Nick Cave ha battuto la morte: la catarsi collettiva del concerto di Taranto

Con il live del cantautore australiano si è chiusa la prima parte di Medimex 2022. A chi temeva che non fosse possibile per lui fare un concerto a un mese dalla morte del figlio, Cave ha fatto capire che era esattamente ciò di cui aveva bisogno
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Nick Cave (fonte: Medimex)

Con il concerto di Nick Cave di ieri, domenica 19 giugno, si è conclusa la tranche tarantina del Medimex 2022. L’appuntamento è ora per la seconda parte del festival, a Bari dal 13 al 15 luglio, dove il grande momento live sarà quello dei Chemical Brothers.


Un’edizione “ridotta” in termini di appuntamenti in cartellone ma non per qualità dei contenuti: dagli aneddoti sulle grandi copertine dei Pink Floyd raccontati da Aubrey Powell (grafico fondatore del celebre studio Hipgnosis insieme a Storm Thorgerson) alla “lezione” sulle musiche morriconiane tenuta dai Calibro 35; senz’altro da non perdere a Bari, poi, gli incontri con il grande fotografo rock Denis O’Reagan e con Woody Woodmansey, batterista degli Spiders from Mars, la band di David Bowie ai tempi di Ziggy Stardust (album che quest’anno compie mezzo secolo). Peraltro sono tutti eventi gratuiti (a parte i live, ovviamente).


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Il palco del concerto di Nick Cave sulla Rotonda del Lungomare a Taranto (fonte: Medimex)

Taranto, gioiello dimenticato

Eventi come quello di Taranto nascono chiaramente anche con la volontà politica di dare nuova dignità culturale a una città caratterizzata mediaticamente da ben altro tipo di narrazione. Non si tratta di distogliere lo sguardo dai problemi reali (che rimangono): al contrario, iniziative come il Medimex, oltre a fornire una formidabile ventata di ossigeno culturale a chi vive in quel territorio, ne contrastano l’oblio delle istituzioni nazionali, facendo sentire gli abitanti meno soli.

In ogni caso, Taranto è una città che merita una visita anche al di fuori del festival. Concedetevi una tappa qui nelle vostre prossime vacanze in Puglia: scoprirete una storia ricchissima che risale agli spartani passando per impero bizantino e regno borbonico; capolavori artistici come la cappella della Cattedrale di San Cataldo o la chiesa romanica di San Domenico Maggiore, nella città vecchia; un centro ottocentesco pulito e ordinato, con un’eccellenza museale come il MArTA (Museo Archeologico Nazionale di Taranto). Persino gli oscuri vicoli delle scalcagnate Via Cava e Via di Mezzo della città vecchia (con tutti i problemi di abbandono e degrado urbano che portano con sé) trasmettono al visitatore un calore umano difficile da trovare altrove.

Il concerto di Nick Cave

Sullo spiazzo della Rotonda del Lungomare, schiacciato fra lo Ionio e il suggestivo Palazzo del Governo, si erge il palco che ospita il live di Nick Cave and the Bad Seeds. Posizione resa ancor più felice dal bel tramonto con il sole che cala dietro i tetti della città vecchia: un rossore riverberato nell’atmosfera dalle tante acque che circondano la città.

La fila per accedere all’area concerto è lunga, ma all’interno ci si può godere il giusto spazio visto che (purtroppo o per fortuna) la capienza è ancora ridotta. Alla fine gli organizzatori conteranno circa 7mila presenze.

Visto il recente dramma famigliare che ha colpito Nick Cave, l’affetto del pubblico è ancora più forte del normale. Si trova incredibile che il cantante abbia la forza di andare in tour a un mese dalla perdita del figlio. Ma, come sarà reso presto evidente dallo stesso Cave, l’occasione del live è proprio quella di un’elaborazione personale e collettiva del lutto, una purificazione liberatoria. Il cantante australiano ha bisogno del contatto con la sua gente – anche in senso fisico – per sentirsi vivo. Si fa sorreggere dal pubblico, stringe mani e braccia, guarda fisso negli occhi dei fan. Un’osmosi intensa e umana: come in un ciclo di emozioni, l’energia passa da lui al pubblico e viceversa.

La partenza del concerto è con due pezzi forti da Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus, doppio album del 2004: Get Ready for Love e There She Goes My Beautiful World. La band è in gran forma e sfodera un muro di suono che riempie il lungomare. Scaldati i motori a dovere, si passa poi al primo grande classico, From Her to Eternity. Il violinista polistrumentista Warren Ellis (“the ever-charming”, come lo definisce Nick) comincia qui a dare il meglio del suo istrionismo: una carismatica controparte di Cave capace di prendersi il centro della scena con la sua fisicità e i suoi ululati di feedback.

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Amore e perdita

Già con O Children il sottotesto del live è messo in evidenza. Versi come “We’re all weeping now, weeping because / There ain’t nothing we can do to protect you” fanno male come un pugno nello stomaco. Inevitabile trovare nei versi delle canzoni parallelismi con le attuali vicende di Nick. Come quando alla fine di una lunga e ipnotica Jubilee Street ripete ossessivamente “look at me now”. La stessa ossessività delle parole “just breathe” della commovente I Need You, che ripete in quella canzone e altrove. La stessa, ancora, delle parole “boom boom boom, can you feel my heartbeat?”. Ricerca di un basilare contatto umano per dissipare le ombre della morte, non ci sono più dubbi.

Quel senso di perdita e di fragilità dell’amore che permea tanta parte delle canzoni di Nick Cave è qui oltremodo amplificato. Come se una nuova ondata semantica le avesse riempite di significati potenti. Al che viene spontaneo chiedersi di chi siano le emozioni così magnificamente esorcizzate dal cantante: sicuri che sia uno sfogo soltanto suo? Chi può dirsi estraneo a quella dimensione luttuosa? Non è piuttosto una catarsi collettiva, come la tragedia greca? Ecco perché Nick Cave e il pubblico sono un unico organismo pulsante: perché questo miracolo accada, uno ha bisogno dell’altro.


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