“McCartney 3 2 1”, ovvero: come entrare nella mente e nel cuore di Paul

Il documentario targato Disney+ ripercorre la carriera dell’ex Beatles mettendo al centro del racconto le sue canzoni e puntando sulla semplicità
Paul Mc Cartney, foto di Mary McCartney
Foto di Mary McCartney

«La cosa peggiore per i Beatles era annoiarsi», dice Paul McCartney. Bastano i primi dieci minuti del documentario che lo vede protagonista – McCartney 3 2 1 – per rendersene conto. La formula è piuttosto semplice. Al centro un mixer con i master di alcuni brani, di fronte il produttore Rick Rubin ad ascoltare e dialogare con Macca.

I due dissezionano le canzoni giocando con le manopole. Si addentrano tra i segreti delle varie take che fotografano il passaggio da un’idea alla sua sublimazione. Contornano l’esperienza d’ascolto con i ricordi dello stesso McCartney. Poche le chicche per i patiti dei Fab Four – la maggior parte delle quali sviscerate dalle costosissime antologie e dalla bibbia di Mark Hertsgaard A day in the life (Baldini e Castoldi, 1995) – ma la scelta di mettere al centro le canzoni premia la prospettiva fornita da questo documentario.

Tra gli «Amazing» di Rubin e le espressioni esaltate di McCartney, soprattutto in Penny Lane e Back in the USSR, i due scavano fino al dna del tocco di Ringo Starr e vengono inondati dallo stile di George Harrison. E poi le armonizzazioni vocali, le orchestrazioni del geniale produttore George Martin, gli strati di loop di Tomorrow Never Knows… di carne al fuoco ce n’è. Ovviamente, gran parte di questa appartiene ai Beatles, ma non mancano gli episodi del Paul solista e alle prese coi Wings.

McCartney 3 2 1 è un lavoro filologico sul songwriting che svela lati nascosti della creatività che ha contraddistinto il quartetto di Liverpool. Il lavoro in studio ad Abbey Road, da un certo punto in poi della loro seppur breve carriera, era una sorta di porto franco in cui gli incidenti diventavano piattaforme su cui costruire nuove regole a cui aggrappare le canzoni.

Ma il documentario di Disney+ rappresenta anche un viaggio nella memoria che riannoda i fili di una Liverpool straziata dalla guerra e contraddistinta dalla povertà. E una Londra che qualche anno dopo sarebbe diventata il centro del mondo, forte di un mix lisergico di pretese avanguardistiche e afflati di edonismo.

McCartney passa in rassegna i suoi miti e i suoi artisti preferiti. Racconta dell’esperienza in India con i Beatles, di quando assiste a un concerto di Fela Kuti in un club di Lagos («uno dei momenti più belli della mia vita!»). E di memoria, per fortuna, il buon Paul ne ha. Ricorda persino le canzoni che scriveva a 14 anni col fido Harrison. Prima di incontrare uno scontroso teddy boy dal nome John Lennon sul pullman della scuola.

Un merito, poi, va riconosciuto al montaggio. Spesso è la nota dolente dei tanti documentari musicali fruibili nelle varie piattaforme di streaming a causa di una staticità che fa a pugni con l’aspetto emotivo delle canzoni. In particolare, l’alternarsi della performance intima voce e piano di McCartney e lo strumentale orchestrale di Live and Let Die o l’espediente di proporre al pubblico quell’assolo di A Hard Day’s Night a velocità normale (fu poi velocizzato perché difficile da suonare per Lennon) sono momenti che emozionano l’appassionato. Forse un po’ meno chi non è addentrato nel mondo musicale.

In fin dei conti, McCartney 3 2 1 riprende per quasi quattro ore due signori che si esaltano per una nota fuori posto o per un suono non convenzionale. Ma basterebbero gli sguardi di Rubin e di McCartney per ricordarci che la musica ha il potere di travolgere le nostre emozioni. In questo senso, l’empatia che si crea tra lo spettatore e i due protagonisti rappresenta il miglior pregio del documentario. Ritrovarsi a condividere lo stesso stupore per i segreti svelati dal mixer abbatte qualsiasi distanza ed esalta ancora di più l’epicentro del racconto: le canzoni.

Articolo di Fernando Rennis

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