Quando leggerete queste parole l’astronave “cosmotronica” sarà decollata già da qualche settimana, per raggiungere chissà quale orbita. Che potesse avere slancio lo si era intuito osservando l’effetto prodotto da L’Ultima Festa (su YouTube ormai oltre la soglia dei tre milioni e mezzo di visualizzazioni) e l’andamento trionfale della scorsa tournée, conclusa il 24 febbraio dell’anno passato con uno show in piazza Ottinetti a Ivrea, all’apice del Carnevale. Aveva festeggiato in casa, Marco Jacopo Bianchi aka Cosmo, prima di prendersi una pausa e cominciare quindi la preparazione del nuovo album, intervallata dagli impegni occasionali con il team di DJ chiamato Ivreatronic, che anziché distrarlo dal lavoro gli hanno offerto propulsione supplementare. Lo dimostra appunto Cosmotronic: disco doppio, il primo di canzoni e il secondo a base di grooves. Opera ambiziosa ma efficacissima, che lui stesso ci ha raccontato alla vigilia della pubblicazione.

Cosmo (foto di Vittorio Catti)

Hai sentito pressione addosso lavorando a un album diventato attesissimo?

L’ho percepita solo in certi frangenti ed erano quelli in cui non riuscivo a lavorare, nel senso che non mi veniva da scrivere né da produrre. Più pensavo a quel genere di cazzate e meno facevo musica. Se la pressione ha causato qualcosa di positivo, è stata la voglia osare. Mi sono detto: “Ok, c’è tutta questa attenzione? E allora faccio una capriola!”. Così mi sono concesso più libertà: non volevo giocarmi la partita con l’idea di vincere facile.

Che procedimento hai seguito?

Il solito: prima produco, partendo magari da un pattern ritmico, un giro di synth o qualche campione, mentre le parole e le melodie arrivano dopo. Questa volta ho investito un po’ di più sugli strumenti: il tour è andato bene e ho dirottato lì una parte del ricavato, soprattutto nell’assemblaggio di un sintetizzatore modulare. Quello ha cambiato abbastanza l’impostazione del lavoro: mi sono messo finalmente nella condizione di fare musica elettronica come va fatta, diventando regista di ciò che esce dalle macchine. Il synth modulare crea delle possibilità di espressione timbrica e di costruzione di pattern melodici e ritmici addirittura imprevedibili, a seconda delle variabili che imposti e di come colleghi le cose. È stato un modo nuovo di ottenere dei risultati musicali: mi sono sentito davvero parte di un gioco.

Quando hai deciso che l’album sarebbe stato doppio e diviso in parti distinte?

Nel momento in cui ho avuto tutto il materiale in mano. All’inizio pensavo addirittura di pubblicare la parte strumentale da sola, sotto pseudonimo. Era una cosa che sentivo di voler fare: non preoccuparmi di mettere il cantato ovunque, badando piuttosto a far ballare la gente. Poi ho capito che mescolare gli strumentali con le canzoni avrebbe reso l’insieme un po’ pesante e ostacolato il flusso: allora ho scelto di lavorare a dischi separati per mantenere intatta la forza di entrambi. Non mi volevo censurare, insomma.

Quanto è stato importante testare quel materiale in anteprima durante le serate di Ivreatronic?

Tantissimo: mi sono immerso nella mentalità del clubbing. L’esperienza dei DJ set, la creazione di una tua playlist, come suonare i pezzi festa dopo festa, ti aiuta a conoscere meglio te stesso e i tuoi gusti. È un mondo a sé, con logiche e dinamiche slacciate dalla forma canzone: lo scopo è inventare qualcosa per trasmettere un’energia esplosiva. Mi sono riavvicinato così a certe mie passioni, dal minimalismo al krautrock: un pezzo come Hallogallo dei Neu! è ripetitivo in modo ossessivo, ma quanta energia ha? Sembra un fiume…

Cosmo (foto di Vittorio Catti)

Venendo alla sezione pop dell’album, in Sei la Mia Città c’è un cammeo in incognito di Jovanotti, del quale tu avevi reinterpretato L’Ombelico del Mondo: che rapporto avete?

Ci scambiamo opinioni e mi piacerebbe avere più tempo da passare con lui per parlarne. È una persona molto aperta e intelligente, soprattutto umile se pensiamo alla sua portata: un vero appassionato di musica. È un artista inquieto e istintivo, si mette in discussione continuamente e cerca sempre qualcosa: cosa piuttosto rara nella musica italiana. E poi ha un’energia incredibile. Prendi la storia del Pop Shop a Milano, dove io ho partecipato come DJ: ci si è buttato per dieci giorni di fila, con ospiti che andavano e venivano, mentre il pubblico cambiava continuamente, e lui era sempre lì. Fossi al posto suo, non credo che mi metterei a fare una cosa simile: non ne ha alcun bisogno, ma è preso bene e la fa. Un’attitudine pazzesca. Mi sono sentito a mio agio, alla fine, come se lo conoscessi da un bel po’: è stato bello incontrarlo.

Magari potrebbe invitarti ad aprire i suoi prossimi concerti…

Non penso… Se me lo proponesse, comunque, accetterei: sarebbe figo.

A proposito di concerti: come stai costruendo il tour?

Strutturalmente sarà simile a quello del disco precedente, anche se aggiungeremo qualche strumento, di sicuro il synth modulare, mentre lo spettacolo luci sarà a regola d’arte. E soprattutto le serate non finiranno con il mio concerto: prima e dopo ci saranno i DJ, tipo un minifestival di elettronica.

E il preambolo a febbraio in Europa?

È stata un’idea di Emiliano Colasanti, il mio discografico: avevamo qualche richiesta sparsa, qui e là, e così abbiamo provato a costruire un itinerario. Gireremo in furgone per dieci giorni, in puro stile punk, avendo da caricare e scaricare ogni giorno il materiale. Un buon modo per tenere i piedi per terra. Faremo club piccoli, senza l’allestimento luci e con uno spettacolo compatto: ci servirà a riprendere confidenza con il palco e con queste canzoni, per arrivare il 17 marzo al Link di Bologna pronti a spaccare tutto.

Da questo punto di vista, quanto è stato importante per te l’apprendistato indie rock insieme ai Drink To Me?

Mi ha insegnato un mucchio di cose, che mancano a quelli che fanno il percorso passando dai talent o da Sanremo: ti spacchi i denti e ti ferisci, in senso non solo metaforico, ti ubriachi come una merda e viaggi per centinaia di chilometri in cambio di pochi euro. Una vera esperienza di vita.

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