Lyra Pramuk, aya, Phisical Therapy: C2C porta ancora il futuro a Milano

Gli eventi del festival della scorsa settimana hanno segnato l’inizio della primavera in grande stile. Il nostro report
yeule, foto Ufficio Stampa

Altra settimana, altro evento di C2C a Milano. E lo dico ringraziando il cielo. Due settimane fa l’installazione con Weirdcore e Lorenzo Senni a Spazio Maiocchi ha dato uno scossone al torpore post-pandemico meneghino. Poi, con questa due giorni di eventi “Shared by Gucci” abbiamo finalmente dato inizio a questa benedetta, apparentemente inarrivabile primavera.


Non che quello con la casa di moda fiorentina non sia un appuntamento ormai annuale e collaudato. Quest’anno però c’erano da spegnere 5 candeline di una fruttuosa collaborazione. Per cui, anziché il mero evento all’ex-strip club di via Padova, la proposta si è fatta più strutturata, estesa. Sia nello spazio che nel tempo.


La due giorni di C2C Shared by Gucci

Due giorni, il 31 marzo e il 1 aprile, dove ogni singolo act ha ruotato attorno a uno o più dei quattro principi alla base di tutto. C’era la psichedelia futuristica di DJ Python giovedì all’ex strip club, con i suoi retaggi di musica latina che comunque non gli hanno impedito di cacciare le drittate in quattro quarti. Ma anche la bellezza aliena di Yeule e Lyra Pramuk, la prima forse un po’ più sbilanciata sull’immagine che sulla performance in sé, la seconda invece impeccabile, esaltante sotto tutti i punti di vista.

Oppure la bellezza che hanno sprigionato dalla fauna dell’Apollo due professionisti del movimento libero come Daniele Baldelli e Physical Therapy.

Infine, come ultimo ma non meno importante dogma di questo evento C2C, c’era la cosiddetta collective avant-garde. È stato forse questo il vero fil rouge che ha collegato tutti gli artisti, con particolare attenzione su aya, a mio parere la reale punta dell’arte sperimentativa che l’anno scorso su Hyperdub (e dove sennò?) ha firmato uno degli album più paranoicamente belli degli ultimi 5 anni. Una cosa indispensabile e mica poco, anche solo per continuare ad avere l’illusione di progresso in un’epoca in cui è sempre più sfiancante fare cultura.


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