Joy Orbison: «Lotto contro la musica che non ha “anima”»

L’elettronica soul di uno dei produttori UK più influenti di oggi torna oggi con “Still Slipping Vol.1”, il primo vero lavoro sulla lunga distanza di Joy Orbison. La nostra intervista
Joy Orbison. Foto di Rosie Marks
Joy Orbison. Foto di Rosie Marks

Oggi esce Still Slipping Vol.1, il vero e primo lavoro sulla lunga distanza di Joy Orbison, uno dei produttori UK più influenti della sua generazione. Ecco un’anteprima dell’intervista che leggerete sul prossimo numero di Billboard Italia.

Joy Orbison era oramai rimasto l’unico da quella ondata di artisti della scena elettronica partita dall’etichetta londinese Hotflush (ricordiamo tra i tanti: Mount Kimbie, George Fitzgerald, Sepalcure e Scuba) a farsi attendere con un album. E pensare che aveva debuttato nel 2009 con il botto, con l’oramai “essential track”, Hyph Mngo (ci racconta cose gustose sul brano a fine intervista…).

Seguendo quell’atteggiamento giocoso che lo contraddistingue ci ha voluto sorprendere, pubblicando non un album tradizionale, ma un mixtape. Still Slipping Vol.1 (XL Recordings) segue un filo logico iniziato più di un anno fa circa con un programma per la stazione radio pirata, curata per Grand Theft Auto (Still Slipping: Los Santos).

La recensione di Still Slipping Vol.1

Le cose belle del mixape arrivano sin da subito. Sparko è una traccia scura, un dubstep rallentato, per poi passare a Swag un potente breakbeat/2step. Mi fa ricordare le migliori cose di MJ Cole, con quel tocco deep e dub tipico di Orbison. Uno dei gioielli dell’intero lavoro è la traccia deep and soul Better (ne parliamo con lui nel magazine), dove pare prendere lezione dal miglior Matthew Herbert. Layer 6 è un dub pieno ricco di decorazioni cibernetiche, uno dei brani più “londinesi”.

Still Slipping Vol.1 scivola via piacevolmente tra sampler di voci e intermezzi costruiti ad arte e a cesellarlo alla fine è la magnifica Born Slipping. Si ritorna in pista da ballo, ma è anche come si chiudesse un cerchio per Joy, con la sua prima produzione, la mitologica Hyph Mngo. In assoluto uno dei migliori lavori dell’anno, preparatevi a trovarlo in altissimo nelle classifiche della critica di fine 2021 (e al Sónar Barcellona del 2022). Buona lettura.

Vorrei partire con una domanda semplicissima. Perché hai intitolato questo lavoro così? In più la traccia finale s’intitola Born Slipping. Ovviamente niente a che vedere con gli Underworld, ma sembra un giochino divertente di rimandi…

Devo ammettere che temi legati ai concetti di “cadere” o di “instabilità” sono presenti nelle mie produzioni fin dall’inizio. Decidere questo titolo per il nuovo lavoro firmato Joy Orbison è una sorta di continuazione, di suggello. Forse puoi definirla una scelta un po’ opportunista, ma, ripeto, mi ci riconosco in questo termine “slip” e alla fine definiscila pure una sua “celebrazione”. Quando ero agli inizi notavo che molti dei produttori che stimavo e ai quali mi relazionavo, erano facilmente riconoscibili. Mi hanno spronato a seguire questo tipo di strada. Nel nostro ambito ci sono sicuramente aspetti che sembravano molto astratti e tecnici, ma esiste anche un lato davvero giocoso: penso soprattutto nel mondo grime, o hardcore. E questo tipo di atteggiamento alla fine mi appartiene.

Dunque è un “giochino” anche l’idea di infilare qua e là dei sample di conversazioni familiari, giusto?

È qualcosa che ho sempre fatto davvero, è anche uno scherzo ricorrente nella mia famiglia, ogni tanto mi urlano: “Aspetta, Pete sta registrando questo?” (il vero nome di Joy Orbison è Peter, O’Grady, ndr). Mi piace molto la giustapposizione di campionamenti di voci – che almeno per me sono molto colloquiali, senza pretese – e la musica elettronica. Penso di essere anche un po’ ossessionato dalla voce, in qualsiasi sua forma. Mi piace il modo in cui gli ascoltatori possono vedere un po’ nel mio mondo, costruire un’immagine nelle loro teste.

E poi ho notato che per due copertine, quella del mixtape e del singolo Slipping, ci sono persone che fumano…

La questione del fumo è un po’ irrilevante… a parte il fatto che tu colleghi le due immagini insieme (ride di gusto,ndr)! Però sì, vedo queste due uscite come una sorta di serie e ci sono sottili collegamenti tra le due immagini. La copertina del singolo Slipping è mia nonna e la copertina di Still Slipping Vol.1 è sua nipote, che poi è mia cugina, diciamo pure che è una “serie familiare” (sorride, ndr)! In fondo volevo che il tutto sembrasse davvero umano e piuttosto personale, immagino sia una mia reazione a quei grafici che sono un po’ freddi a giudicare lo stile con il quale oggi lavorano sugli artwork dei dischi di musica elettronica…

joy orbison, still slipping vol.1
Joy Orbison. Still Slipping Vol.1, cover del progetto

Come mai hai definito questo lavoro un “soul record”? Interessante.

Nella mia mente Still Slipping Vol.1 suona come una album di soul, è la mia versione di quel genere. Praticamente tutte le tracce sono state inizialmente costruite attorno alle melodie. Penso che la musica che ascolto prevalentemente abbia delle basi nella musica jazz o soul. Se ti parlo di sentimenti personalissimi, io lotto contro la musica che non ha davvero ciò che percepisco come “anima” o che non cerca di comunicare delle emozioni. Per me la musica è fondamentalmente comunicazione e c’era di sicuro molta emozione in circolo mentre davo vita a questo lavoro (ride, ndr)!

