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ELECTRO

Ironia e italo disco, Bruno Belissimo presenta “Tucker”

L’artista italo-canadese unisce, come forse nessuno nel nostro Paese, synth pop, funk e un tocco di sarcasmo. La nostra intervista a Bruno Belissimo

Bruno Belissimo
Erminando Aliaj

Ho sempre avuto un debole per Bruno, già ai tempi dei Low Frequency Club (mi regalarono nel 2007 la sigla del mio storico programma radiofonico The Box a Radio Popolare). E sono incappato in una gaffe clamorosa quando il nostro direttore Federico mi fece sentire entusiasta un brano dall’album di debutto di Bruno Belissimo, Ghetto Falsetto del 2018 e io gli dissi: «Ma è bravo! Chi è?». Era proprio lui, il DJ e producer italo canadese Bruno Belissimo. Un artista che unisce, come forse nessuno nel nostro Paese, italo disco, synth pop e funk.

Dopo averlo visto tempo fa anche come bassista della band di Colapesce e più di recente smanettare, a ridosso del coprifuoco generale, al Rocket di Milano, in occasione dello showcase di presentazione di Gange – singolo del nuovo album di Francesca Michielin – ecco arrivare l’ottimo ritorno su album, Tucker (Volcano). Ne chiaccheriamo ovviamente a distanza.

Partiamo dal titolo. Tucker è un personaggio immaginato con molti spunti tratti dalla vita quotidiana, ce ne vuoi parlare?

Come per tutti i miei lavori mi piace lasciarmi ispirare da un’idea, un tema o un immaginario. Tucker è un personaggio creato dalla matita di Davide Patrignanelli che rappresenta uno stereotipo di persona molto comune nel nostro Paese e non solo. È la personificazione dei cliché di una generazione figlia del “turbocapitalismo” che ci lascia in eredità la sua crisi, le contraddizioni e un deficit di valori secondo me fondamentali. Sono estremamente affascinato da Tucker e, anzi, gli devo moltissimo.

Una delle peculiarità del tuo stile è che appari molto coerente e preciso nelle cordinate in cui ti muovi. Italo disco/funk/synth pop. A questo punto della tua carriera come ti collochi nel panorama dei possibili ascoltatori/fruitori?

Grazie mille. Sentirsi dire che si è coerenti è sempre un complimento molto gradito. Io non penso molto a quello che faccio, sono istintivo e per questo credo che la mia coerenza sia data semplicemente dal fatto di fare solo quello che sento mio. Però questo non significa che non tendo mai a uscire dalla mia comfort zone. Anzi, cerco di non ripetermi mai e mi piace l’idea di aver abituato chi mi ascolta ad aspettarsi un po’ di tutto da me.

Gourmet mi ricorda un po’ i Daft Punk di Random Access Memory, vai un po’ al di là del sound anni ’80, c’è del funk a stelle e strisce…

Sì, è vero. Gourmet ha un sound un po’ nuovo per me, forse per questo mi piace molto… Hai detto bene. Ricorda quel funk americano un po’ commerciale. Ho ascoltato recentemente un disco che credo mi abbia ispirato nello scrivere questo pezzo: è New York Narcotics dei The Knocks.

Uno dei miei brani preferiti del disco è Orfeo. È anche uno dei primi pezzi usciti come singolo. Fa intravedere una nuova evoluzione della tua cifra stilistica…

Vero, Orfeo è un pezzo nato in maniera differente. Per la prima volta ho pensato che avevo bisogno di metterci delle parole e l’ho fatto senza pensarci molto. Non so se è un punto di svolta, ma di sicuro ora so di avere anche un altro strumento da utilizzare, se ne sentissi il bisogno. Nel disco, infatti, c’è un altro pezzo cantato che è Il Piacere.

I’m Not That Guy è il brano più “scuro” del disco, un po’ DFA, disco newyorkese nello stile, com’è nato?

Hai azzeccato il mondo a cui pensavo quando l’ho scritto. È un pezzo uscito come release singola e infatti ha un suono tutto suo e un po’ diverso dal resto del disco. Devo dire che per il modo che ho io di lavorare questa tendenza a far uscire una traccia alla volta mi fa un po’ soffrire perché poi se lo devo inserire in un disco trovo che il modo si discosti dalle altre tracce e quanto mi dispiace. Però forse sono solo miei trip mentali.

Ci sono dei dischi del passato – di questo territorio vastissimo che comunque tu bazzichi – che hai solo scoperto di recente e ti hanno illuminato?

No, in realtà ho ascoltato talmente tanto quella scena che al massimo ho riscoperto dei dischi che non ascoltavo da tempo come Holy Ghost!Begin Dull Care dei Junior Boys.

Adoro, bravo Bruno! Anzi, cari lettori andateveli ad ascoltare… Com’è stato lavorare con Francesca Michielin? Peraltro il suo show-case milanese è stata una delle ultime cose viste prima del coprifuoco generale.

Sì, siamo stati fortunati! Siamo riusciti a fare quello showcase poco prima del lockdown. Francesca è una grande artista, abbiamo lavorato insieme nella preparazione del suo live set elettronico per il tour dell’anno scorso e ci siamo trovati molto bene. Son contento di essere salito su un palco con lei finalmente è stato davvero una bomba.

Come stai vivendo questo periodo? E qual è una traccia che sceglieresti per sottolineare musicalmente questo periodo?

Lo sto vivendo con rassegnazione ma cercando di rimanere positivo. È l’unica cosa che si può fare. È una situazione senza precedenti alla quale non eravamo preparati e bisogna cercare di superarla nel migliore dei modi. Il pezzo che sceglierei è il tema principale della colonna sonora di Brutti Sporchi e Cattivi di Ettore Scola composta da Armando Trovajoli. Ci sta benissimo in questa situazione!

Quando tutto sarà finito tornerai sicuramente dal vivo, in compagnia di Bonito? Ci sono delle novità?

Certo e non vedo l’ora, questo lockdown ci sta caricando a mille! Porterò in giro il mio set da solo, il duo con mio fratello e anche il DJ set… Quando tutto finisce non voglio più stare a casa per un bel po’.

Ascolta qui Tucker di Bruno Belissimo

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