8 marzo: 13 artist* per festeggiare l’inclusività, tra musica, arte e letteratura

Abbiamo raccolto alcuni importanti nomi della lotta alla divisione, tra la scena musicale nonbinary, come Arca e Kae Tempest, e la letteratura
Kae Tempest (foto di Neil Gavin)
Kate Tempest / Neil-Gavin

Nel giorno storicamente dedicato alle donne, l‘8 marzo, abbiamo deciso di sintonizzarci con la continua trasformazione delle esigenze sociali e di soffermarci su una presa di coscienza comune, sempre più presente e sempre più di rara intensità nella nostra società a livello planetario (con le dovute differenze a seconda delle imposizioni politico-religiose). Parliamo del superamento delle divisioni tra generi. Un fenomeno che stiamo vivendo a più livelli, dalla moda al design, e che vede la musica ancora una volta protagonista del cambiamento che spinge per l’inclusività.

Come sempre più notiamo, nella musica si stanno imponendo con diffusione crescente figure genderfluid e genderless. Anche durante un evento nazional-popolare come il Festival di Sanremo abbiamo visto alcuni segnali del “cambiamento”: la queer pop band, La Rappresentante Di Lista, ed esteticamente molti hanno ammirato Mamhood con il suo chemisier plissettato nerissimo, una sorta di “uniforme genderless”, nato dalla creatività sempre puntuale di Riccardo Tisci per Burberry. Senza parlare poi delle “baracconate” estetiche di Achille Lauro, che comunque suscitano sempre molto rumore.

Ma in questo articolo per l’8 marzo vorremmo parlare di chi veramente si è esposto con la sua arte a una nuova presa di coscienza verso l’inclusività, e lo faremo partendo da alcuni riferimenti storici necessari per poi elencarvi alcuni artisti contemporanei che sono la punta di diamante della scena genderfluid / genderless.

A scanso di apparire fin troppo didascalici, ricordiamo che, entrando del complicato dedalo delle definizioni, è qui importante fare una semplice, ma necessaria, differenza tra chi è genderless (con il rifiuto a identificarsi con il maschile o il femminile, espresso in inglese mediante l’uso del pronome “they/them”), chi è genderfluid (cioè possiede una identità mutevole, oscillando tra maschile/femminile, senza barriere o costrizioni); e infine chi è transgender, ovvero sta cambiando sesso.

Un doveroso passo indietro

Molti di noi situati nell’emisfero occidentale affermano che la fluidità di genere è un fenomeno recente. Ma non è così ovunque. Nelle culture indiana, nativa americana e aborigena il genere è più fluido, e lo è stato per secoli. Ma andando a cercare qui nell’Occidente una delle possibili ragioni di un’accelerazione sulla presa di coscienza di una sessualità fluida o che rifiuta una categoria, sono state certamente le lotte femministe e anche le innovazioni tecnologiche in ambito medico e chirurgico, nell’endocrinologia, nella chirurgia di ricostruzione genitale e in generale in tutto il campo delle biotecnologie, che non solo hanno modificato il reale, ma soprattutto hanno implicato un ripensamento dell’idea dell’“obbligatorietà” storica del naturale.

A traino delle implicazioni tecnologiche, sono emersi dalla cultura underground temi come il transumanesimo, il post human, senza dimenticare l’esplosione della cultura cyber a partire dagli anni Novanta del secolo scorso nell’ambito del dibattito sulle implicazioni sociali e culturali dello sviluppo delle tecnologie digitali dell’informazione e della comunicazione.

Due esempi del cambiamento di pensiero

Nel grande universo delle pensatrici e delle artiste che hanno saputo leggere il cambiamento favorendo l’inclusività vorrei citarne almeno due, lontanissime tra loro ma che hanno influenzato tremendamente la contemporaneità.

Orlan

Pseudonimo di Mireille Suzanne Francette Porte, Classe ’47, esponente della Body Art e nota per le sue ricerche post-organiche (celebre fu la sua causa – persa – con Lady Gaga ai tempi del video di Born This Way).

Margaret Atwood

Scrittrice contemporanea canadese, autrice di una splendida narrativa speculativa, (vinse il Booker Brize con romanzo distopico Il Racconto dell’Ancella) per invitarvi a seguire il 10 marzo la conferenza online Media Explosion. Intorno all’umano promossa da Triennale di Milano e NABA, con la stessa Atwood e realizzata anche dal filosofo Leonardo Caffo. La Atwood è una intellettuale importante per la sua celebre visione radicale a proposito delle relazioni contemporanee, sul potere della tecnologia e sulla condizione della donna, e nel tempo è diventata una autentica icona tra le intellettuali.

