Un mese fa è andato in scena The Catalogue 1 2 3 4 5 6 7 8 nella cornice delle OGR (Officine Grandi Riparazioni), ex straordinario edificio di architettura industriale di fine Ottocento nel cuore di Torino, diventato adesso fabbrica di idee e proposte culturali a vocazione internazionale. Presentato in origine al MoMA di New York nell’aprile 2012, l’allestimento trasferisce sul palco i contenuti del cofanetto pubblicato a fine 2009, ossia le versioni rimasterizzate degli album editi dai Kraftwerk nel corso di un trentennio, dal 1974 al 2003. In otto concerti – due a serata, nella circostanza – il quartetto rivisita, in rigorosa sequenza cronologica, il proprio repertorio discografico da Autobahn a Tour de France Soundtracks, avendo di corredo animazioni grafiche in 3D che rendono gli show simili a installazioni d’arte.

In un articolo del 2013, alla vigilia della replica ospitata dalla Tate Modern di Londra, The Observer scriveva: “Nessun’altra band dall’epoca dei Beatles ha dato così tanto alla cultura pop”. Ralf Hütter – oggigiorno unico superstite della formazione classica – ne era consapevole, quando nel 1991, intervistato da Liberation, riassunse lo stato delle cose in questo modo: «L’universo meccanico dei Kraftwerk è stato clonato o copiato a Detroit, Bruxelles, Milano e Manchester, e reso addirittura psichedelico nel delirio della house music».

Certo è che, da qualsiasi punto di vista si voglia osservare la storia musicale del tardo Novecento, i Kraftwerk vi occupano una posizione strategica: hanno costituito la maggiore eccezione all’assoluta egemonia angloamericana. Uscita sconfitta e smembrata dalla Seconda Guerra Mondiale, la Germania aveva subito ciò che il regista Wim Wenders ha chiamato “la colonizzazione del nostro subconscio”. Gli artisti appartenenti alla prima generazione postbellica erano spronati da quel movente: «Dovevamo ridefinire la nostra cultura musicale, inventare un nuovo linguaggio», affermava Hütter, classe 1946.

Cité de la musique, Paris. Foto di Peter Boettcher

Le origini

Ralf Hütter conobbe Florian Schneider nel 1968: frequentavano entrambi il college Robert Schumann Hochschule a Düsseldorf e divennero amici inseparabili. L’esperimento iniziale, un quintetto battezzato Organisation, il cui unico disco Tone Float uscì nel ‘69, era influenzato dalla ventata hippie proveniente da oltreoceano. I due cominciarono a concepire l’impresa che li avrebbe resi celebri, edificare cioè una Centrale Elettrica – quale è appunto il significato del vocabolo Kraftwerk – a propulsione sonora, con l’avvento degli anni ‘70. Presero dimora quasi immediatamente in un locale al numero 16 di Mintropstraße, denominato in seguito Kling Klang: luogo destinato a rimanere la loro base operativa fino al 2009, quando Schneider già non era più in partita. L’album d’esordio arrivò nel novembre del 1970. Conteneva quattro brani dai titoli in tedesco e in copertina aveva un cono stradale, medesima immagine impiegata – cambiando colore: dal rosso al verde – per illustrare il successivo Kraftwerk 2 (gennaio ‘72): la componente elettronica del suono risultava significativa ma non ancora determinante. La direzione di marcia era tracciata, comunque, e in Ralf & Florian (ottobre ‘73) Hütter e Schneider accelerarono il passo, utilizzando ad esempio un rudimentale vocoder. Tutti quegli elementi sarebbero stati messi a frutto in Autobahn, che segnò l’ingresso nei ranghi di Wolfgang Flür: poco dopo l’organico si sarebbe stabilizzato con il reclutamento di Karl Bartos.

