Lee Gamble guarda solo al futuro: «È il modo migliore per viverti bene il passato»

Il 18 giugno lo storico DJ britannico farà tappa al Lost Music Festival, a Parma, dentro il labirinto più grande del mondo. Un bel modo per respirare un po’ di musica buona
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Lee Gamble (fonte: ufficio stampa)

Un saggio diceva che se non ti ricordi del passato sei condannato a vedertelo vendere in eterno. Questo succede costantemente, dalle cose più frivole come cinema e musica a quelle leggermente più importanti come la politica.  Nel suo piccolo, un musicista come Lee Gamble ha sempre tenuto il naso in direzione del futuro, spingendo i suoi dischi elettronici in direzioni molto spesso inesplorate, inusuali, cosa che appunto lo rende un elemento molto prezioso in un’epoca dove la nostalgia è una metastasi ormai incurabile.


Nel suo ultimo progetto questa urgenza di avanguardia raggiunge il suo picco: una pièce per ballerini che performano movimenti in slow motion su una traccia di voci generate da un’intelligenza artificiale. In ogni caso, questo lato sperimentale non gli impedisce di girarsi l’Europa con una valigia di dischi al seguito. Il 18 giugno Lee Gamble farà tappa al Lost Music Festival, a Parma, dentro il labirinto più grande del mondo. Sarà un bel modo per respirare un po’ di musica buona, molto “veloce”, come la definisce lui stesso dall’altro capo della videochiamata. Risponde sorridente, dal suo studio a Londra.


È il tuo studio quello che hai alle spalle?

Sì, sto cercando di lavoricchiare. Stavo lavorando a nuova musica e per qualche ragione ho perso dei file. Credevo di aver finito una parte, invece devo ricominciare tutto da capo.

Ma hai lo studio esterno o interno a casa?

Ho una stanza qui nel mio appartamento. Io preferisco così. Ho avuto in passato degli studi lontano da casa: non mi piaceva uscire alle 9 di mattina e camminare fino a là. Ma preferisco ascoltare i pezzi, andare di là, poi tornare di qua e riascoltarli. So bene che non è sempre bello vivere e lavorare nello stesso posto, però ho un bello spazio qui. Posso sempre chiudere la porta e andare a vedere Netflix, o qualsiasi cosa si faccia per svagarsi.

Cosa guardi su Netflix?

Non sto guardando nulla (ride, ndr). Sono talmente impegnato in questo periodo che non riuscirei mai. Oltre alle normali faccende della mia label, sto lavorando a un progetto che presento in un teatro di Varsavia il 17 giugno. Consiste in varie coreografie di due ballerini/e su varie voci d’Intelligenza Artificiale.

Sono ormai due anni che sono su questo progetto con tanto ballerini, stage design, illuminazione. È un bel lavorone. I ballerini sono molto bravi e giovani: hanno avuto un’impostazione classica e poi da lì hanno frequentato una scuola sperimentale che c’è lì in Polonia, un istituto davvero incredibile. Non sarà nemmeno una vera e propria danza ma più una performance in slow motion. In più, non avevo motivo di esserci anch’io sul palco.

Uscirà da qualche parte la sezione musicale?

Sicuramente. Per ora mi sto concentrando sulla parte live. È un progetto interamente incentrato sulle voci sintetiche, cosa che mi ha spinto a un approccio di scrittura completamente diverso. Non è nulla che ha a che fare coi generi musicali, è una cosa stranamente liberatoria. È stato molto divertente, anche se all’inizio non ero convinto. Sicuramente l’anno prossimo ci sarà una release.

Quanto tempo ti prende la label alla vita da artista?

Dipende molto dal periodo. Attualmente sto lavorando a tre pubblicazioni per la label. È parecchio lavoro. A volte mi dico: “Ma sì, lavoriamo a qualche mio altro disco”. Però non è più il lockdown, non ho più tutto quel tempo. Dopo questo progetto credo che mi prenderò una pausa. È davvero troppo gestire tutto insieme.

In più hai anche tutte le date come DJ.

Ho le date da DJ, lo show radiofonico, poi dipingo pure. Devo seguire tutto dall’inizio alla fine, dall’art direction alla pubblicazione dei dischi. Non mi lascia molto tempo per me. Ma va bene, ti giuro che non mi sto lamentando. L’anno scorso a quest’ora mi stavo decisamente lamentando. Ma ora, tornati i mille impegni, va bene così.

Ho visto qualcuno dei tuoi dipinti su Instagram.

Sì, ho condiviso qualche particolare. Anche perché sono dipinti molto dettagliati, è impossibile vederli bene da un piccolo schermo. È un’attività che ho ripreso dopo molti anni. Uso un po’ di tutto: colori acrilici, gesso, tempera a olio.

Sono in vendita i quadri?

Se qualcuno vorrà pagare il giusto prezzo, sì. Voglio dire, tutto ha un prezzo (ride, ndr). Ho sempre disegnato tantissimo da ragazzino, anche la prima cosa che mi capitava sotto mano, come un vaso. Disegnavo ancor prima della musica, poi però ho smesso.

Un mio amico è un pittore di professione, e un bel giorno mi ha detto: “Vorrei vederti dipingere”. E si è offerto anche di mostrarmi come si usano correttamente le tele. Siamo andati a casa sua, nel suo atelier, ed è stato così gentile da comprarmi tele, pitture, pennelli. Mi ha detto: “Vai”. A quel punto non avevo proprio scuse. Non sentivo però la pressione: comunque è pittura astratta, ero contento che qualcuno mi avesse spronato nel modo migliore.