Inclusività: le coraggiose innovatrici del passato

Wendy Carlos

Walter Carlos alla nascita, è una figura fondamentale nella musica elettronica. A dieci anni aveva già composto un trio per clarinetto, fisarmonica e pianoforte e a quattordici si costruì un piccolo computer. Studente modello alla Brown University e poi al Columbia-Princeton Electronic Music Center, ebbe la fortuna di lavorare con Robert Moog nel 1966 alla costruzione del primo sintetizzatore e nel 1968 ebbe l’idea di usare il sintetizzatore per imitare elettronicamente brani celebri della musica classica.

Fu un inaspettato trionfo: Switched on Bach (CBS, 1968) rimase nelle classifiche di Billboard per più di trecento settimane, e venne seguito da The Well-Tempered Synthesizer (Columbia, 1970) e Switched On Bach II (CBS, 1971), e soprattutto dalla colonna sonora di A Clockwork Orange (CBS, 1971), con un celebre tema dalla nona di Beethoven. Carlos, che aveva cambiato nome in Wendy negli anni ’60 ed era diventata donna mediante intervento chirurgico – celebre l’ampio reportage di Playboy nel 1979, con fotografie del “prima e dopo” – ha continuato a collaborare con gli inventori di strumenti elettronici.

Genesis P. Orridge

Neil Megson alla nascita aveva rivoluzionato la musica, l’arte performativa e la cultura underground, trasformando se stesso in un’opera di transizione. Fu tra i protagonisti della scena post-punk/industrial con i Throbbing Gristle, per poi dar vita agli Psychic TV. Trasferitosi a San Francisco, Orridge trovò nuovi seguaci nei circoli dei cyberpunk, non fosse altro che per essere stato fra i primi a incorporare l’uso del video nelle esibizioni dal vivo. Nel campo dell’acid house divenne rapidamente un nume tutelare, grazie ad un album pazzesco come Tekno Acid Beat (Temple, 1988).

La stampa d’oltremanica più perbenista lo definì “l’uomo più disgustoso della Gran Bretagna”, in realtà rientra tra i nomi più importanti del secolo scorso in ambiti che vanno dalla musica all’arte concettuale e ha influenzato personaggi che sono poi diventati ricchi e famosi. Purtroppo lei/lui ha abbandonato il proprio corpo il 14 marzo 2020, dopo una difficile lotta con la leucemia.

Helena Velena

Penso sia giusto tributare il giusto omaggio almeno a una figura italica. Anche se non così importante musicalmente come le due precedenti, è il caso di ricordare Helena Velena perché rimane una storica figura dei movimenti transgender e punk durante i punti più acuti della sovversione culturale tra gli anni ’80 e ’90. All’anagrafe fu Giampaolo Giorgetti. Guidò nel 1980 la contestazione verso i Clash al concerto bolognese, produsse il primo disco dei CCCP con la sua etichetta, la Attack Punk Records, per la quale fece uscire anche le sue produzioni con i RAF Punk.

Forse meglio di tante teorie possono essere utili le parole proferite al quotidiano La Repubblica nel 1999 da Helena Velena di fronte alla domanda sulla sua identità sessuale:

«Sono una donna transessuale nata come maschio ma “transizionata” in una donna che si riconosce in un percorso filosofico transgender. Questo significa fondamentalmente che ho, sia nella mia esperienza di vita diretta, sia nel mio pensiero, negato l’ipotesi di una logica sessuale binaria. Rifiuto cioè l’idea che ci debba essere un legame molto preciso tra i genitali, quindi il maschile e il femminile e l’identità di genere, quindi uomo e donna, e la preferenza sessuale, cioè eterosessuale ed omosessuale.

Quello che io penso è che invece la totalità e l’unicità di una persona debba nascere dal coagulo alchemico di tutte le infinite sfumature di possibilità che ognuna di queste variabili incrociandosi insieme determina, e quindi creando quello che, in un pensiero anarcolibertario che sta alla base del sentire transgender, rappresenti appunto l’unicità di ogni individuo, che non è più ascrivibile ad un gruppo sessuale omogeneo binario ben definito, ma che è la sintesi di tutte queste possibilità».

