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Intimo ma immenso. San Siro celebra Ed Sheeran

Ed Sheeran e la sua chitarra acustica bastano. E riescono nell’intento di riempire (a dismisura) i cuori dei 57mila presenti. Ché, alla fine, al di là di vendite e riconoscimenti, sta tutto qui

Intimo ma immenso. San Siro celebra Ed Sheeran
Stefano Masselli

Provate a immedesimarvi in quel ragazzino nato nel West Yorkshire. Che a sedici anni decide di andarsene da casa, per inseguire il suo grande sogno della musica. Provate a immedesimarvi nelle sue serate a suonare nei locali con poco più di cinque persone, nelle mattine passate a dormire sulla Circle Line di Londra dopo i suoi concerti. Nella sua ostinazione nel voler gridare al mondo la sua musica. Le sue parole. La sua storia.

Provate ora a pensare cosa dev’essere questo tour mondiale per Ed Sheeran che, con la data di ieri mercoledì 19 giugno allo stadio Meazza di Milano, ha concluso la sua parte nel nostro Paese. Lo ha detto lui stesso a inizio concerto: «Questo è lo show più grande che io abbia mai fatto in Italia. È bellissimo questo stadio. L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo. Tutto quello che ascolterete stasera è suonato live, con chitarra e loop station». Alle 21 in punto, Ed sale sul palcoscenico (dopo l’apertura di Zara Larsson e James Bay). Nessun effetto speciale, solo una telecamera che lo segue dal backstage e che lo posiziona davanti allo stadio (sold out da mesi). Un boato lo accoglie. È ora di iniziare.

Per tutta la durata del concerto, l’artista – che sta per pubblicare il suo nuovo progetto discografico No.6 Collaborations Project (qui la tracklist e gli ospiti) – è riuscito nell’intento di calamitare il suo pubblico a sé. E basta. E questo, diciamolo, non è cosa da poco. Anzi.

In un momento storico in cui gli show sono spesso giudicati dal numero di effetti speciali, colpi di scena e attrazioni, Ed Sheeran torna ai suoi inizi. Ci riporta in una dimensione intima seppur immensa. Ci fa spazio a fianco a sé, tra le fermate di una linea della metropolitana di Londra e un pub solitario, e ci racconta tutto. A modo suo. Sul palcoscenico ci sono solo lui, la sua chitarra e una loop station. Nient’altro. Gli schermi proiettano perlopiù la sua immagine in presa diretta, a parte in alcuni momenti dove alcuni video di supporto affiancano le sue performance. Le sue immagini cambiano spesso filtro e colore: il suo show è un percorso tra sfumature. Musicali e, quindi, anche di colore.

Dopo un’apertura di grande ritmo con Castle On The Hill, Ed continua con Eraser e The A Team. «Domani ho day-off. Quindi io stasera perderò la mia voce con voi. E voi farete lo stesso con me. Ok? È una promessa», dice. I brani – tra sonorità folk, pop e rap – ripercorrono la sua intera carriera. Bloodstream fa impazzire il pubblico, l’ultima I Don’t Care (senza Justin Bieber) è divertente e ha presa sui fan. Poco prima di Tenerife Sea, invece, l’artista chiede al pubblico di fare silenzio. La sensazione è davvero strana. Tutta San Siro a bocca aperta di fronte a lui, che non perde questa occasione e regala un’esibizione intima nella quale gioca con la sua voce. E dimostra la sua profondità. Come se ce ne fosse bisogno, chiaro.

Galway Girl fa cantare tutti. La stessa cosa avviene con Give Me Love, inserita in un medley: questo pezzo diventa l’occasione per dividere il pubblico in più cori. Verso la fine del live, poi, Ed Sheeran sgancia una bombetta dopo l’altra. Prima Thinking Out Lout («Questo penso che sia il momento preferito delle donne. Sono sicuro che canterete questa canzone dalla prima all’ultima parola. Anche perché – se non la conoscete – significa che siete al concerto sbagliato», ha scherzato), poi la tenerezza infinita di Photograph che non può non commuovere. Subito dopo Perfect, che Ed conclude cantando in italiano, portando a un’ovazione generale. Poi Nancy Mulligan e Sing.

È il momento dei bis. Ed Sheeran torna sul palcoscenico con una maglietta bianca dell’Italia. Con Shape of You e You Need Me, I Don’t Need You chiude uno show che lo posiziona definitivamente tra i giganti che si sono esibiti a San Siro.

Con le due ore di concerto di ieri sera, Ed Sheeran ha dimostrato a tutti che non è obbligatorio seguire la strada del successo tracciata da altri, per rincorrere un’idea di affermazione che in realtà può diventare una condanna affannosa. Il successo (enorme e meritato) di Ed Sheeran è determinato solamente dal suo voler essere semplicemente se stesso di fronte alle persone che lo amano. E dal voler trovare la propria, di strada. Anche quando i primi posti delle classifiche mondiali sono assicurati. E questo, fidatevi, è tutto tranne che scontato. Lui e la sua chitarra acustica bastano. E riescono nell’intento di riempire (a dismisura) i cuori dei 57mila presenti. Ché, alla fine, al di là di vendite e riconoscimenti, sta tutto esattamente qui.

La gallery del concerto di Ed Sheeran a San Siro


 

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Provate a immedesimarvi in quel ragazzino nato nel West Yorkshire. Che a sedici anni decide di andarsene da casa, per inseguire il suo grande sogno della musica. Provate a immedesimarvi nelle sue serate a suonare nei locali con poco più di cinque persone, nelle mattine passate a dormire sulla Circle Line di Londra dopo i suoi concerti. Nella sua ostinazione nel voler gridare al mondo la sua musica. Le sue parole. La sua storia. @teddysphotos e la sua chitarra acustica bastano. E riescono nell’intento di riempire (a dismisura) i cuori dei 57mila presenti. Ché, alla fine, al di là di vendite e riconoscimenti, sta tutto esattamente qui. Link in bio per il racconto del live di #EdSheeran a #SanSiro 💙 . . . . #live #divide #dividetour #no6collaborationsproject #show #stadium. 📸: Stefano Masselli 📝: @giovanniferrar

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