Quando ho portato tutto a casa mia, la tela è rimasta lì sul cavalletto per un mese. Mi chiedevo che cazzo ci facesse lì. Poi un giorno mi sono ispirato e da lì non ho più smesso, sarà stato un anno e mezzo fa. Anzi, mollerei tutto il resto per fare solo quello, guarda (ride, ndr).

Ti ha aiutato proprio dal punto di vista artistico?

Sicuramente ha dato anche aria fresca alla mia musica. Dopo il mio ultimo album ero completamente scarico. E l’idea di una tela bianca che posso riempire come voglio, senza che nessuno la debba recensire, senza impegni né pressioni mi ha ridato estro.

E come mai ultimamente tanti EP anziché un solo album?

Alla fine con la pandemia si è fermato tutto, compresi i tour. Lavori per un anno e mezzo, fai un album, poi esce e lo suoni in giro. Sembra tutto così dilatato e lungo, figuriamoci se nel mezzo ci metti due anni di pandemia. Un album era troppo. Vivendo online è tutto più istantaneo, immediato. La chiacchierata che stiamo avendo ora potresti tradurla e metterla online domani.

Per un disco invece ci vuole almeno un anno: questa differenza è davvero abissale. Se invece faccio un album che alla fine sarà tale ma lo divido in tre diversi EP, mentre la prima parte esce starò ancora facendo il disco. Sono ancora legato, impegnato sul disco. È stato un bel modo di risolvere la cosa. Poi mi piace l’idea del trittico. Solo ora mi rendo conto che incubo è stato farlo (ride, ndr). Non so perché l’ho fatto ma è stato interessante. Chissà che pensavo. Forse mi piace distruggere le cose.

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Lee Gamble (foto di Sam Clarke)
Come mai li hai fatti uscire per Hyperdub e non sulla tua U.I.Q.?

Perché è un’etichetta molto valida con cui mi trovo molto bene. Quando ho lasciato PAN, Hyperdub mi è sembrata un’ottima opzione. Penso che in generale sia un bene mantenere una certa distanza, non essere coinvolti nella pubblicazione del proprio disco. Per il mio disco voglio solo consegnarlo ai ragazzi di Hyperdub e non saperne più nulla dei retroscena della release.

Quando hai iniziato a fare il DJ?

Quando ero molto giovane. Immaginati questa grande famiglia di immigrati irlandesi a Birmingham. Avevo mille cugini attorno a me che andavano alle feste, ascoltavano cassette di rave. Sentivo questa roba da piccolissimo e un cugino di 5 anni più di me aveva questo giradischi, che è stato il mio primo approccio. Ho iniziato a mixare con questi vecchissimi giradischi vecchia scuola. Avrò avuto 13 o 14 anni. Era proprio l’epoca dei primi rave. Su NTS ho caricato un mix di quando avevo più o meno 16 anni, sarà stato il ‘96.

Mark Fisher descrive la Londra di quell’epoca come un’esplosione perenne di nuovi generi elettronici ogni settimana, un ambiente di euforia per un futuro che stava accadendo. Era così anche Birmingham?

Sì, in generale nelle grandi città del Regno Unito era così. Con Fisher c’è sempre questa cosa della cancellazione del futuro, ma le cose cambiano e questa euforia non poteva durare per sempre, almeno per quanto riguarda la musica. Già prima della rave culture c’era il Northern Soul.

Sì, capisco cosa intendi. Vent’anni prima della rave culture c’era già gente che assaltava farmacie e passava le notti a ballare su casse martellanti fatta di anfetamine.

Esattamente. Penso che negli anni Novanta semplicemente molte cose sono entrate in collisione, tra la chiusura delle fabbriche, gli anni di Blair, l’arrivo dell’ecstasy. Non tutti i raver erano della working class, ma il rave in sé era una cosa propria della working class. I warehouse DJ, le etichette, tutti. C’erano grandi problemi economici all’inizio degli anni Novanta, quindi la depressione regnava sovrana nelle classi più basse. Quando tutto questo è esploso è nata questa bellissima, velocissima ondata di adrenalina.

Tu prima hai parlato di nuovi generi da una settimana all’altra, ma potevi addirittura trovarne di nuovi all’interno di una sola traccia. Questa è la mia versione. È stata una cosa che ha messo in connessione tante persone, non solo da diverse zone della stessa città ma anche da città diverse. La prima volta che sono uscito da solo da Birmingham con gli amici è stato proprio per andare in un club a Londra. Ma c’erano anche dei problemi.

Tipo?

Tendo sempre a non farci troppo caso, ma verso la metà degli anni Novanta la situazione nei club stava diventando pesantina. Tanta violenza, tante sostanze. A Birmingham poi non andava molto di moda la happy hardcore e cose simili. La musica era molto oscura, che poi è quello che piace a me. Era un’energia molto punk e metal. Era progressiva e dark allo stesso tempo.

In ogni caso, sono legato a quel periodo, ho delle influenze di quel periodo ma non sono nostalgico. Sto sempre guardando al futuro. Il modo migliore per viverti bene il passato non è tornarci, è guardare al futuro. È qualcosa su cui è difficile mettere le mani. Ma forse è per questo che è così deliziosa.

E che mi dici del tuo altro nome d’arte, Motor System?

Non vorrei darti una risposta noiosa. Ma quando metto dischi nei club non metto musica sperimentale: metto musica per ballare, per divertirsi. Quindi l’ho fatto per dividere le due cose. Uno mette i dischi per ballare, l’altro fa le cose un po’ più jazz, ambient e cose così. Non escludo che un giorno possa pubblicare anche dei dischi a nome Motor System. Robe da club.


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