Chi erano i Club Kids, i clubber che inventarono gli influencer

Abbiamo intervistato Walt Cassidy dei Club Kids, il gruppo protagonista della scena newyorkese anni 90. Ora raccontata nel libro edito da Damiani
Catherine McGann Larry Tee and Lahoma Van Zandt, Celebrity Club at Tunnel, 1988.
Catherine McGann Larry Tee and Lahoma Van Zandt, Celebrity Club at Tunnel, 1988.

Nella Grande Mela la club culture è stata sempre effervescente, e dopo lo Studio 54 tanti nuovi locali ma anche nuove correnti sono nati sotto le luci delle strobo. Correnti così rilevanti da piantare i semi di futuri trend come i reality show, il fenomeno degli influencer e le rivoluzioni di genere.

Ed è il caso dei Club Kids (termine coniato nel 1988), giovani neyworkesi eccentrici ma anche dotati di uno spiccato senso imprenditoriale, autentici interpreti della Generazione X, ultimo baluardo dei movimenti giovanili dell’era analogica. Il bellissimo coffee table book New York Club Kids appena edito da Damiani ci offre una dettagliata e fantasmagorica visione del loro mondo e dei loro look. Ne abbiamo parlato proprio con Walt Cassidy, in arte Waltpaper, uno degli esponenti storici dei Club Kids.

Leandro Justen, Walt Cassidy in Brooklyn, 2019.

Chi erano i Club Kids, a che cosa si contrapponevano o che cosa volevano fare?

Il nome fu coniato per la prima volta nel 1988 dalla scrittrice Amy Virshup per una cover story del New York Magazine. Catturarono l’attenzione del pubblico statunitense attraverso una serie di apparizioni nei talk show pomeridiani, il primo fu Geraldo nel 1990. Il gruppo ebbe fortuna nella prima metà dei ’90, con molte delle sue personalità centrali che intrapresero carriere di successo nell’arte e nella moda. I Club Kids iniziarono a disperdersi intorno al 1996, cadendo vittime della campagna Quality of Life di Rudolph Giuliani per ridimensionare l’industria del divertimento notturno e promuovere la gentrificazione di New York. Avrebbero dimostrato di essere l’ultimo gruppo subculturale del mondo analogico. Si distinguevano per la loro volontà di auto-mercificazione, che avveniva attraverso la iper-consapevolezza delle potenzialità di auto-branding e promozione, anticipando tendenze che oggi sono all’ordine del giorno. A differenza delle scene underground esclusive che erano venute prima, loro corteggiavano attivamente il mainstream. Il loro mix di senso dell’umorismo ed edonismo era un contrappunto rinfrescante rispetto all’oscurità che aveva prevalso negli anni ’80 tra la pandemia di AIDS e la politica conservatrice di Reagan e Thatcher.

Ricordi qualche aneddoto divertente di quei giorni spensierati?

Ricordo soprattutto il divertimento che pervadeva qualunque cosa facessimo e le vaste possibilità creative negli anni ’90. E questo poteva valere ad ampio raggio per la musica, la moda e le droghe che erano popolari. C’era un’infinita gamma di venue, piccole e grandi, che i creativi potevano utilizzare. Non c’era mai carenza di soldi e collaboratori. La vita era spensierata e facile. Tutte le risposte delle quali avevi bisogno, potevi trovarle nel dancefloor.

C’erano vere amicizie al di fuori del contesto di feste e droghe? Vere amicizie tra persone… Amanda Lepore, Richie Rich, Leigh Bovery, Björk, James St. James, giusto per fare qualche nome: hai ancora rapporti con qualcuno di loro?

Sì. Leigh è venuto a mancare, ma le persone che fecero parte dei Club Kids e sono ancora in vita, mantengono un legame leale. Le presentazioni del libro New York: Club Kids a New York e Los Angeles sono state delle riunioni di famiglia con tante risate e lacrime di gioia. È stato fantastico essere insieme di nuovo.

