icona britannica Damon Albarn) e flirta forse con troppi generi: dalla PC Music al future bass, con un tocco di ambient adulta nel finale. Ma certamente al producer australiano non mancano il coraggio e un delizioso senso per i paradossi. Come potrete evincere leggendo questa nostra conversazione: un estratto dall’intervista che verrà pubblicata nel numero di giugno di Billboard Italia.

Vorrei partire dall’iconografia che accompagna questo tuo nuovo lavoro. Mi ha molto colpito, già a partire dal tuo show durante il Coachella, con quei favolosi visual di Jonathan Zawada. Quanto ci avete lavorato su?

Il lavoro sulle immagini è partito subito, nel momento in cui cominciai a lavorare duramente su Palaces. Sai, sia io che Zawada abitiamo nella stessa parte del mondo, quindi non è stato difficile ritrovarci (ride, ndr). Ma soprattutto condividiamo idee e progetti da ben dieci anni. Invece su cosa proiettare durante il tour ci abbiamo lavorato solo di recente, in pratica un mese fa! Quando, arrivati negli USA ci siamo preparati per il Coachella, abbiamo lavorato ininterrottamente 14 ore al giorno per realizzare qualcosa di speciale.

Ho apprezzato la versione live di The Difference con Chaz dei Toro Y Moi. A proposito, come mai niente drum’n’bass nel nuovo album? Adoro questo ritorno nostalgico a un genere che per decenni era scomparso!

Sono un grande fan del drum’n’bass! Ma per Palaces avevo così tante idee… Comunque hai ragione, è una mia dimenticanza (sorride, ndr)… Ma non sarà l’ultima volta che farò drum’n’bass!

Sul palco del Coachella, ma anche nella comunicazione di lancio per Palaces, ti presenti come un rider pieno di brand stranissimi… Mi hai fatto venire in mente Rosalía con il suo Motomami. Vi siete messi d’accordo?

(Ride, ndr) Ah no! Non ho ascoltato tutto Motomami ma le sue canzoni mi piacciono e poi sai, come dice Jonathan, l’estetica da motociclista è da sempre molto potente. Noi due abbiamo fatto un gioco: “Se Madre Natura avesse una coscienza, in che cosa avrebbe investirebbe per far rallentare la spaventosa crescita demografica? Nella vasectomia? (In effetti sul fianco della tuta spicca una inquietante scritta: “Vasectomax”, ndr) Nell’industria del tabacco o dei preservativi? Oppure Madre Natura supporterebbe l’eutanasia?”. E sulla moto e sulla tuta ci sono sticker e sponsorizzazioni di questo tipo!

Mi sembra di capire che sei attratto dai contrasti. Spiegami allora perché un album inciso in mezzo alla natura lo hai intitolato Palaces!

Ti racconto un po’ com’è nato il processo di stesura dell’album. Le prime tracce hanno cominciato a prender forma a Los Angeles. Poi con il mio cane (un delizioso barboncino color caffelatte che Harley orgogliosamente mostra in Zoom, ndr) ci siamo spostati in una zona molto bella dell’Australia. Sono stato circondato da uno scenario diametralmente opposto a quello di una metropoli. Circondato dal verde, ettari ed ettari di foresta, il suono degli uccelli e delle mucche tutto intorno… Questa nuova dimensione, immerso tra la flora e fauna, ha ridato linfa vitale alla mia creatività ed era perfetto. Era il mio “nuovo palazzo” nel mio luogo ideale.

Flume - Caroline Polachek - Palaces - intervista - foto di Julian Buchan
Flume e Caroline Polachek (foto di Julian Buchan)
Recentemente ho parlato con Anders Trentemøller e anche lui aveva deciso di fare la prima sessione di ascolto del suo album per i ragazzi di Pitchbackplayblack, ovvero in un luogo totalmente al buio. Perché hai scelto questa esperienza?

Non conosco bene Trentemøller ma penso che anche lui abbia optato per questa esperienza super cool perché meno stimoli hai attorno, più è forte la tua attenzione all’ascolto di una canzone, addirittura di un intero album. Siamo così immersi da stimoli che “toglierli di mezzo” per vivere una sola esperienza estetica può giovare alla nostra immaginazione. Io peraltro ascolto un mucchio di musica anche al buio e senza fare nient’altro se non al massimo tenendo un buon bicchiere di vino in mano.

Ascoltando Palaces, gli indizi portano a una forte influenza della PC Music. In Sirens lavori con Danny L Harle e Caroline Polachek e poi Escape e Get U sono brani che mi sembrano influenzati da quello che è uno dei sottogeneri più potenti degli ultimi anni. Sei d’accordo?

Assolutamente, Palaces risente del mio interesse per la PC Music, anche perché sono anni che frequento Danny e, come saprai, avevo lavorato tanto con SOPHIE. Aprì i miei tour tra il 2016 e 2017 e fu incredibile collaborare assieme per Yeah Right di Vince Staples con la presenza anche di Kendrick Lamar. Senza dubbio SOPHIE è l’artista con più talento e inventiva che con cui abbia mai lavorato. Stavamo ore davanti al laptop e trovavamo assieme delle soluzioni inaspettate e sempre coraggiose per la composizione di nuove tracce. Mi manca molto e sono stato molto fortunato a lavorarci fianco a fianco.

Hollow è una potenziale hit, come è nata questa traccia?

L’ho scritta a Los Angeles con una cara amica che canta, Emma Louise. Stava affrontando un periodo difficile, per via di un divorzio. Hollow è una canzone venuta bene anche grazie al supporto alla produzione di Quiet Bison (Quinn Brown, ndr) e di un video strepitoso.

L’album si chiude con il canto degli uccellini e la voce di Damon Albarn nella placida title track

Sai, per me Damon era e rimane un idolo! Sono un fan sia dei Blur che dei Gorillaz. Gli scrissi un bel po’ di anni fa e finalmente durante un festival a Las Vegas ci siamo incontrati e siamo andati subito dopo in uno studio dove gli ho fatto ascoltare alcuni provini. Ma non era per niente attratto della mie idee, stavo cominciando a sudare. Pensavo: “Non ci posso credere. Non riesco a far piacere nulla delle mie idee a Damon!”. Ero nel pieno dello sconforto e… proprio all’ultimo provino, si fermò ad ascoltare interessato. Mi misi a lavorare di nuovo con calma qui in Australia su quella base, scrivendoci arrangiamento e testo, e alla fine è uscita fuori Palaces!

Sono passati dieci anni dal tuo omonimo album d’esordio, che ancora oggi suona fresco e piacevolissimo. Hai un ricordo che vuoi condividere con noi di quel periodo?

Eh! Tutto ebbe inizio con quell’album, ricordo delle serate bellissime e la mia vita davvero cambiò improvvisamente! All’epoca lavoravo come cameriere in un Hard Rock Café e un giorno, lo ricordo come fosse oggi, mi dissi: “Finalmente, da adesso, posso fare la mia musica”. E così è stato.

Ascolta Palaces di Flume


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