“Whitney: una voce diventata leggenda” è un biopic con poca anima ma tanta bella musica

È arrivato nelle sale l’atteso film sull’indimenticabile Whitney Houston, che dopo essere stata “massacrata” dal documentario del 2018 viene finalmente celebrata in un biopic, purtroppo non particolarmente riuscito, per la regia di Kasi Lemmons e la sceneggiatura di Anthony McCarten
Whitney Houston - 1

C’è un momento davvero magico nella vita professionale di Whitney Houston. Era il 27 gennaio 1991, giorno dell’attesissimo Super Bowl. Whitney – che aveva deciso da sola l’outfit sportivo e il modo di cantare l’inno – alla fine fece una performance sensazionale nell’Halftime Show (curiosità, era pochi giorni dopo l’operazione militare Desert Storm).


In Whitney: una voce diventata leggenda la ripresa di quell’impareggiabile interpretazione ben interpretata dalla attrice britannica Naomi Acki  si mescola con immagini di famiglie di immigrati e di militare che applaudono mentre guardano in TV. L’intento è probabilmente quello di esprimere quanto fosse rilevante e persino unificante la sua voce in quel momento, ma il risultato è una vignetta dal tono banale.


Questo è un esempio di quello che purtroppo accade qua e là nelle quasi due ore e mezza di un biopic un poco old school, che racconta l’ascesa e il declino di un’icona pop.

La mancanza di un pathos narrativo

Quello che spesso manca in Whitney: una voce diventata leggenda,girato dalla regista Kasi Lemmons e scritto da Anthony McCarten (che ricordiamo già nella sceneggiatura di Bohemian Rhapsody), è un pathos narrativo che sottende la storia bella e tragica della grande Whitney Houston.

Forse si voleva “depurare” la narrazione da tutti quegli elementi tragici che erano stati evidenziati senza veli da Whitney. Quello era il lugubre documentario dello scozzese Kevin MacDonald, che aveva certamente esagerato nella “dark side” della vita dell’icona pop. Ma per evitare quell’effetto che avrebbe sicuramente disturbato i milioni di fan di Whitney Houston ci si è concentrati sulla pura narrazione – quasi da Wikipedia in versione upgrade – della biografia dell’artista, fatta di grandi successi e una caduta finale.

Si è voluto seguire l’intenzione dichiarata sin dall’inizio del progetto da Anthony McCarten, che aveva affermato testualmente: «La vita di Whitney è stata un trionfo. Ci ha regalato momenti straordinari e grandi performance. E quella storia non è stata raccontata».

Le interpretazioni degli attori

Il film certamente renderà soddisfatti chi non conosceva appieno tutta la storia di Whitney Houston. Anche grazie alla davvero gioiosa e potente interpretazione della bravissima Naomi Ackie. Lei si adatta perfettamente anche ai momenti di lips sync durante le canzoni riproposte nel biopic. Rimane credibile in ogni abito indossato che fedelmente richiama al guardaroba originario dell’icona pop.

Buona ma senza picchi l’interpretazione di un attore di grande esperienza come Stanley Tucci nelle vesti del mogul di Whitney Houston, ovvero il discografico e fondatore della Arista Records, Clive Davies (che è anche uno dei produttori del film). Il resto del cast è decisamente sottotono. A partire da un “innocuo” Ashston Sanders che interpreta il ruolo del bad boy Bobby Brown, il rapper e marito di Whitney. O Clarke Peters, che indossa il ruolo del padre-padrone John Houston, quasi una macchietta.

La grande protagonista: la musica di Whitney Houston

Il ritmo narrativo è troppo didascalico e poco drammatico. Per esempio la storia delle dipendenze dalle droghe la sceneggiatura la risolve con l’entrata periodica nel film di un ragazzo bianco e pallido dal look wannabe grunge, che nel chiedere l’autografo passa la droga a Whitney tramite una penna… In compenso dobbiamo goderci i momenti dello spettacolo puramente musicale. Dalla riproposizione del mitico videoclip di I Wanna Dance with Somebody alla famosa performance della cantante con l’Impossible Medley (I Loves You, Porgy / And I Am Telling You I’m Not Going / I Have Nothing).

Ecco, risentire le 22 canzoni ricordate nella pellicola fa rimpiangere ulteriormente la perdita di un talento così unico che troppo presto si è consumato. E questo obiettivo davvero il team produttivo lo ha pienamente raggiunto.


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