I mille volti di Ramona Tabita, da “Il diavolo Veste Prada” a Lil’ Kim

Da Ghali a Marracash, la stylist nata in provincia di Siracusa è riuscita a rendere le celebrities con cui ha lavorato delle vere e proprie icone di stile. Dalle difficoltà che ha incontrato a come è cambiato il suo lavoro, un estratto dell’intervista sul numero di maggio
Ramona Tabita - intervista
Ramona Tabita

Ramona Tabita è in questo momento una delle donne più influenti nella moda italiana. Negli anni ha curato il look di artisti di primo piano ottenendo risultati incredibili. Da Ghali ad Elodie, la stylist nata in provincia di Siracusa 33 anni fa ha reso le celebrities con cui ha lavorato delle vere e proprie icone di stile. Una continua ricerca estetica ha quindi trainato la carriera di Ramona. Una visione internazionale e rivolta al futuro che negli anni ha dato i suoi frutti.


Lo sguardo di Ramona non si è limitato però solo alla moda. La sua passione per l’hip hop, come intreccio di sound e stile, rappresenta infatti una fonte di ispirazione inestimabile. Ho incontrato Ramona per parlare delle difficoltà del mondo della moda, dei suoi rapper preferiti e delle fissazioni delle celebrità.


Ecco un estratto dell’intervista che trovate sul numero di maggio di Billboard Italia.

Marracash
Marracash vestito da Ramona Tabita
Il tuo percorso di studi è particolare. Prima di aver studiato moda alla Naba di Milano, ti sei diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Roma: quali erano i tuoi propositi per il futuro da ragazza?

Io sono stata sempre un’esteta: dipingevo e disegnavo fin da ragazza. Quando mi sono iscritta all’Accademia delle Belle Arti la mia passione era la fotografia. Solo col tempo ho capito che la forza dei miei scatti non era nella foto in sé ma nello styling. Infatti ero io ad andare a comprare i vestiti vintage per i miei scatti. All’epoca la vedevo come un qualcosa di puramente artistico.

È stato un mio amico a farmi notare che la mia passione era più per la moda che per la fotografia. In quel momento mi sono decisa a mandare un mio portfolio alla Naba per la borsa di studio. Parallelamente a tutto questo ho sempre amato scrivere. Scrivevo di moda per piccoli magazine. Arrivata alla Naba ho conosciuto Mariuccia Casadio, docente con cui ho lavorato alla tesi e art curator di Vogue. Grazie a lei ho fatto uno stage da Vogue e la mia carriera ha iniziato a prendere piede.

Nel tuo percorso la musica ha avuto una grande importanza. Quali sono gli artisti che hanno settato i tuoi gusti sonori ed estetici?

Io ho sempre ascoltato l’hip hop dal giorno zero. Il personaggio che mi ha influenzata fin da ragazza è indubbiamente Lil’ Kim. Dal primo momento che l’ho vista sono impazzita per lei. Lil’ Kim ha già fatto tutto ciò che c’era da fare con vent’anni di anticipo.

Da bambina guardavi il mondo della moda da lontano, ora ci sei dentro più che mai: quanto si è dimostrato diverso dalle tue aspettative?

La cosa che mi ha colpito di più è la conferma del cliché alla Il diavolo veste Prada sugli orari e i tempi del mondo della moda. Nel mio lavoro non ci sono sabati e domeniche, è anche peggio di come si vede nel film. La moda non ha niente di “fru fru” come ci si può immaginare. La moda è business, è lavoro, è non avere vita privata. È tutta questa roba qui con una bellissima copertina. Da ragazza reputavo che l’arte fosse una cosa più seria della moda ma in realtà non è così. La moda è una cosa seria.

Ghali
Ghali al Festival del Cinema di Venezia
Ti ricordi quando hai incontrato Ghali per la prima volta? Cosa ti ha colpito maggiormente della sua figura?

L’ho visto la prima volta già per parlare di lavoro. Il suo manager ci aveva messi in contatto. Mi ricordo che ci facemmo i complimenti a vicenda sui look. Di Ghali mi ha colpito fin da subito la sua educazione. È molto diverso dal cliché del rapper. Si vedeva che era diverso dagli altri, voleva fare la sua cosa. Questo mi ha permesso di lavorare anche con originalità nello stile, perché lui voleva fare il suo percorso fuori dagli schemi.

Avrai anche vissuto delle frizioni con le celebrities nell’arco della tua carriera. Qual è la maggiore difficoltà nel rapportarsi con un artista?

La difficoltà più grande è combattere contro i complessi immaginari. Spesso non ne puoi uscire vincente. “Ho i polpacci brutti per cui non metto i pantaloni corti”: come fai a convincerlo che non è vero? Su questi argomenti qua è davvero difficile. Però è anche la cosa più bella quando li smentisci, quando proponi qualcosa a cui inizialmente si oppongono ma poi si ricredono.

Il tuo lavoro come stylist per artisti è iniziato nel 2017. In questi anni cosa ti sembra sia cambiato maggiormente nello show business e nell’industria urban italiana?

È cambiato tutto. Prima molti rapper non avevano stylist. Ghali è stato uno dei primi a fare questo passo. Ora tutti vogliono fare qualcosa di internazionale, per fortuna. Prima non c’era questa cura per l’aspetto estetico degli artisti, soprattutto dei rapper. È cambiata l’attenzione per lo stile nel mondo urban. È molto romantico vedere il video di Puro Bogotà dei Dogo. Nessuno all’epoca aveva uno stylist e questo lo rende di culto. Ma ora il mondo è cambiato, l’immagine è importante ed è giusto che sia curata.


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