Talento, influenze, sincerità, dolore. Tutto quello che ci ha lasciato Amy

A 10 anni dalla scomparsa abbiamo voluto ricordare la cantante inglese, artista controversa e dalla voce assolutamente unica
Amy Winehouse
Amy Winehouse, foto di Mischa Richter

Nei primi anni 2000 un’artista dall’indiscutibile talento e dalla personalità unica travolse la scena pop inglese. Portava con sé un massiccio bagaglio di suoni vintage, jazz e soul a cui aveva ridonato un grande appeal. Si chiamava Amy Jade Winehouse e nella sua prima hit mondiale, Rehab, uscita nell’ottobre 2006, urlava che non sarebbe mai rimasta in clinica per curarsi dall’alcolismo come avrebbe voluto il padre.

In quel pezzo, prodotto da Mark Ronson con cui creò una coppia musicale di livello incredibile purtroppo finita male, si notavano già molti aspetti che la resero indimenticabile. La voce roca, graffiante, estremamente sincera. E una sofferenza nella ricerca d’amore e approvazione che non l’abbandonò mai. Fino a quel tragico sabato, il 23 luglio 2011, di cui domani ricorrono 10 anni.

Amy entrò nel club dei 27, come Kurt Cobain e Jim Morrison. Chissà se lei si rese davvero conto di quanto influenzò con soltanto due album in studio, Frank e Back to Black (e uno postumo), gli altri artisti e il mondo del pop in generale. Sempre protagonista delle pagine del gossip, britanniche e non, per le sue esuberanze dovute a abusi di sostanze varie, alcol e droga, per i disturbi alimentari e per le sue tormentate storie d’amore.

I riconoscimenti degli altri artisti

Fu la stessa Adele a scrivere quanto ringraziasse la Winehouse per “avere aperto la strada ad artiste come lei”. Aggiungendo: “Ha reso di nuovo la gente entusiasta della musica inglese, mentre era coraggiosamente esilarante e indifferente all’intera faccenda. Non credo che si sia mai resa conto di quanto fosse brillante e importante, ma questo la rende ancora più affascinante“.

Anche George Michael la definì niente di meno che “la cantante più soul che questo Paese abbia mai visto”. Lady Gaga scrisse in un tweet nel 2011: “Ricordo di aver capito che c’era ancora speranza e di non essermi sentita sola grazie a lei. Viveva in pieno il jazz, viveva il blues”. La cantautrice Laura Mvula ha dichiarato recentemente: “La sua eredità è al di là di ogni comprensione”.

Amy Winehouse, icona di stile

Non si può parlare di Amy Winehouse senza citare i suoi look. Un aspetto tutt’altro che secondario, visto che la cantante è stata una vera e propria icona di stile. Amy, con i suoi outfit dal gusto retrò e la maxi riga di eyeliner nero, ha saputo riportare in auge la moda anni ’50. Quello stile da pin up che sembrava perduto e che, invece, lei ha saputo rendere contemporaneo e mai scontato.

Dagli abiti attillati, che ricordano il burlesque, alle gonne ampie, dalle scollature a cuore agli appariscenti orecchini a cerchio, c’era una cosa che Amy Winehouse amava più di tutto: la sua iconica acconciatura cotonata. Una pettinatura che, ancora oggi, viene ricordata da tutti, che le donava ben 15 centimetri (Amy era alta 1.59, ndr) e che adorava abbellire con foulard e fermagli. Lei è persino riuscita a farla tornare di moda.

Anche il mondo della moda è rimasto incantato dallo stile di Amy Winehouse. Nel 2012, infatti, Jean Paul Gaultier le ha dedicato un’intera collezione, con le gonne a tubino super aderenti e la lingerie a vista. Lo stile inconfondibile di Amy Winehouse verrà ricordato per sempre. E oggi, a distanza di 10 anni, nessuno ha avuto il “coraggio” di emularlo. Forse perché, come per altri grandi della musica, la paura del confronto è dietro l’angolo. La cofana di Amy e la sua riga di eyeliner spessa, a contornarle gli occhi tristi, non saranno mai, in alcun modo, replicabili da nessuno.

