UNSOUND 2021 a Cracovia è il festival che meglio racconta il presente

Si è conclusa l’edizione 2021 dell’evento di Cracovia, fra le note danzanti di un pianoforte in fiamme e l’ombra di un futuro che (forse) sta per arrivare. Vi raccontiamo la nostra esperienza
Burning Piano, Unsound 2021. Foto: Helena Majewska
Burning Piano. Foto: Helena Majewska

Se mai qualcuno si fosse chiesto in quanto tempo brucia un pianoforte, la risposta è una ventina di minuti. Fai venticinque, dalle prime fiammelle alla carcassa di brace fumante. Che sia un piano verticale, però. Non di quelli a coda. «Per me il senso è la rivelazione della struttura interna mentre brucia» racconta nel 1975 Annea Lockwood, la compositrice neozelandese che ha ideato la performance Piano Burning più o meno 7 anni prima, in piena Summer Of Love. «Se guardi un piano a coda che brucia, ti stai perdendo quello che succede».

E proprio un piano a muro è stato bruciato, su un Preludio di Chopin, per concludere l’edizione 2021 dell’Unsound Festival di Cracovia. Tutti in cerchio a debita distanza dallo strumento e da chi lo suonava (non Lockwood, ormai 82enne, ma Martyna Zakrzewska) in un parco della città, alle 10 di sera di domenica 17 ottobre. Pochi gradi sopra lo zero, una fisiologica voglia di percepire il calore del fuoco sul volto ma anche il bisogno di chiudere con l’atto purificatorio per eccellenza un’edizione memorabile. Uno come il compianto Lee Scratch Perry, che ha dato intenzionalmente fuoco al suo studio almeno 3 volte, sicuramente avrebbe condiviso l’intento catartico.

A rendere il tutto ancora più malinconico, le corde iniziano a saltare (rendendo pericolosa oltre che impossibile l’esecuzione) proprio quando la scala diventa maggiore. Forse un segno del destino, per dare addio con un po’ di down a un weekend che è stato davvero solo up.

Unsound 2021, fra suoni alieni e performance invisibili

Dell’esibizione di Eartheater, essendo atterrato in Polonia il giorno dopo, venerdì, ho sentito solo pareri da chi c’era. Tutti concordanti sul fatto che la cantante e musicista americana fa specie a sé. Un corpo giunonico che insospettabilmente emette suoni che non esistono, alieni, bellissimi. Tralasciando le decine di bellissimi eventi satellite sparsi per la città (menzione d’onore per quello di sabato pomeriggio all’ICE KRAKÓW THEATRE HALL aperto dai pattern febbricitanti di Giant Claw e dagli spasmi polistrumentali di Angel Bat Dawid), il grosso dell’Unsound si è consumato a Hype Park. La tipica venue post-industriale, a pochi minuti di macchina dal centro di Cracovia.

È qui che sabato sera The Bug ci ha regalato uno dei set più belli che abbia visto negli ultimi 5 anni. Anzi, manco “visto”: nell’oscurità e nella nebbia delle macchine del fumo a malapena abbiamo scorto Dis Fig e Logan, i vocal artist che riempivano di rime i solchi granitici del dub apocalittico dell’insetto. Figuriamoci la sagoma barbuta di Kevin Martin, più indietro di loro di qualche metro. Mai visto. E forse è proprio questo che ha reso speciale il live (anche per l’artista inglese, che non saliva su un palco da 2 anni). Hertz bassissimi, volumi osceni, flebile luce rossa, sagome di corpi che ondeggiano nel buio: una roba che manco nelle tele macabre di Zdzisław Beksiński. Bellissimo.

Segue a ruota nella classifica il live, la sera prima, di Harlecore con Sam Rolfes ai visual. Happy hardcore dopatissima e sotto farmaci, in duetto con uno dei visual artist più spettacolari che ci siano al mondo, a mio modesto parere. Rolfes, che tra l’altro ha curato tutta l’identità visiva dell’edizione 2021 dell’Unsound, accompagnava la cassa dritta, psicotica di Danny L. Harle con dei controller per i VR della Playstation, disegnando con le braccia linee immaginarie sul palco, ma forme e giochi pazzissimi-ipercoloratissimi nello schermo alle sue spalle.

Un evento In Real Life

C’è da dire che proprio il rapporto tra IRL, tra evento fisico In Real Life, e online è stato il tema portante di Unsound 2021: un manicheismo binario dove un elemento completa l’altro e non lo esclude, però ne richiede sempre la presenza. Tanto che un evento completamente online come quello dell’Unsound 2020 non verrà ricordato granché bene (per stessa ammissione del festival).

Chiacchierando con un amico sull’aereo di ritorno, abbiamo convenuto che la figata di un evento come l’Unsound è di saper raccontare alla perfezione il presente. Dire che è un festival all’avanguardia o sperimentale e quindi avveniristico, oltre che un’espressione da giornalisti pigri, sarebbe sbagliato. Ora, uno non vuole scomodare sempre la buonanima di Mark Fisher, ma in una situazione un po’ merdosa come quella dal 21esimo secolo, dove il fantasma di un futuro che ci è stato letteralmente rubato aleggia ovunque, la cosa migliore che puoi fare è indagare, setacciare per bene le maglie del presente. Ovvero, il momento in cui il futuro è inscritto (ciao Bifo). E chissà che poi un giorno o l’altro questo benedetto futuro arrivi, in tutta la sua bellezza. Magari, proprio dalle ceneri di un vecchio pianoforte.

Articolo di Claudio Biazzetti

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