Riprendere la moda dei “saggy pants” è libera ispirazione o appropriazione culturale?

Il caso dei pantaloni di Balenciaga che imitano il sagging ha riacceso il dibattito su uno dei temi più delicati del momento. Qual è il limite che i brand dovrebbero non oltrepassare?
Saggy pants

Ai primi di settembre sul sito di Balenciaga è comparso un nuovo prodotto: i Trompe-l’Oeil Sweatpants, un paio di pantaloni della tuta sul cui orlo è cucito l’elastico di un paio di boxer. L’effetto ottico è quello di riprodurre il sagging, ossia la moda di origine afroamericana di indossare i pantaloni oversize al di sotto della cinta mostrando l’underwear sottostante. Nel giro di pochi giorni dalla commercializzazione dei saggy pants di Balenciaga, si è sviluppata un’enorme polemica sul brand francese. Il marchio diretto da Demna Gvasali è stato accusato di appropriazione culturale nei confronti della comunità afroamericana.

La polemica

Il tutto è partito da TikTok, dove molti utenti hanno postato un breve video di accusa contro Balenciaga. Da TikTok l’onda dell’indignazione si è poi spostata su Twitter. Uno degli interventi di critica più autorevoli è stato sicuramente quello di Marquita Gammage, professoressa di Africana Studies presso la California State University. Intervistata dalla CNN, la docente ha accusato Balenciaga di sfruttare la cultura nera con la speranza di assicurarsi grandi profitti. In risposta a tali accuse ha preso parola Ludivine Pont, chief marketing officer di Balenciaga. «In molte delle nostre collezioni, combiniamo diversi pezzi del guardaroba in un unico capo. Questi pantaloni erano un’estensione di questa visione», ha sottolineato Pont.

L’aspetto che ha indignato molti non è stato però soltanto il fatto di aver gentrificato un elemento stilistico della cultura afroamericana, ma di averlo fatto nello specifico con il sagging. I saggy pants sono infatti molto più di una semplice moda legata alla cultura hip hop. L’origine di questo stile di abbigliamento fa tuttora discutere giornalisti e storici della moda.

L’origine dei saggy pants

Secondo Niko Koppel del New York Times questo modo di indossare i pantaloni avrebbe la propria origine nelle prigioni americane, dove ai detenuti venivano assegnate uniformi spesso troppo grandi e prive di cinture per prevenire i suicidi. È di un altro avviso la professoressa Tanisha Ford, storica della moda presso la City University of New York. Secondo Ford l’origine dei saggy pants sarebbe da riscontrare nello zoot suit, un completo baggy che divenne popolare in California negli anni ’30 fra gli afroamericani. L’eccessiva larghezza del pantalone deriverebbe dall’abitudine di acquistare abiti di seconda mano che venivano poi riaggiustati in casa. Già in quella fase lo zoot suit era associato dalla retorica razzista dell’epoca alla criminalità di strada.

Un elemento sembra chiaro: qualunque sia l’origine di questo fenomeno, esso è legato indissolubilmente alla criminalizzazione della comunità afroamericana. Nel corso dei decenni il sagging è sopravvissuto nella cultura black fino a diventare un fenomeno culturale di massa con lo sviluppo dell’hip hop. La commercializzazione del rap ha infatti diffuso questa estetica in tutto il mondo.

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La copertina di Get Rich or Die Tryin’ di 50 Cent (2003)

L’hip hop e il sagging

L’immagine di Tupac Shakur, forse il più iconico rapper della storia, è un manifesto del sagging. Bandana in testa, la scritta “thug life” tatuata sull’addome, il pantalone sotto la vita con mutande in bella vista: il poster di Tupac invadeva le camere milioni di fan in giro per il mondo. Tante sono state le icone del gangsta rap che hanno portato in dote al grande pubblico la moda dei saggy pants. La copertina di Get Rich or Die Tryin’ di 50 Cent, uno dei dischi hip hop più importanti dei primi anni Duemila, vede proprio il rapper del Queens in bella mostra dietro un vetro rotto da un colpo di pistola con il suo fisico scultoreo e l’underwear ben visibile.

I cambiamenti nella scena hip hop sono stati molteplici, anche a livello di stile nell’abbigliamento. Ma il sagging è sempre là a marcare un chiaro senso di appartenenza. Dai baggy si è passati agli skinny jeans ma, come si può notare chiaramente dalla copertina di Days Before Rodeo, disco di culto di Travis Scott, i saggy pants continuano ad essere parte integrante dell’estetica hip hop.

La criminalizzazione dei saggy pants

Nonostante la diffusione globale di questa moda, i saggy pants hanno continuato però ad essere considerati dalle autorità statunitensi un abito legato alla criminalità. Molte sono state le leggi ad hoc approvate da singoli consigli cittadini che vietavano l’utilizzo dei “pantaloni cadenti”. Tanti sono anche, purtroppo, i casi di cronaca legati a questo tipo di abbigliamento.

Il fatto più noto è quello di Anthony Childs, ucciso da un agente di polizia nel 2019 a Shreveport, Louisiana. Secondo la ricostruzione del Washington Post, Anthony è stato avvistato mentre correva stringendo i suoi “pantaloni cadenti”. Questi erano vietati da un’ordinanza comunale approvata nel 2007. Rincorrendolo, la polizia si è resa conto che il ragazzo era armato e l’ufficiale Trevion Brooks ha perciò ritenuto opportuno sparare. Anthony è stato colpito da otto proiettili, tre dei quali mentre si trovava già a terra. In seguito all’indignazione per la morte di Childs, il consiglio comunale di Shreveport ha eliminato l’ordinanza che vietava i saggy pants.

Un dibattito aperto

Il dibattito sull’appropriazione culturale è quindi più che mai acceso. I piani del discorso sono molteplici. Dall’attribuzione di un significato diverso al di fuori della comunità di origine allo squilibrio di potere tra le due culture, in molti si chiedono dove si trovi il confine tra libera ispirazione e appropriazione indebita di un prodotto culturale altrui.

Non si tratta unicamente di un tema legato alla proprietà intellettuale, ma anche e soprattutto una questione di identità culturale. Come sottolineato da Kenan Malik, editorialista del Guardian, «ciò che sta veramente dietro al dibattito sull’appropriazione culturale è il gatekeeping – la creazione di regole per determinare come una particolare forma culturale possa essere usata e da chi. Il cuore della critica all’appropriazione culturale sta nel rapporto tra gatekeeping e identità».

Nello specifico, la questione afroamericana è piuttosto complessa. Un elemento identificato dal sociologo Ellis Cashmore sembra però evidente: «L’integrazione della cultura nera nelle strutture capitalistiche contemporanee è servita ad “addomesticare” lo stereotipo dell’afroamericano pericoloso, ma solo nella misura in cui può essere consumato». Infatti ciò che stona è proprio questo. La distanza tra la realtà tangibile degli afroamericani e la rappresentazione della black culture che fornisce l’industria culturale.

Articolo di Gabriel Seroussi

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Veronica Vitale

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