Prospettive di nuovo millennio

Anohni

Stiamo parlando di un’immensa artista che molti di voi hanno amato agli inizi degli anni Zero, quando ancora si faceva chiamare Antony Hegarty e produceva musica con gli Antony And The Johnsons. L’artista inglese trapiantato a New York, dopo anni di oscurità, e grazie alla riscoperta da parte di David Tibet dei Current 93, nel 2005 fece uscire I Am a Bird Now, che fece gridare al capolavoro. Tra i suoi estimatori Lou Reed, che lo volle nell’album The Raven e nei suoi concerti, e che compare, insieme ad altri ospiti, tra cui Devendra Banhart e Boy George, nelle registrazioni dell’album rivelazione.

Il 23 febbraio 2015, l’artista annunciò il suo quinto album Hopelessness tramite il sito web di Antony and the Johnsons e l’account FB. E in quel frangente si identificò con il suo nuovo nome Anhoni, che aveva usato nella sua vita personale “da anni”. Anohni si identifica nell’identità femminile e non ha paura di affrontare argomenti spesso considerati controversi. In Drone Bomb Me, Anohni canta di una bambina afghana di nove anni la cui famiglia è stata uccisa da un drone bomba. L’album Hopelessness copre questioni dal cambiamento climatico a Guantanamo Bay.

ARCA

All’anagrafe l’artista d’origini venezuelane fu Alejandro Ghersi e debuttò con l’albun Xen, pubblicato dalla Mute, nei primi del novembre 2014, dopo il mixtape &&&&&. Quel debutto full lenght era elettronica d’avanguardia ottenuta processando e filtrando pianoforti, archi e quant’altro, con sofisticazioni sonore, ondulazioni, loop, reverberi, ritmiche continuamente sfaccettate e campionamenti vocali. Sempre di più, tramite le sue produzioni, Arca dà vita a coraggiosi slanci di morphing, che diventano in pratica il “manifesto sonoro” della sua idea di identità mutante e il sodalizio con il videomaker Jesse Kanda (già collaboratore di Comme des Garçons, Margiela e del fashion e-store SSENSE) gli permette di assecondare visivamente il tutto.

Con l’album di quasi un anno fa KiCk i (XL), pieno di superospiti come Björk, Rosalía, e SOPHIE l’artista (ora Alejandra Ghersi), cantante, DJ, performer e compositrice venezuelana ha sfondato l’interesse di una nicchia di amanti dell’elettronica più audace, per diventare una nuova icona dell’avant pop.

KiCk i non è solo una celebrazione della gioia che Arca è riuscita a trovare nella sua vita, ma rappresenta anche il viaggio faticoso per trovarla. «Non voglio essere legata ad un genere», afferma Arca, «e non voglio essere etichettata come una sola cosa». Il suo essere nonbinary non finisce con la sua identità di genere.

L’opening track dell’album, Nonbinary, con quel passo ritmico semi marziale e marziano, sentenzia: “I don’t give a fuck what you think / You don’t know me – you might owe me”. Grazie al suo canale Discord #Mutants1000000 si stanno generando conversazioni molto interessanti.

Against Me!

Laura Jane Grace, classe ’80, è stata la fondatrice, vocalist e chitarrista del gruppo punk rock Against Me! ed è molto nota per aver fatto coming out come donna transgender nel 2012. Iniziato come un lavoro solista nel 1997, Against Me! si è espanso in un quartetto, portando alla realizzazione di sette album studio.

In Transgender Dysphoria Blues che usci nel 2012, Laura racconta la storia della disforia di genere. “Vuoi che ti vedano / come vedono ogni altra ragazza”, canta Grace. “Vedono solo un frocio / Trattengono il respiro per non prendere i malati”. La traccia punk rock trasuda il dolore e la frustrazione che molte persone transgender provano.

PlanningToRock

Musicista elettronica di nascita inglese, vive a Berlino, e nel 2013 ha cambiato il suo nome da Janine a Jam. Tramite le sue produzioni sotto il nome Planningtorock si identifica come non binario e le sue canzoni spesso affrontano e decostruiscono l’idea di genere.

Il debutto arrivò grazie alla label delle tedesche Chicks On Speed (recuperate la loro tripla compilation in CD del 2006, Girl Monster, un’autentica celebrazione della musica antagonista e d’avanguardia pop al femminile, dove compare la prima traccia di PlanningToRock). E l’ultimo album bellissimo è del 2018, intitolato Powerhouse (DFA /Self), inciso per l’etichetta di James Murphy degli LCD Soundsystem.

