Slam Jam, Luca Benini racconta la capsule collection dedicata ai Devo

Il brand di streetwear ha scelto la potente iconografia della storica band per una collezione che gioca benissimo fra diversi piani temporali. Abbiamo intervistato il fondatore
Slam Jam - I DEVO al Max's Kansas City, novembre 1977 - foto di Allan Tannenbaum
I Devo al Max’s Kansas City, novembre 1977 (foto di Allan Tannenbaum)

Akron è una cittadina dimenticata da Dio. Si trova in Ohio, a una cinquantina di chilometri da Cleveland. Proprio qui nascono i Devo, una delle band più visionarie che il panorama musicale abbia mai offerto. Slam Jam, istituzione leader dello streetwear con sede a Ferrara, ha deciso di rendere omaggio alla loro arte con una capsule collection uscita il 13 gennaio in occasione del quarantesimo anniversario dalla pubblicazione di Beautiful World, singolo iconico del gruppo.


Fino agli anni ’60, Akron era nota come la “capitale della gomma”. Poi ha condiviso il destino di gran parte delle città della Rust Belt – la zona che va dai Monti Appalachi ai Grandi Laghi, antico cuore pulsante dell’industria pesante americana. Le nuove opportunità di profitto fornite dalla globalizzazione hanno spinto molte aziende a delocalizzare all’estero. Il destino per Akron era segnato: disoccupazione, isolamento, abbandono. Un disastro sociale ed economico con pochi eguali nella storia.


In questo clima di decadenza post-industriale si formano i Devo. Negli anni del proto-punk, la loro musica suonava già come il post-punk e i loro inni elettronici sono stati la stridente colonna sonora del regresso dell’umanità. Il messaggio era fortemente politico: il progresso era giunto al capolinea, l’evoluzione umana aveva cominciato ad andare all’indietro. Abbiamo colto l’occasione per fare una chiacchierata con Luca Benini, fondatore e deus ex machina di Slam Jam.

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Nel 1973 nascono i Devo, in quella data tu avevi sette anni. Qual è il è il tuo primo ricordo legato a loro?

Nel ’73 ascoltavo ancora Lucio Battisti e cose del genere. La prima volta in cui ne ho sentito parlare è stata con il disco Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!. Il disco è del 1978, ma io l’ho scoperto qualche anno dopo. La mia crescita musicale in quegli anni era dettata dalla disco music e dal rock alternativo, soprattutto i Pink Floyd. Con il declino della disco music, che colloco tra la fine del 1979 e l’inizio dell’80, sono andato a cercare altre cose. Lì mi sono imbattuto nei Devo. È stato un passaggio difficile. Lo spostamento dalla disco e dal funky a new wave, dark e rockabilly è durato qualche anno. I Devo, per estetica e per sonorità, sono stati uno dei pochi gruppi che mi hanno aiutato a fare questo passaggio.

Sperimentalismo musicale e immaginario distopico sono il sale del progetto Devo. Come avete cercato di tradurre questi aspetti nella capsule collection?

Siamo entrati in contatto con Gerald (Casale, lo storico cantante dei Devo, ndr) qualche tempo fa. Abbiamo iniziato a fare delle call, a condividere file, a ispirarci a vicenda. Poi sono stati coinvolti gli altri membri della band. È stato un lavoro di gruppo. A noi ha dato l’opportunità di conoscere dei nostri idoli. Da parte nostra, invece, siamo riusciti a comunicare il nostro obiettivo: quello di amplificare qualcosa che per noi è tutt’ora molto rilevante. Tutto poi nell’ottica di declinare il lavoro nella direzione del prodotto Slam Jam, che si può definire attualizzante.

Slam Jam si è sempre associato alla cultura hip hop. Dov’è nata l’idea di collaborare con un gruppo che può apparire ad un primo sguardo lontano dalla vostra matrice culturale tipica?

Questo è uno degli episodi che fanno parte della nostra “missione” di amplificare messaggi per noi rilevanti anche oggi. L’obiettivo è renderli ancora più attuali. È iniziato tutto l’anno scorso con i CCCP. Il motivo è anche molto personale. I Devo, insieme ai Talking Heads e a Brian Eno, sono stati gli artisti che mi hanno portato verso nuove sonorità. I CCCP sono stati per me ugualmente importanti. Nel 1983 mi vestivo ancora da fighetto, lavoravo nel mondo del lusso. Vedere il concerto dei CCCP alla Festa dell’Unità in un paesino in provincia di Ferrara mi ha fatto capire che il mio posto era da un’altra parte. È stato un passaggio fondamentale per il mio percorso.

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Restando nell’ambito musicale ti chiedo, secondo te, quale sia il fil rouge che negli anni ’80 ti ha portato dalla new wave al punk per approdare infine all’hip hop.

Stupidamente ti direi che un po’ sono un modaiolo. Essendo tale, lo sono anche nella musica. Le cose nuove non riuscivo a non considerarle. Nell’86 suonavo in un club new wave / rockabilly,ma in quel periodo ascoltavo i Beastie Boys: non ce l’ho fatta a fermarmi, ho messo un loro brano. Mi hanno lanciato un gin tonic sulla consolle. Poi uscendo dal locale mi sono reso conto che mi avevano rigato la macchina. Non era l’ambiente giusto. Prima ti ho parlato banalmente dell’essere modaiolo, ma in realtà quello che mi ha sempre guidato è stata la sensazione che ci fosse qualcosa di potente che non ci si poteva perdere.

Esco dall’argomento musica per passare in qualche modo all’attualità. I Devo lanciavano un messaggio forte sull’andamento che stava prendendo la nostra società negli anni ’80. L’idea è che il futuro sarebbe stato sempre più alienante e distopico. La spinta digitale poi ha effettivamente avvicinato la distopia alla realtà, investendo anche il mondo della moda. Cosa pensi dei nuovi strumenti che si sono sviluppati recentemente nel fashion, dagli NFT alle influencer digitali?

Noi ci guardiamo attorno e vogliamo essere attenti a quello che succede. Il digitale può essere un’estensione del reale ma certamente non una sostituzione. Tra poco noi, come Slam Jam, compiremo 33 anni e per noi è vitale stare al passo con la contemporaneità. I dubbi sono tanti ma c’è anche molto interesse.

Chiudo la chiacchierata chiedendoti un pensiero sulla scomparsa di Virgil Abloh, figura di riferimento della moda urban venuta a mancare lo scorso novembre.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Dopo la crisi del 2008 sembrava tutto finito. Progetti come quello di Slam Jam sembravano al capolinea. Virgil, insieme ad altri componenti della scena americana, è stato davvero la bomba atomica che ha permesso l’unione di mondi diversi. È stato il portabandiera di un modo nuovo di concepire la moda. Ha fatto davvero tanto.

Articolo di Gabriel Seroussi


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