Steve Aoki è la EDM-star che non ti aspetti. Quando ci accoglie in una stanza d’albergo poco prima di un live a Milano lo stile è rilassato e “californiano”: piedi scalzi, t-shirt, pantaloni corti, chioma fluente e parlantina facile. Intervistare Steve Aoki è davvero semplice: basta dargli l’attacco e ti racconta la sua vita senza pensarci tanto. Il suo è un percorso artistico unico nel suo genere: si dedica alla musica giovanissimo, militando in svariate band e fondando a 19 anni la sua etichetta (la Dim Mak Records), poi fa qualsiasi tipo di esperienza in campo electro house e infine – sull’onda lunga dell’EDM – raggiunge la fama mondiale come uno dei migliori DJ e producer. All’orizzonte tanti live, fra cui uno agli Altromondo Studios di Rimini il 15 agosto.

Steve Aoki

Steve Aoki

Tu hai suonato in ogni angolo del pianeta. A quale città, club o festival ti senti più legato e dov’è che ti senti di più a casa?

A Milano! (ride, ndr) Sono appena arrivato da Tokyo: come sai sono di origini nipponiche e tornare in Giappone mi fa sempre sentire felice. Ma Milano occupa un posto speciale, il pubblico qui è qualcosa di diverso. Quando penso a un pubblico davvero “fisico” mi viene in mente quello italiano. Saltano e vanno fuori di testa, adoro quell’energia. È da più di dieci anni che vengo in tour in Italia, dall’era electro fra il 2006 e il 2008 quando facevo pezzi con i Bloody Beetroots, e ho girato parecchio qui. Sono stato in piccole città con club giganteschi. È strano quando sei in città di cui non hai mai sentito parlare e trovi un locale che può contenere 4mila persone!

Da un lato la tua vita è tutta bei locali, belle ragazze, soldi, successo. Dall’altro ci sono molto sacrificio e molta pressione. Spesso Avicii ha detto che lo stress causato da questo lavoro è pazzesco. Tu come fai a mantenere una vita normale?

È capacità di adattamento. Ho un po’ di amici che fanno musica e non si rendono conto di questo: devi andare in tour e loro non sono pronti per essere quel tipo di artisti. È vero, ci sono in ballo anche molti soldi e molta pressione: non sei più seduto davanti a un mixer a fare musica con i tuoi amici, devi buttarti e avere un alter ego. Io vengo da un background di musica rock dal vivo: ho suonato a concerti punk, in cantine, salotti, biblioteche, penso anche di aver suonato in un bagno una volta. Ho dormito sui pavimenti delle cantine e in metropolitana. Non dico di essere povero ma che ho sacrificato la mia vita per la musica. Prima di compiere 21 anni avevo già girato in tour per gli Stati Uniti 14 volte con una band – si trattasse della mia band oppure di una band di Dim Mak, l’etichetta da me fondata. Così quando sono passato dalla vita da band al deejaying è stato come andare in prima classe: andare a dormire in un hotel e non accanto a tre ragazzi sudati in un bus o in un piccolo van!

Il minimalismo è una tua caratteristica, la tua casa a Las Vegas ha davvero stile. È un modo per favorire il tuo lavoro?

Sono costantemente ispirato dal mondo intorno a me. Mi definisco un campionatore ambulante: “campiono” il mondo e poi trovo modi per essere creativo con ciò che ho raccolto, che si tratti di un sample audio, visivo o solo una sensazione. Sì, la mia casa è minimalista. Si tratta più che altro di uno studio con alloggio, in cui faccio musica con i miei amici: vengono lì e ci divertiamo ma il nostro obiettivo è creare. La mia casa è come il mio cervello: ho la mia biblioteca dove mi rilasso, penso e cerco di organizzarmi; ho il mio studio di fashion design, il mio parco giochi, la mia palestra.

Ti piace leggere molto e quando citi alcuni libri per te speciali sembri molto commosso, per esempio Transcend: nine steps to living well forever e Breve storia di (quasi) tutto. Come trovi il tempo per leggere?

Ho riletto Breve storia di (quasi) tutto un’altra volta, l’ho finito proprio la scorsa notte. È uno dei miei libri preferiti di sempre. Bill Bryson pone domande a cui tutti vorrebbero rispondere: cos’è il centro della Terra? Come facciamo a sapere quello che c’è lì? E lo spazio? Le stelle? La teoria del big bang? Quante grandi estinzioni ci sono state? Questa è un’altra domanda interessante: questo pianeta ha quasi 4 miliardi di anni e ci sono stati questi periodi di estinzione in cui è stata fatta piazza pulita, il 90% delle specie sono state completamente eliminate e poi la vita è fiorita di nuovo. La civiltà umana occupa lo 0.01% dell’arco di tempo in cui si sono sviluppate le specie viventi. Quello è il genere di libri che mi piace leggere.



Travis Barker dei Blink 182 dice che il tuo stile è come quello di una star punk rock. Dobbiamo aspettare che tu fondi una band?

Quello è il mondo da cui vengo! Vengo dalla vita da band, mi piace lo spirito collaborativo del gruppo. Direi che molti dei miei progetti musicali sono diventati collaborazioni e quando lavoro con altri artisti – cantanti, musicisti, producer – è una cosa che aggiunge molto colore a tutto il processo. Ho fatto i Rifoki con Bob Rifo dei Bloody Beetroots: sono venuto a Bassano del Grappa nel 2008, abbiamo scritto e registrato un intero EP in una settimana e abbiamo fatto Warp 1.9 e Warp 7.7. Rifoki era una cosa un po’ punk: cantavo, suonavo la chitarra ma Bob suona di tutto, è un prodigio musicale.

Nella vita di ogni artista di successo arriva un momento in cui capisci di aver creato qualcosa di importante. Quando hai cominciato a pensare di essere uno dei DJ più richiesti al mondo?

Non è che vada indietro nel tempo con la memoria e dica: “Quello è il momento in cui ho capito che ero ricco”. Magari quando ho comprato una casa a mia madre: è stata davvero una bella sensazione usare i tuoi soldi in un modo che non ti rovina con cose superficiali. Per cui ti direi che ho cominciato a sentirmi così non per via del successo ma quando ho iniziato a fare cose che mi hanno davvero arricchito. Ciò che dà valore alla mia vita è essere vicino alla mia famiglia e purtroppo questo lavoro mi porta via da loro. Ho passato più di dieci anni vedendo molto poco mia madre. E ho perso mio padre, per cui è una cosa a cui non posso rinunciare. Così quando ho completato la mia casa e mi ci sono trasferito, ho realizzato che non è ancora “casa”. Ho pensato: “Lo sarà quando mia madre deciderà di venire a Las Vegas”. Dipendeva da lei. Adesso è incredibile avere la possibilità di vederla sempre: è stata una cosa che mi ha arricchito molto.