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Con il modernariato digitale dei Kraftwerk l’uomo è ancora al centro della musica

Ieri sera si è conclusa la due giorni della storica band tedesca al Teatro degli Arcimboldi di Milano. Domani tappa (sold out) al Teatro Regio di Parma e il 7 a Padova
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I Kraftwerk al Teatro degli Arcimboldi di Milano (foto di Stefano Masselli)

Ad accogliere il pubblico in sala c’è una maschera che consegna a ognuno un’elegante pochette in carta che racchiude un occhialino per la visione in 3D. È il primo indizio di una serata musicalmente all’insegna di un modernariato impeccabile e piacevolissimo.

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Ieri sera si è conclusa la due giorni dei Kraftwerk al Teatro degli Arcimboldi di Milano. Domani tappa (sold out) al Teatro Regio di Parma e il 7 a Padova. Tutta la loro musica esce in digitale dalle casse del teatro e la band tedesca ripercorre quasi fedelmente il suono e il timbro delle loro più celebri composizioni, da Autobahn a Tour de France, ricordandoci che l’ensemble di Ralf Hütter (classe ’46, oggi unico rimasto della formazione classica) ha costituito la maggiore eccezione all’assoluta egemonia angloamericana assieme agli ABBA.


Siamo tutti mascherinati e con gli occhialini 3D. Sembriamo degli esseri superstiti da una catastrofe nucleare, protetti bocca e occhi. È il look perfetto mentre attacca con il ticchettio di un contatore Geiger la ancora meravigliosa Radio-Activity. Appaiono gigantesche le scritte SELLAFIELD, FUKUSHIMA e CHERNOBYL: per un attimo ho pensato che il quartetto volesse azzardare un ulteriore accenno al momento che stiamo vivendo, dove lo spettro di una guerra nucleare è evocato quotidianamente. Ma l’unico accenno all’oggi, anzi all’hic et nunc, è un divertente omaggio a Milano e al Teatro degli Arcimboldi con Spacelab: nei visual vediamo un’astronave raffigurata in stile anni ’50 atterrare sul piazzale del teatro.

Uno show distopico ma con momenti di estrema contemporaneità

Senza abusare della ricorrente parola “distopico”, l’effetto è però serpeggiante in questo concerto. Se Numbers, Computer Love, Music Non Stop sono ancora oggi composizioni estremamente potenti e contemporanee (pensiamo alla liaison con Daft Punk, Chemical Brothers, la scuola techno di Detroit…) e anche le immagini a corredo nella loro semplicità e linearità funzionano, la percezione di uno strano slittamento di tempo arriva con Autobahn (anni fa Ralf Hütter e il compianto Florian Schneider ammisero che con questo brano volevano trasformarsi in una sorta di Beach Boys teutonici), che non pare reggere il tempo.

Anche visivamente, l’autostrada e i giochi in 3D paiono un ricordo di antichi giochini elettronici. Così anche la stupenda composizione dal sapore mitteleuropeo The Model. La scelta di farla accompagnare da una raccolta di immagini sfuocate in bianco e nero di mannequin anni ’50, trasforma quello che era un brano di pop avantgarde in una stucchevole operazione nostalgia.

L’equilibrio si ritrova con The Man-Machine, composizione del maggio 1978. Lo stampo grafico suprematista (ispirato all’artista russo d’inizio Novecento El Lissitzky) ancora oggi funziona. In maniera subliminale fa pensare a una comunicazione da guerra come quella che stiamo vivendo.

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Foto di Stefano Masselli

Il gran finale dei Kraftwerk: entrano in scena i manichini

L’uomo-macchina dei Kraftwerk poi prende forma alla fine dello show, anzi è il momento dei manichini motorizzati. Pensate, i Kraftwerk si avventurarono tantissimo tempo fa nella prima tournée di portata planetaria con l’idea di essere in scena con dei robot. Fecero 96 tappe in sei mesi, partendo dall’Apollo di Firenze, il 19 maggio 1981, con i manichini schierati sul palco durante The Robots, precursori di quelli motorizzati in scena dieci anni più tardi.

Il set si conclude con la potente Music Non Stop. A uno a uno, con piccoli effetti da solisti sul synth escono di scena i magnifici quattro. Un inchino d’altri tempi e le luci e gli effetti in 3D per stasera si spengono.

Forse sarà l’ultima volta che li vedrò dal vivo: non so quanti tour possano ancora intraprendere. Ma se un giorno nel lontano 2050 mia figlia vedesse un concerto dei Kraftwerk in modalità manichini robotizzati non mi stupirei. Probabilmente si divertirà a indossare dei curiosi occhialini di carta e penserà che una volta c’era un tempo in cui dei musicisti tedeschi tentarono di presagire un mondo disumanizzato, ma capirà ascoltando la loro musica che non potrà mai essere così.

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