Hai mai sentito i Joy Division in romanesco? I Bobby Joe Long’s Friendship Party raccontano il loro album “AOH!”

Il frontman della band romana, Henry Bowers, ci presenta il loro quarto album, con una produzione completamente sviluppata in analogico e atmosfere anni ’80 ma dove emerge anche la canzone popolare romana
Henry Bower AOH!
Henry Bower, frotman dei Bobby Joe Long’s Friendship Party, foto di Tania Alineri

Joy Division, Laura Palmer, D’Annunzio. Avreste mai pensato di vederli insieme? Se la risposta è no, ci hanno pensato i Bobby Joe Long’s Friendship Party a riunirli tutti, tra poesia urbana e sperimentazione futuristica, nel loro nuovo album AOH! pubblicato oggi, martedì 14 luglio, su tutte le piattaforme digitali e in vinile per Aldebaran Records.


Il progetto, con un linguaggio diretto e citazioni popolari e letterarie, ha come obiettivo la sperimentazione sonora, attingendo da diversi stili, come la dark wave e il synth pop.


Anche conosciuti come Oscura Combo Romana, il gruppo dama-synth-coatto-wave di Roma Est è nato all’interno di un movimento artistico denominato 03:33. Il quarto album dei Bobby Joe Long’s Friendship Party arriva dopo la trucilogia di Roma Est. A differenza dei primi tre lavori, la produzione è completamente sviluppata in formato analogico. Le atmosfere, inoltre, spaziano dall’italodisco al punk e post punk, per arrivare a terreni sonori inediti, con il cantato (quasi parlato) del frontman della band, Henry Bowers.

AOH! raccoglie ed elabora concetti e atmosfere degli anni ’80, integrando nel concept artistico la componente “coatta” neorealista che viene “elevata a elemento letterario identitario”. La band è composta da: Henry Bowers (voce, testi, produzione), Arthur Ciangretta (chitarra, arrangiamenti, produzione), Peter Spandau (basso, arrangiamenti, produzione). E ancora: Donald Renda (batteria), DJ Myke (scratch) e Tommy Bianchi (programmazione, drum machine, synth e sax).

Henry Bowers ci racconta AOH!, traccia per traccia.

Il track by track di AOH!

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Si può definire la The Mercy Seat dei BJLFP. Una ossessiva e tempestosa cavalcata post punk con chitarre quasi beach house e synth in crescendo. Il testo è una visione cinematografica dei primi anni Novanta, di un mondo di periferia alienato e interdetto al futuro, incastonato tra la moda, le cronache, l’estetica e la cultura del periodo. Secondo me è la traccia più poetica dell’album.

Mortacciloro

Rappresenta il limbo dettato dall’estrazione sociale e l’accettazione della condizione nonostante tutto, la musica è una riuscita combo tra quell’italo disco alla Righeira e quella new wave tipo Tallking Heads, ma dentro c’è anche una idea di The Adicts, il testo non è altro che una presa di coscienza sull’ostilità del mondo e la ricerca se non della felicità, della catarsi racchiusa nel passaggio “l’idea della sola trasferta come avvenire”.

Stuff Da Night Starker

Già nel titolo comporta quell’invasione romanesca che tutto capovolge, perché il romanesco e il romano è iconoclasta e dark per natura, rivoltoso e punk per estrazione, ma allo stesso tempo romantico e popolare. Così come il testo dell’album dove Lando Fiorini incontra Ian Curtis, così come la musica dove il ritornello molto Ultravox disperde le esalazioni di un tappeto sonoro martellante e oscuro.

Notte De Varpurga

Racchiude le privazioni e il disagio degli ultimi tre anni, il ritornello è mutuato dalla magia di Lil Peep (che ascoltavo parecchio durante il primo lockdown). Nelle sonorità abbiamo invece esplorato qualcosa di nuovo tanto da inserire una stupenda linea di scratch di DJ Myke. È una traccia che rappresenta la desolazione ma allo stesso tempo te la fa prendere a bene.

Bela Lugosi’s Tanz

Già dal titolo è il rovescio della medaglia di Bela Lugosi’s Dead, cioè lo stesso concetto ma rivisitato all’opposto, in chiave dance. Anche il testo dove Bela Lugosi è vivo e se ne va a ballare la notte partendo dalla “Prenestina Higway”. La musica è una italo disco con inserti un po’ Chic e Alan Parsons, pure qui siamo su territori inesplorati.

VateWave

È un ritratto di D’Annunzio. Ho quattro miti moderni (che per me sono le quattro rockstar antelitteram): Marinetti, Majakovskij, Lawrence D’Arabia e D’Annunzio. Nel precedente album avevo trattato Lawrence D’Arabia, qui D’Annunzio, un uomo pieno di vulnerabilità ma allo stesso tempo capace di sovvertire tutte le umane paure e proiettarsi nell’immortalità. Il concetto è tutto passa ma i veri poeti rimangono, e la musica non poteva non essere qualcosa dal sapore The Smiths.

C’ho tutto un sogno Ramones

Lo sbrocco vero e proprio, la voglia di perdersi in un isolamento però costruito e non indotto, ma è anche la voglia di rivalsa contro l’universo. Si apre con un bel giro di basso di Spandau e Arthur Ciangretta mostra il suo sconfinato talento non solo compositivo ma anche tecnico. Un punk consapevole del passato ma modernissimo e inedito nella narrazione.

Happy Birthday

È il pezzo più folle dell’album, non solo per il testo ma proprio per la costruzione. Mostra tutta la nostra capacità creativa: il testo è lungo ma si dipana in un minuto e mezzo, e si allunga spiazzante con cambi di ritmo perfetti con la narrazione. Un malessere concreto come una notte brava e delirante, che parte al crepuscolo ed evapora in delirio all’alba. Roba che, secondo me, neanche oltremanica.

C’è Da Dire

Il finale, che è poi la prima traccia scritta e che mi ha fatto capire che anche questo è un concept album. Dentro c’è la possibilità della fine, non solo musicale, la dissolvenza dei sogni e l’illusione del presente. La musica è quella “Madchester” lì fatta di New Order ma anche Happy Mondays, qui riletta come al solito alla nostra maniera e dunque rinnovata


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