I supporti fisici nel nostro paese rappresentano il 60% del fatturato, nonostante il processo di “smaterializzazione” sia inarrestabile. Cosa ne pensa?
Non tutti i paesi hanno un processo uguale per tempi e modi di sviluppo del mercato della musica. In Italia siamo in una fase di transizione in cui il mercato fisico ha ancora una grossa importanza, soprattutto per i prodotti local. Secondo me è chiaro che i servizi di streaming sono destinati a diventare il mercato portante ed è difficile sapere quando lo sarà nel nostro Paese, pensando alle infrastrutture tecnologiche ancora da migliorare. Detto ciò, Sony Music deve essere pronta a lavorare su tutti i livelli, dai prodotti che hanno più potenziale nella vendita fisica a quelli che hanno un’attrattiva attraverso il digitale. Siamo in una fase particolare, anche eccitante del sistema. Il mondo della musica è stato il primo a cambiare nel sistema dell’entertainment e il suo processo di trasformazione non si ferma proprio adesso.

È più facile oggi rispetto al passato lavorare alla promozione di un prodotto?
Adesso il livello di complessità è molto più alto e la differenza, rispetto a tanti anni fa, è che ora c’è un rapporto diretto con i consumatori. Attraverso gli strumenti digitali riusciamo a comunicare in maniera più tempestiva e diretta con i consumer: comunque rimane una parte tradizionale della promozione soprattutto per quanto riguarda il mainstream.

Di fronte alla liquidità della musica c’è però l’aspetto estetico del prodotto che sempre di più sembra dover essere stupefacente, impattante: dalla gradevolezza fisica degli artisti ai loro video, dai loro look all’attività social.
Non è detto. Tutto viene curato con grande attenzione, però si fanno delle scelte ad hoc a seconda dell’artista. L’importante per noi è confermare e consolidare la credibilità degli artisti che curiamo. C’è una parte di A&R di sviluppo artistico e poi una costruzione del prodotto, dal packaging ai video che non necessariamente devono essere impegnativi nell’investimento economico.

Dagli anni ’60 fino agli anni ’90 la musica era un fenomeno fortemente identitario. Oggi, in un’epoca “liquida” e post-ideologica, cosa rappresenta la musica nella cultura pop?
La musica è diventata qualcosa di “scontato”, fa parte degli elementi della nostra quotidianità mentre prima era legata a una certa ritualità. È evidente che il modo di consumare oggi la musica, la sua estrema liquidità, le permette di essere potenzialmente pervasiva in ogni momento della nostra vita. Di certo c’è meno ideologia e un po’ più di pigrizia e assuefazione, perché tutto è a disposizione con un click. Forse c’è meno voglia di essere curiosi, di andare a cercare un prodotto nuovo. E tra i nostri compiti c’è anche quello di far arrivare al musica “giusta” ai consumatori “giusti”.

In un’epoca – come questa – che vive di citazioni musicali del passato, come si fa a capire che un prodotto musicale è autenticamente contemporaneo e che può essere una canzone di successo?
Se avessi la ricetta… ma per fortuna per capire se un brano è potenzialmente una hit c’è bisogno ancora di un buon livello di intuizione. E poi, dopo cinquant’anni di storia della musica pop penso che sia difficile scoprire qualcosa di nuovo e che sia normale un rimando alla musica del passato, chiaramente filtrato dal sound moderno e con arrangiamenti gradevoli per il gusto contemporaneo.

Quali segnali sull’evoluzione del consumo musicale vengono dai mercati europei ma anche extra europei?
In Europa si passa da paesi come quelli scandinavi – che sono solo a due ore di volo – dove oramai è tutto digitale a nazioni come Germania e Francia in cui il prodotto fisico è ancora molto presente. Negli USA è in atto un processo di conversione verso lo streaming e il grande fenomeno emergente è quello della Cina, che fino a qualche tempo fa non era regolamentato ma si prevede entro pochissimo che entri nei top 5 se non addirittura al primo posto fra i mercati più importanti nel pianeta, grazie quasi esclusivamente al suo prodotto locale.

Come sarà il 2018 in Italia dal punto di vista industriale?
Sarà un anno di transizione. Quest’anno c’è stato un rallentamento sul mercato digitale causato anche dalla frenata degli investimenti sul digitale da parte di Telecom e poi c’è un processo delicato – e non facilissimo qui – di portare gli utenti verso gli abbonamenti premium.

Domanda personale… a lei cosa piace?
La sala riunione di fianco al mio ufficio l’ho chiamata “AC/DC”… ma devo lasciare da parte il mio gusto personale e pensare all’enorme potenziale che Sony Music ha tra le mani. E pensare anche di mettermi un poco nella testa dei teenager di oggi e vi assicuro che non è un compito facilissimo!

di Tommaso Toma