A proposito di emozioni, mi esalta Born Slipping, la traccia finale del mixtape. Ce la racconti un po’?

Nasce da un ricordo lontano. A 18 anni ero stato in un certo negozio di dischi a Soho quando il ragazzo dietro il bancone mise sul piatto Phylyps Trak II/I di Basic Channel (del 1994, ndr), mi fece letteralmente impazzire. Per le mie orecchie disinformate era una traccia di speed garage, molto buia e scarnificata. È un po’ un inno per me e i miei amici. Mi sono sempre sentito molto ispirato e connesso a quel suono berlinese di Maurizio / Chain Reaction perché regge fondamentalmente su quegli stessi principi “crudi e soul” che riconosco anche nella jungle e nell’UK Garage. Voglio dire, non è vero che tutta questa roba è nata dal reggae e dalla dub! Born Slipping unisce quei puntini che ti ho descritto, è un po’ Steve Gurley, un po’ Mark Ernestus.

Sei molto reticente a pubblicare album e per questo tuo debutto sulla lunga distanza hai scelto un termine più “contemporaneo”, come mixtape. Come mai?

Vedo davvero questa fatica come un mixtape e non come un album e penso che il formato dia davvero un senso a quello che stai ascoltando. Ho avuto questa idea di realizzare un mixtape da un po’ di tempo, basandomi sugli EP (81b del 2018 e Slipping, ndr). Che sia evidente o meno, spesso c’è un concetto dietro la maggior parte del mio lavoro, penso che spesso sia l’aspetto che più mi entusiasma e mi sprona. Ho messo un sacco di pensiero e impegno anche nel modo in cui il disco è programmato e sequenziato, quindi dovrebbe avere senso quando le persone lo ascoltano, almeno lo spero!

Per Still Slipping Vol.2 di Joy Orbison dovremmo aspettare un lustro?

Speriamo di no!

joy orbison
Joy Orbison. Foto di Rosie Marks

Ti piace spesso collaborare con altri producer e in particolare con Boddika.

Ho conosciuto Boddika grazie a Loefah (il produttore Peter Livingston, ndr), era il periodo a cavallo del 2010/11, all’epoca ero un grande fan degli Instra:mental. Probabilmente stavo cercando una guida e un nuovo modo di lavorare, è stata una grande scelta. Boddika ha uno studio analogico davvero straordinario. Ha completamente trasformato il mio modus operandi, perché fino ad allora componevo tutto solo su un PC di merda… Non era necessariamente pianificato il fatto di collaborare molto spesso, ma abbiamo finito per lavorare insieme per alcuni anni e sono davvero orgoglioso della musica di quel periodo!

Invece con la dubstep che rapporto hai adesso?

Penso di essermi connesso di più con la musica che ha influenzato la dubstep e con tutto quello che ne è derivato. A metà degli anni 2000 seguivo tutti i tipi di musica e sicuramente tenevo d’occhio la dubstep, ma ho iniziato davvero a impegnarmi con esso in modo appropriato solo quando sono arrivate etichette come la Hessle Audio. Il genere dubstep è stato fantastico, perché ho potuto convincere i miei amici – che sono cresciuti su d’n’b & garage – a venire a ballare alle serate DMZ, ma non penso che le mie produzioni siano mai state davvero e autenticamente dubstep…

Hai dubbi, timori per questa “libertà” che il governo inglese ha di recente dato alle persone in UK? Abbiamo visto scne di club pieni di ragazzi che ballano…

In tutta onestà, sì. Non mi fido del nostro governo, quindi è difficile sentirsi sicuri delle loro decisioni. Penso che dipenda da noi – come comunità clubbing – prenderci cura l’uno dell’altro e lavorare sodo per assicurarci di fare del nostro meglio. Dobbiamo assumerci delle precauzioni, necessarie per proteggere le persone vulnerabili nella nostra società. Mentre scrivo questo, ho appena scoperto di avere il Covid, quindi sembra decisamente molto reale!

Nel 2009 tu realizzasti un singolo, Hyph Mngo – pubblicato allora dalla Hotflush Recordings di Scuba – che ti aprì letteralmente la strada nella comunità dei producer di eccellenza. Ci racconti un aneddoto su questa magifica composizione?

Ah! Per prima cosa colgo l’occasione per dirti che il nome della traccia è spesso frainteso, sarebbe Hyph Mango ma l’ho sentito pronunciare e scrivere in tutti i modi possibili! All’epoca avevo un lavoro a tempo pieno a Soho che mi lasciava solo poche ore la sera, provavo a sviluppare delle idee e facevo tutta la mia musica, bazzicando l’appartamento del mio amico Kav (Jamie Kavanagh, ndr), che fu così gentile da lasciarmi lavorare sul suo setup del software Cubase. Una notte Kav era seduto sul suo letto a sgranocchiare del KFC, mentre io avevo aperto un file sul suo Cubase chiamato Hyph. Stavamo discutendo di sinestesia – per qualche motivo – e gli chiesi che colore potesse vedere quando ascoltava quel file, si prese un momento per pensare e poi tra un boccone di pollo e l’altro rispose: “mango!”. E in quel momento nacque il brano.

Articolo Precedente
Maria Antonietta. Foto ufficio stampa

Maria Antonietta: «Dante ci insegna la musicalità e il potere delle parole»

Articolo Successivo
Cypress Hill - intervista - 1 - foto di Michael Miller - Sony Music

Cypress Hill, 30 anni di barre al vetriolo: «I poliziotti sono ancora una delle peggiori gang in circolazione»


Articoli correlati
Total
267
Share