Serendipità: “La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte mentre si sta cercando altro”. Così il vocabolario della Treccani definisce quella che doveva essere la sensazione del regista e videomaker Marco Proserpio quando, prendendo il taxi giusto al momento giusto, si è imbattuto nella storia che sarebbe diventata un intero documentario: The Man Who Stole Banksy.

Banksy

L’opera di Banksy prelevata da Whalid the Beast

Nel 2012 Marco si reca per la prima volta in Palestina per riprendere artisti arabi con il supporto di un’associazione locale. «Passo a piedi il checkpoint da Gerusalemme a Betlemme – ricorda – e la prima persona che incontro è Walid, un body builder palestinese che guida un taxi e si presenta subito come “Walid the Beast”. Chiacchierando, gli dico che sono lì per un progetto artistico che riguarda dei pittori arabi. Sapendomi appassionato d’arte mi dice: “Quindi ti piace Banksy? Io ne ho uno a casa”. Io rispondo: “Ah, una stampa della mostra che hanno fatto qua?”. E Lui: “No, tutto il muro di una casa. L’abbiamo tagliato e messo in vendita su eBay a 100mila dollari”.»

Premessa: nel 2007 Banksy riunì il meglio della street art mondiale – Ron English, Swoon, Paul Insect, Blu e altri – e organizzò una mostra nella piazza principale di Betlemme, Manger Square, dove sorge la Basilica della Natività (secondo la tradizione cristiana Gesù sarebbe nato nella grotta che ora fa parte della cripta). Con una condizione: chi voleva acquistare le opere sarebbe dovuto farlo sul posto, a Betlemme. «In questo modo – continua Marco – obbliga una serie di persone che non sarebbero mai andate a Betlemme nella loro vita a visitare quel posto in maniera differente». Nei giorni dell’esposizione compaiono per le strade della città molti murales, fra cui quello che raffigura un soldato israeliano mentre controlla i documenti di un asino: è l’opera che “Walid the Beast”, senza andare per il sottile, decide di trapiantare di peso nel giardino di casa sua nella speranza di trovare un acquirente. Fino all’incontro con Marco: «Da allora per i successivi sei anni ho seguito questo pezzo di cemento».



Il muro verrà spedito prima a Copenaghen, quindi a Los Angeles e infine a Londra, dove si trova attualmente: un viaggio attraverso continenti e culture diverse, in cui anche i concetti di opera d’arte, copyright e proprietà privata assumono connotazioni differenti. «All’interno di questa storia, che è stata filmata in sei anni e in tanti paesi, serviva un narratore che potesse tenerla insieme. Cercavo una persona che fosse il più distante possibile dall’aspetto politico. Uno dei nomi che mi sono venuti in mente era quello di Iggy Pop, per i suoi trascorsi da outsider totale a livello politico. Mi sembrava una scelta perfetta ma ovviamente inavvicinabile. Ma poi abbiamo mandato una mail al suo manager come una specie di boutade. Sette ore dopo avevano già risposto: “Iggy ha visto tutto, lo vuole registrare assolutamente, è pronto”. Noi in studio a Milano e lui in studio a Miami, ci siamo collegati e abbiamo realizzato tutto».

Un dettaglio degno di nota: la colonna sonora del documentario è firmata da Federico Dragogna (chitarrista dei Ministri) e Victor Kwality, con la collaborazione del compositore Matteo Pansana. Il coinvolgimento di Iggy Pop ha richiamato la giusta attenzione anche a livello internazionale: The Man Who Stole Banksy infatti è stato proiettato a New York al prestigioso Tribeca Film Festival, uno dei più importanti eventi a livello mondiale dedicati al cinema indipendente.