Perché “Finché non ci ammazzano” di Hanif Abdurraqib è un libro necessario

La raccolta di saggi è uno spaccato, crudo e senza fronzoli, dell’America odierna, dove la musica s’intreccia con la storia personale dello scrittore
Finché non ci ammazzano libro proteste black lives matter
Foto Unsplash di James Eades

My Chemical Romance, Kendrick Lamar, The Weeknd. Forse vi starete chiedendo come sia possibile che questi tre artisti riescano a stare insieme nella stessa frase. Me lo sono chiesta anch’io quando, in libreria, ho preso tra le mani Finché non ci ammazzano, raccolta di saggi di Hanif Abdurraqib pubblicata da Black Coffee nel 2021.


Abdurraqib, nato a Columbus, Ohio, nel 1983, è un poeta e critico culturale. Nel 2017 ha pubblicato la raccolta di saggi They Can’t Kill Us Until They Kill Us, rimasta celata per quattro anni al pubblico italiano, che poteva goderne solo in lingua originale. Oggi, che questa raccolta è disponibile anche in italiano, tutti noi abbiamo la possibilità di leggere uno spaccato, anche attraverso la musica, di quella che è stata, e per tantissimi versi è ancora, la società americana.


Una società dove, purtroppo, il razzismo e la discriminazione sono all’ordine del giorno. Abdurraqid, in oltre 300 pagine, mette a nudo tanti aspetti controversi della cultura americana. Lo fa, come detto, anche attraverso la musica. Servendosi di diversi artisti importanti, dai già citati Kendrick Lamar e The Weeknd, fino a Michael Jackson, Bruce Springsteen e i Fall Out Boy, intrecciati tutti con le sue esperienze personali.

Un tema ricorrente, forse lo avrete già intuito dal titolo, è quello della morte. Non quella più o meno “pacifica” che sopraggiunge, ad esempio, con la vecchiaia. No, perché il critico e poeta parla di violenze e soprusi. Di quegli amici che non ci sono più, di quei ragazzini di colore calpestati ai concerti senza che nessuno faccia caso alle loro urla e al loro dolore. Tutto questo vi sembrerà molto familiare e, purtroppo, anche tremendamente attuale.

“La morte diventi tu: i My Chemical Romance e i dieci anni di The Black Parade”

Se come me siete stati adolescenti nei primi anni 10 del 2000, probabilmente vi sarà capitato di ascoltare, per i più svariati motivi, The Black Parade, il terzo album in studio dei My Chemical Romance. A questo disco che ha fatto la storia del genere emo Hanif Abdurraqib ha dedicato in Finché non ci ammazzano un intero capitolo. La sezione in cui questo è inserito, tra l’altro, si apre proprio con una citazione del frontman della band, Gerard Way: “Oh, how wrong we were to think that immortality meant never dying”. “Oh, quanto ci sbagliavamo a pensare che immortalità significasse non morire mai“.

Una frase che racchiude perfettamente diversi spunti di riflessione offerti dallo scrittore nel viaggio attraverso i suoi saggi. La morte è l’unica certezza dell’uomo. L’immortalità, però, non equivale all’assenza della vita. Lo vediamo, ad esempio, quando ricordiamo con le parole, o ancor meglio con la musica, i grandi artisti che non ci sono più. Lo vediamo, nella nostra vita, ogni volta che ricordiamo qualcuno di caro che non c’è più.

E The Black Parade, perfettamente raccontato da Abdurraqib, è una parabola del dolore, dove “la morte è una nuvola che incombe” su The Patient, il paziente, protagonista del disco, che alla fine, passando da brani crudi che spezzano il cuore come Cancer, fino alla struggente I Don’t Love You, esala le ultime parole. Famous Last Word, proprio come il brano che chiude questo iconico album.

Alright, l’importanza del brano di Kendrick Lamar, ancor prima di Black Lives Matter

Alright è stato, nel 2020, uno dei brani che tutti, in ogni parte del mondo, hanno associato alle proteste di Black Lives Matter. Il successo di Kendrick Lamar pubblicato nel 2015, però, ha quelle che potremmo definire “radici molto più antiche”.

«È un brano che si aggrappa a un’idea di speranza associata soprattutto alla spiritualità, ma ha anche il potere di arrivare alla gente» scrive Abdurraqib in Finché non ci ammazzano. Alright, leggiamo, non è una canzone che promette “un paradiso nuovo e migliore”. Il brano di Kendrick Lamar, infatti, nella sua crudezza vuole raccontare che il dolore esiste, è reale, e probabilmente ne arriverà altro. Nella sua cupezza, però, ci invita a festeggiare, nonostante tutto.

Ed è proprio dal dolore, unito alla rabbia, che Black Lives Matter è nato. Un movimento che ha preso piede nel 2020, dopo la morte di George Floyd, ma ha quelle “radici antiche” di cui parlavamo sopra e che, purtroppo, sono e saranno sempre difficili da sradicare.

Hanif Abdurraqib racconta il rapporto tra Barack Obama e i rapper di colore in modo schietto e diretto

Uno dei pregi fondamentali di Finché non ci ammazzano è la schiettezza con cui Hanif Abdurraqib tratta tutte le tematiche presenti nei suoi saggi. Come abbiamo già visto con Alright, lo scrittore non ha alcuna intenzione di “indorare la pillola” a nessuno. L’obiettivo è raccontare la realtà, facendosi portavoce di un punto di vista condivisibile da tutti coloro che hanno vissuto esperienze di vita simili alla sua.

In particolare, nel capitolo dedicato all’ex presidente Barack Obama, Hanif Abdurraqib si concentra sul rapporto tra il primo capo del Governo di colore e la musica rap. Il confronto tra il 1991 e l’era Obama, raccontata dallo scrittore, evidenzia un aspetto importante: l’ex presidente è riuscito, forse per la prima volta, a far sentire a loro agio un nutrito gruppo di rapper, da Busta Rhymes a Pusha T, in un contesto davvero formale.

Obama, come raccontato nel saggio a lui dedicato, ascoltava «Macklemore che parla di dipendenze, Kendrick Lamar e J. Cole che parlavano di gioventù afroamericana e riforma del sistema carcerario». E, soprattutto, «Offriva loro un posto a sedere che non era solo di facciata. Era un posto che portava degli artisti in una stanza dove le loro opinioni venivano ascoltate».

Obama, nelle vesti di politico, è riuscito a portare dei rapper alla Casa Bianca. Tutti con il sorriso, in un contesto in cui probabilmente non si sarebbero mai immaginati di stare. Tutti, probabilmente, con la consapevolezza di essere ascoltati davvero per la prima volta da una figura molto più vicina a loro di quanto si potrebbe pensare.

Finché non ci ammazzano è la fotografia perfetta dell’America di oggi

Hanif Abdurraqib è riuscito, in poco più di trecento pagine, ha raccontare come detto uno spaccato dell’America odierna. Nonostante i suoi saggi non siano troppo recenti, risalendo a circa cinque anni fa, riescono a fotografare in maniera cruda, diretta e senza troppi fronzoli, quella che è la storia dal punto di vista di tutti coloro che sono emarginati e devono sgominatare per trovare il loro posto nel mondo. In un mondo in cui, purtroppo, ancora oggi i loro diritti vengono calpestati. Tutto questo è raccontato dallo scrittore con la giusta intensità, senza voler cercare un inutile pietismo e, soprattutto, servendosi della musica per intrecciare aneddoti di vita in cui, nostro malgrado, possiamo tutti ritrovarci.


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