Amy, un esempio di generosità

Dalla musica al look, insomma, Amy Winehouse è stata davvero un simbolo. Non soltanto per la sua eredità stilistica e il suo sound che, per quanto circondati da un’aura che tende fin troppo a concentrare l’attenzione sugli aspetti più negativi della sua storia, volenti o nolenti resteranno per sempre. Nel ricordarla, è nostro compito anche citare la sua immensa generosità, un dettaglio che spesso, disegnando il profilo della cantante, va perso. Eppure è la chiave per comprendere quale fosse davvero il problema di Amy. 

Facendo un rapido passo indietro, dall’uscita di Rehab l’artista si è distinta per l’interesse in iniziative benefiche, cantando ad esempio per Children In Need o apparendo nuda in un numero della rivista Easy Living per la lotta contro il cancro al seno. Non solo: quando nel 2008 ha affrontato un ricovero a causa degli effetti collaterali causati da alcuni farmaci, l’artista ha fatto volontariato in quella stessa clinica, aiutando il personale sanitario. Inoltre, l’anno successivo salvò la vita di un uomo che non poteva pagare le proprie spese mediche, offrendosi di coprire l’intera cifra.

Questi sono solo alcuni degli episodi in cui l’artista ha dimostrato che il raggiungimento della fama avrebbe potuto essere uno strumento fondamentale per aiutare il prossimo. Incredibile, però, quanto quella stessa nobiltà d’animo, nonostante esistesse la possibilità di farsi aiutare in modo concreto, non si traducesse anche in amor proprio, quello che – forse – avrebbe potuto salvarla.

Un amore immenso, un peso insopportabile

Purtroppo, si sa, quando si tratta di gossip è il personaggio a prevalere sulla persona. L’immagine dell’artista “maledetta” fa molta più presa sul pubblico, ed è l’incubo nel quale Amy Winehouse è rimasta intrappolata dal momento in cui il suo successo era giunto al punto di non ritorno. Un do ut des, che alimentava giornalmente il chiacchiericcio, che non faceva altro che girare attorno ai suoi disagi con la droga e con l’alcool, in cerca della foto più scandalosa. Quegli stessi disagi erano una salvezza per Amy, che aveva trovato quell’unica soluzione per isolarsi dal suo entourage, nascondersi dalla vita, e cercare di non soffrire per l’amore che la devastava più di tutti. 

Chi ha visto Amy Winehouse dal vivo l’ha probabilmente vista persa totalmente nella sua solitudine. Noi eravamo all’Alcatraz di Milano il 26 ottobre 2007. Continuava a bere da una bottiglia, probabilmente whisky e cola, e faceva fatica a reggersi in piedi, a finire la canzone e persino a sistemarsi il vestitino. Non condivideva niente con la sua band che cercava di riempire i buchi né tantomeno con il pubblico che sembrava preparato a tutto e di certo non fischiava. Era sola, totalmente sola.

Blake fu il fulmine che bruciò fino al midollo tutta la voglia di vivere di Amy. Per quanto lei lo amasse oltre ogni altra cosa, non si era resa conto che l’ex marito – insieme alla pressione insopportabile della vita da star che conduceva –  aveva aperto per lei la porta dell’inferno. Una ragazza di 27 anni, che nella vita non vuol far altro che esprimersi con la sua arte, non può voler morire nel momento in cui il suo sogno si sta realizzando. A meno che non sia costretta da un dolore così grande da non poterlo esorcizzare nemmeno attraverso la musica. 

È per questo che Amy Winehouse, oggi, è una delle icone più rappresentative della nostra epoca. Il suo immenso potere nel saper parlare alle persone, e trasmettere con le sue parole sensazioni così intime e condivise da chiunque non poteva convivere con il magico incantesimo che le avrebbe consentito di autoguarirsi e di uscire dalla prigionìa della propria solitudine.

Love Is A Losing Game: Amy lo sapeva bene, e anche se lei ha perso quella grande partita con la vita, la sua storia rimarrà un insegnamento che ricorderemo a lungo.

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