Kraftwerk

Il successo

Nella primavera del 1975 l’omonimo 45 giri raggiunse l’undicesimo posto nell’hit parade britannica ed entrò nei Top 40 statunitensi. Si trattava della riduzione in scala – poco meno di tre minuti e mezzo – della suite che occupava il lato A del long playing uscito sul finire dell’anno prima. Non il loro pezzo più famoso, né il più influente, forse però quello maggiormente simbolico: una road song elettronica. Il traffico come fonte sonora e l’automobile come oggetto musicale: si avverava così il sogno dei futuristi e L’arte dei rumori canonizzata da Luigi Russolo nel 1913 diventava mercanzia da consumi di massa. Il meglio ancora doveva venire, tuttavia: con i dischi editi fra il ‘75 e il ‘78 i Kraftwerk rivoluzionarono irreversibilmente i canoni del pop. Atto inaugurale della trilogia fu Radio-Activity: il titolo alludeva alla comunicazione via etere, raffigurata in copertina da un apparecchio radiofonico degli anni Trenta, ma c’era d’altro canto un riferimento evidente all’energia nucleare, tanto che ad aprire l’album è il ticchettio di un contatore Geiger. Il successivo Trans–Europe Express venne pubblicato nel maggio ‘77: al centro dell’operazione stava, dopo l’automobile, un altro mezzo di trasporto, il treno. Era – a detta di Hütter – “una sinfonia ferroviaria”, realizzata interfacciando la batteria elettronica con il sintetizzatore attraverso il sequencer. Lì per lì non ebbe grande successo, ma sarebbe diventato un long seller. Avrebbe ottenuto risultati relativamente migliori in classifica il seguente The Man-Machine, del maggio 1978: annunciato da un design di stampo suprematista (ispirato all’artista russo d’inizio Novecento El Lissitzky), guardava sia al passato, con l’omaggio al Fritz Lang di Metropolis, sia al futuro, nella celeberrima canzone dedicata ai robot, condensando in sostanza la Weltanschauung dei Kraftwerk.

The Catalogue 1 2 3 4 5 6 7 8 alla Tate Modern. Foto di Peter Boettcher

Le metamorfosi

Il progressivo processo di “disumanizzazione” del quartetto si manifestò esplicitamente nel 1981 sulla copertina di Computer World, nella quale i volti dei protagonisti sono effigiati come icone su uno schermo di computer. Era appunto il soggetto che informava il nuovo lavoro: una perspicace profezia dell’incipiente era digitale. La dimensione in cui agiva il gruppo era ormai universale: ne è dimostrazione l’attitudine poliglotta espressa nelle versioni in inglese, tedesco, francese e giapponese di Pocket Calculator (quella italiana affiorò in occasione di un’apparizione televisiva in playback a “Discoring”), mentre in Numbers le cifre sono pronunciate nelle stesse quattro lingue, nonché in russo, italiano e spagnolo. I Kraftwerk si avventurarono allora nella prima tournée di portata planetaria: 96 tappe in sei mesi, partendo dall’Apollo di Firenze, il 19 maggio 1981, con i manichini schierati sul palco durante The Robots, precursori di quelli motorizzati in scena dieci anni più tardi. «L’idea dei robot che suonano la nostra musica è una sorta di metafora assoluta, rappresenta la finalità stessa del nostro lavoro», spiegò Hütter nel 2009 alla rivista musicale francese Les Inrockuptibles. Benché la loro influenza si stesse irradiando ovunque, dall’electropop dei Depeche Mode e dei New Order di Blue Monday (dove affiora un campionamento da Uranium, brano incluso in Radio-Activity) alla techno di Detroit e all’hip-hop di Afrika Bambaataa (che creò il suo classico Planet Rock sovrapponendo alla cadenza di Trans-Europe Express la melodia di Numbers), nel resto del decennio rimasero piuttosto defilati. Realizzarono un solo album, Electric Café, nel novembre 1986 (ribattezzato poi, come doveva essere in origine, Techno Pop): senz’altro il più debole nella discografia recente. Dopo le defezioni di Wolfgang Flür e Karl Bartos, nel ‘91 venne messo in commercio The Mix, con la rielaborazione di 11 standard del repertorio, e nel ‘93 ecco il singolo Tour de France. Una curiosa retromarcia sul piano dei mezzi di locomozione: in scia all’auto e al treno giunse la bicicletta, passatempo prediletto di Hütter. Nel 2003 quel pezzo avrebbe fornito lo spunto per un intero album – Tour de France Soundtracks – concepito in onore del centenario della Grand Boucle: a oggi ultimo disco costituito da materiale originale e passo d’addio di Florian Schneider, avvistato l’ultima volta in concerto l’11 novembre 2006 a Saragozza.