“Con il mio corpo tutto femminile, e la mia faccia tutta maschile … Baby, voglio che tu sappia, che mi sento transome“, canta Planningtorock nella traccia del 2018 Transome. L’artista ha anche rivelato su Instagram di aver iniziato a prendere testosterone: «Ho iniziato quella che chiamo una transizione non lineare, come persona non binaria, genderqueer, e sì, ho iniziato a prendere il testosterone. È davvero un viaggio piuttosto personale, passo dopo passo. È fantastico ed è anche molto complesso allo stesso tempo».

SOPHIE

La producer scozzese trans – Sophie Xeon all’anagrafe – è stata una figura importantissima nel panorama della musica elettronica negli ultimi 5 anni, non solo per le sue produzioni ma anche per le sue pazzesche performance e per aver fatto parte del movimento PC Music. Viene ricordata benissimo qui con le parole del celebre critico musicale Simon Reyonolds.

Christine And The Queens

Lei (Héloïse Letissier, classe ’88) è definitivamente genderless e gli album Chaleur Humaine e Chris (Because Music) sono diventati veri e propri oggetti di devozione della stampa francese e inglese. Nel 2020 ci ha lasciato un solo brano, bellissimo, People, I’ve Been Sad, una vera canzone sulla solitudine, a proposito di lockdown. Belle furono le sue affermazioni al NY Times all’epoca dell’uscita di Chris: «Ogni narrativa di eroi maschili che ho trovato la volevo rubare per me stessa e adattarla alla mia dimensione, e così ho fatto spesso… Per gli uomini, con il successo ottengono e pretendono il potere, l’ammirazione e il rispetto. Ma quando sei una donna e hai successo, le persone mettono immediatamente in dubbio il modo in cui ci sei arrivata o vieni accusata di essere prepotente, stronza o capricciosa».

Kae Tempest

Acclamata artista, poetessa, scrittrice, drammaturga e spoken word performer britannico, il 6 agosto 2020 Kate Tempest ha comunicato in un post sui suoi profili social la sua identità di genere nonbinary, il suo nuovo nome (Kae), e i suoi pronomi they/them.

Così ha scritto: «È da molto tempo che faccio fatica ad accettarmi come sono. Ho cercato di essere quello che pensavo gli altri volessero che fossi per non rischiare il rifiuto. Questo nascondersi da me stesso ha portato a tutti i tipi di difficoltà nella mia vita. E questo è un primo passo per conoscermi e rispettarmi meglio. Ho amato Kate. Ma sto iniziando un processo e spero che mi seguirai… Kae è un’antica parola inglese che sta per un tipo di passeriforme, la ghiandaia. Le ghiandaie sono associate alla comunicazione, alla curiosità, all’adattamento a nuove situazioni e al CORAGGIO».

Kae Tempest ha avuto l’onore di ricevere la nomina di Poeta della Nuova Generazione dalla Poetry Book Society, un riconoscimento assegnato una volta ogni decade. E i suoi album Everybody Down e Let Them Eat Chaos sono stati nominati per il Mercury Music Prize.

Il suo ultimo album The Book of Traps and Lessons (Fiction / Caroline), dello scorso anno, vede la collaborazione del mitico producer Rick Rubin e il risultato è un’incredibile raccolta di brani che porta l’ascoltatore in un viaggio lungo 45:02 minuti, tra alti, bassi ed emozioni profonde.

Mykki Blanco

Americano e nato come Michael David Quattlebaum Jr. (classe ’86), è conosciuto ai più con il suo stage name ed è un apprezzatissimo rapper, poeta e attivista. Blanco, convinto genderless, intervistato dal The Guardian nel 2016 ha dichiarato con estrema sincerità di essere sieropositivo, e: «I didn’t want to be a rapper. I wanted to be Yoko Ono», frase che lascia trasparire una convinzione che lo accompagna sin da giovanissimo, ovvero che la musica sia il mezzo migliore per esprimere le sue idee tra teatro, cinema e tutta l’arte performativa in generale.

Dopo aver fatto girare il suo nome nella scena Homo Hop, Mykki debuttò nel 2012 con l’EP Cosmic Angels. Ha all’attivo due album, ma la sua creatività è profondamente intrigante e offre una visione davvero interessante, inserita nel panorama del mondo hip hop / rap.

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