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ELECTRO

Auguri a un classico esplosivo: 40 anni di “Call Me” dei Blondie

Nel 1980 rimase al primo posto in classifica da fine aprile a fine maggio e fu il tema portante di American Gigolò: la storia di Call Me

La cover di Call Me dei Blondie
La cover di Call Me dei Blondie

Call Me è stata ai vertici della Hot 100 chart di Billboard US per 6 settimane (dal 19 aprile al 30 maggio 1980). E c’è chi se la ricorda associandola a Richard Gere giovanissimo e sexy nel cult-movie American Gigolò.

Call Me rappresenta la perfetta pop song in perfetto stile disco music anni ’80.

«La musica era pronta e il titolo, Human Machine, anche. Mancavano solo il testo e la voce. Spedii il demo a Debbie (Harry, nda) e lei nel giro di pochi giorni me lo rinviò stravolgendo tutto il plot che avevo in mente. Ma aveva ragione: Call Me, era perfetta!».

A parlare è Giorgio Moroder, padre della disco e deus ex machina dell’elettronica, che produsse il pezzo, all’epoca fresco del primo Oscar per Midnight Express (Fuga di Mezzanotte) e della sterminata serie di hit con Donna Summer.

Un testo ammiccante che ben si addice alla trama del film di cui è il tema portante (American Gigolò, costruito sul sex-symbol Richard Gere) e un sound incalzante e incendiario come pochi sono la ricetta vincente di Call Me. La disco music, data per spacciata con l’avvento del nuovo decennio, si rigenera di colpo proprio grazie a questo brano infuocato, crocevia tra new-wave, elettronica e disco stessa.

Call Me, chiamami, appelle moi”, canta la biondissima Debbie con fare graffiante e sensuale da gatta-pantera, oramai icona glamour (post) Studio 54. E pensare che gli esordi della band da lei fondata a metà degli anni ‘70 insieme al chitarrista Chris Stein erano radicati nella scena underground tra punk e new wave in locali fumosi e lerci della Big Apple come il CBGB.

Eppure non fu certo Moroder con Call Me mega hit (al numero 2 per due settimane) persino nella Disco Chart di Billboard il responsabile della svolta mainstream del gruppo. Già con Heart Of Glass, micidiale mix di tastiere electro-disco (ma senza re Giorgio), Harry e Stein erano stati accusati di “tradimento” dai loro compagni di palco.

«Mi fu riferito che alcuni nostri colleghi come Joan Jett e i Ramones rimasero malissimo quando ascoltarono il nostro brano alla radio», ricorda Debbie. «Io ero sorpresa: non credevo fosse così diversa dal nostro sound e poi a noi la musica disco piaceva da sempre, tant’è che spesso incorporavamo nei nostri live I Feel Love di Donna Summer».

Quando il fortunato binomio Moroder-Blondie arriva e fa piazza pulita, il movimento punk, acerrimo nemico della disco music, con la quale però condivideva analogie di lotta e diversità contro l’establishment, era in netto declino.

Le sue chitarre ruvide e chiassose dovevano lasciare spazio ai synth, simbolo del new sound del decennio appena cominciato. Bizzarro che Robert Fripp definì i Blondie “il più grande tentativo di rock per le masse. La loro musica ha distrutto il predominio della disco”.

Proprio con lui, infatti, Debbie & co. si ritrovarono sul palco del decaduto CBGB con lo scopo di raccogliere fondi per la riapertura del vecchio club. 

Il brano che scelsero di suonare live insieme all’ex King Crimson? I Feel Love della Summer, naturalmente! 

*Andrea Angeli Bufalini

Giornalista, critico musicale e scrittore e da anni funzionario Rai nel settore radiofonico musicale ha realizzato assieme a Giovanni Savastano il prezioso volume pieno di illustrazioni: La storia della Disco Music edito da Hoepli.

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