Misa Martin, Jo Reynolds on David Ilkhu’s balcony in Project X, 1994. Copryright Misa Martin. All rights reserved

Gli anni ’70 erano dominati dalla cultura hippy, poi alla fine del decennio e inizio ’80 erano punk e skinhead che volevano affermare con i loro vestiti una dissociazione dal costume borghese. Gli anni ’90 cambiarono ancora la funzione sociale della moda. In questo caso, da chi o che cosa volevate dissociarvi?

Credo che gli anni ’90 s’incentrarono sul concetto di decostruzione. Strappare le cose, rimettere insieme i pezzi e mostrare le cicatrici. Era visibile nelle tendenze della moda, nell’esplosione di techno e grunge, nelle droghe. C’era un’onestà di fondo nei Novanta, che era molto affascinante. I Club Kids erano unici perché non volevano dissociarsi. Sentivano di meritarsi il giusto spazio proprio accanto alle pubblicità di McDonald’s nel daytime televisivo e comprendevano che le loro identità potevano essere marchi esse stesse. Allora questa idea era piuttosto avanguardistica, mentre nella cultura di oggi, il marchio personale è un concetto ampiamente discusso e compreso grazie alla congiunzione dei social media e alla cultura degli influencer.

Giocavate con gli stereotipi di genere. Vi sentite un po’ i precursori del mondo queer e gender di oggi?

Penso che siamo stati importanti nel portare avanti i concetti di fluidità di genere o di espressione non binaria. Questi termini non esistevano nemmeno allora. I Club Kids erano diversi dalle drag queen, perché non cercavamo di essere ragazze o ragazzi, ma abbracciavamo il concetto di confini sfumati riguardo al genere. Quando gli intervistatori mi chiedevano se fossi un ragazzo o una ragazza, io rispondevo “nessuna delle due”.

C’era sesso selvaggio, nonostante l’incombente spettro dell’HIV e droghe sempre più sintetiche in feste esagerate. È stata una generazione illusa o…? Che cosa ne pensi oggi?

C’erano esibizionismo e nudità, ma non sesso. La scena dei Club Kids non era guidata dal sesso,  era l’apice della pandemia di AIDS e in qualche modo potevamo essere visti come una risposta alla paura e all’ansia che permeavano quel periodo. Abbiamo investito in una forma di sollievo comico con l’espressione della nostra identità. Il sesso sembrava vietato. C’erano ancora pochissime informazioni sull’HIV e su come potesse essere trasmesso nei primi anni ’90 e le persone morivano continuamente. Sentivo che, anche senza fare sesso, avrei comunque potuto vestirmi, ballare tutta la notte e drogarmi.

Siete stati considerati ragazzi della Generazione X, cresciuti tra la Guerra Fredda, la caduta del Muro di Berlino e l’America di Reagan, e definiti apatici, cinici, senza valori o affetti. Quale definizione daresti, invece, e come descriveresti la generazione attuale?

Non direi che i Club Kids venissero definiti o percepiti da quei termini specifici che hai elencato. Eravamo visti più come irriverenti, edonisti e profondamente ossessionati da se stessi, e quelle cose erano vere. Come il libro New York: Club Kids sottolinea, eravamo anche incredibilmente consapevoli, a fuoco e autodisciplinati. C’era un’enorme mole di organizzazione dietro le quinte, ed eravamo spinti in avanti da una fiorente industria della vita notturna, che potrei paragonare al primo sistema degli studios di Hollywood. C’era un flusso infinito di fotografi, scrittori, promotori, proprietari di club e team di pubbliche relazioni, che svolsero ruoli chiave nel successo dei Club Kids.

Catherine McGann, Sophia Lamar, King and Queen of Manhattan pageant at Limelight, 1994.

Eri una delle figure centrali di quegli anni e delle feste da Michael, sfogliando il libro. Quali aggettivi useresti per definire quel periodo?

Creativo, vibrante, intuitivo, pieno di inventiva, ampio, vario, decadente, emozionante e d’impatto.

Hai visto il film Party Monster di Fenton Bailey e Randy Barbato? Che cosa ne pensi? È riuscito a mostrare la realtà di quell’epoca o hai qualcosa da criticare?

Fenton e Randy hanno realizzato progetti meravigliosi con World of Wonder. I loro punti di riferimento per Party Monster furono più gli anni ’80 in prospettiva e si focalizzarono strettamente sulla narrazione personale di Michael Alig. Randy e Fenton furono molto vicini a Michael Alig e James St. James alla fine degli Ottanta, quando furono piantati i semi, ma ebbero poi pochi contatti e un’esperienza ridotta di quello che sarebbe esploso come Club Kids neI Novanta. Con Party Monster ebbero un approccio più kitsch e da tabloid, che si adattava alla storia di Michael Alig e della sua caduta. Tuttavia, la narrativa di Party Monster non rappresenta accuratamente l’ampio spettro di obiettivi dei Club Kids, le molte personalità coinvolte o l’impatto culturale che avrebbero lasciato. Il libro ripercorre la storia dei Club Kids e le dinamiche sociali di New York nei Novanta. È più accademico e meno sensazionalistico. Il libro è raccontato dal mio punto di vista privilegiato all’interno del circolo ristretto dei Club Kids che vivevano e lavoravano insieme all’interno dei grandi club, insieme ai fotografi che li documentavano. Il mio focus è sulla creatività di quel periodo.

SKID, Main dancefloor at Limelight, 1992. Copyright SKID. All Rights Reserved.
 

L’età d’oro dello Studio 54 durò fino a quando il suo proprietario fu arrestato per droga e frode fiscale, l’omicidio di Andre fu uno shock per i Club Kids. Che cosa ricordi di Andre Melendez? E quale effetto ha avuto questa tragedia su tutti voi?

Ogni scena culturale nel corso della storia segue un corso naturale, di solito nell’arco di circa dieci anni. C’è una fase di costruzione, un punto culminante e l’inevitabile incidente, spesso raccontato dalla stampa come una degna tragedia di qualche tipo. Gli hippy hanno avuto Charles Manson e Altamont, la Factory di Warhol ha avuto la sparatoria di Valerie Solanas e la morte di alcuni personaggi, come Edie Sedgwick. I punk hanno avuto Sid e Nancy. Così i Club Kids non sono stati differenti, con la caduta della nostra scena in risposta alla campagna politica di Rudolph Giuliani per sterilizzare la cultura della vita notturna a New York e la morte di Melendez. Nel libro, discuto le sfide del tentativo di gestire le nostre spirali di dipendenza e morte. Ero ancora molto giovane a quel tempo e diventò tutto incredibilmente spaventoso e traumatizzante verso la fine. Ci fu un certo numero di morti per overdose e suicidio, prima di Melendez, che non fu reso pubblico. Questo è normale per qualsiasi stile di vita che implichi un consumo eccessivo di droghe. Non eravamo vittime. Comprendevamo che lo stile di vita che avevamo scelto implicava dei rischi e spesso corteggiavamo il pericolo. I giovani sono arroganti e anche noi ci sentivamo indistruttibili, come tutti i giovani.

I Club Kids erano una tribù urbana nata dalle ceneri della Fabbrica di Andy Warhol: guardando indietro e osservando la generazione di oggi e ciò che produce, di che cosa ti penti? La musica, l’intrattenimento e la creatività, oggi avrebbero bisogno di altri Club Kids?

Non ho rimpianti. Sono molto orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato come Club Kids e di quanto ci siamo evoluti tutti, come individui, da quel momento fondativo. La nostalgia è fantastica per libri, film e mostre, ma non le permetto di bloccarmi nella mia vita di tutti i giorni. Il mio interesse principale è il presente, spostandomi verso il futuro. La cultura giovanile, specialmente in contesti urbani, si rigenera sempre. È la stessa energia, che attraversa la storia. In tempi nuovi, arrivano un nuovo linguaggio e nuovi titoli.

Distruggi il passato… Crea il futuro.

Articolo di Carlo Sessa

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