“Get Back”: una commedia umana sui Beatles e uno spaccato della creatività di fine ‘900

Da oggi su Disney+ finalmente arriva la docuserie curata fin nei minimi dettagli da Peter Jackson, che si conferma un restauratore eccezionale
The Beatles - Get Back
Fonte: ufficio stampa

Esce finalmente il tanto atteso Get Back, il documentario sulle settimane che i Beatles passarono reclusi nel gennaio del 1969 per la realizzazione dei loro due album finali. Fu girato all’epoca da Michael Lindsay-Hogg con l’intenzione di realizzare un film vérité, ma in realtà Let It Be si dimostrò un boomerang nell’effetto. Il regista, amico dei Fab Four, aveva lavorato solo su una piccola quantità delle 60 ore di riprese e delle oltre 100 ore di audio. Per non parlare del fatto che il film è diventato irreperibile e i bootleg audio circolanti da decenni avvaloravano la tesi che in quell’ultimo periodo di registrazione aleggiasse un senso di frustrazione e incomprensione nel quartetto.

Peter Jackson (classe ’61, con un passato famigliare dove il quartetto di Liverpool non era proprio la prima scelta come musica da comprare; piuttosto un album di Engelbert Humperdinck, per il quale la sua mamma aveva una certa cotta…) ribalta quella credenza di pessimismo latente e compie un lavoro di restauro magnifico. Si passa dai 16mm ai 35mm.

Proprio come ha fatto di recente il regista neozelandese con il materiale d’archivio della Prima Guerra Mondiale per lo spettacolare They Shall Not Grow Old, dove Jackson ci catapulta in mezzo al fango dei campi di battaglia del 1915, colorando le immagini di battaglie originariamente in uno sbiadito bianco e nero. Nel film “integra” la figura di Michael Lindsay-Hogg, che nel suo Let It Be era invisibile.

Un “caveau” ricco di immagini e conversazioni

Come detto pochi giorni fa in conferenza stampa globale dal regista neozelandese, «la cosa più notevole è che ho preso in mano un materiale nascosto in una sorta di caveau per 52 anni. Ed è solo grazie a Michael che oggi posso essere orgoglioso di quello che ho realizzato. In alcuni istanti mi sono sentito come un uomo della CIA quando ho ascoltato le ore e ore di audio catturate durante quel processo produttivo. Michael aveva fatto piazzare microfoni ovunque, anche in posti impensabili, catturando così dei dialoghi che avrebbero dovuto essere assolutamente nascosti».

E ancora: «John e George erano comunque consapevoli che Michael stesse registrando quelle conversazioni e il loro “stratagemma” fu quello di strimpellare ad alto volume ogni volta che volevano confabulare. Ovviamente non sapevano che oggi, con le tecnologie che ho utilizzato per la realizzazione di Get Back, noi della produzione siamo riusciti a isolare quelle conversazioni… E poi pensate a tutta quella musica che sentirete che non è contenuta in nessun album ufficiale. La cosa strabiliante è che in tutte quelle ore di girato solo una volta uno dei Beatles, Paul McCartney, si alza e dice: “Forse in questo momento dovremmo chiudere le telecamere e i microfoni”».

Quando Peter Jackson ha fatto vedere a Macca il lavoro finito, compresi questi dialoghi “nascosti”, la reazione è stata inaspettata: “Bravo Peter, hai fatto un lavoro accurato, noi eravamo esattamente questo”. Il rischio di distorsione comprimendo 50 ore di girato era ovviamente dietro l’angolo. Missione compiuta.

Poco tempo per risultati artisticamente stupefacenti

Peter Jackson usa durante il documentario il trick del calendario, con le date depennate giorno per giorno. Lo fa per enfatizzare l’incredibile pressione che aveva la band nel produrre. Dai Beatles stessi invece non si percepisce quasi mai questo senso del tempo che scorre rapidissimamente. I quattro riescono in un tempo incredibilmente limitato a produrre due capolavori e tantissimo altro.

Come sottolinea Jackson: «Sentirete, oltre alle cover fatte in studio, tante canzoni abbozzate dai futuri capolavori da solisti dei vari elementi della band, da Give Me Some Truth a All Things Must Pass. Questo documentario non è solo la storia di Let It Be e di Abbey Road: è molto, molto di più».

Get Back: un’appassionante “commedia umana”

Nominavo prima il recente lavoro di restauro fatto da Jackson con They Shall Not Grow Old, e anchecon Get Back il regista sembra prendere a cuore il secolo breve, dalle tragedie ai piaceri dell’arte. Dalle trincee al pop. Ascoltare la voce del grande neozelandese su Zoom è stato come sentire un ragazzino che scopre una fabbrica di cioccolato. Si evince l’entusiasmo di chi ha avuto il piacere di affrontare cotanto materiale prezioso come questo. È percepibile in ogni singolo passaggio: «I ragazzi ballano, si prendono in giro per dare vita e senso metrico al testo di Get Back. Cominciano a fare qualcosa di esilarante, citano nomi di fantasia – Jojo Jackson, Jojo Carter, Jojo Daphne».

Lennon e Paul imbastiscono degli sketch proprio come stavano facendo gli allora astri nascenti della comicità inglese Monty Python. Nota a margine per capire meglio questo link con il celebre gruppo comico: quando il quartetto si trovava negli studi di Twickenham, sempre lì si stava girando un film comico con John Cleese e Ringo Starr, intitolato The Magic Christian (orrendamente tradotto in italiano con Le incredibili avventure del signor Grand col complesso del miliardo e il pallino della truffa), prodotto da Denis O’Dell (in Apple Corps) e ricordato dai Beatles nella canzone You Know My Name (Look Up the Number), lato B di Let It Be.

Get Back alla fine è una lunga, appassionante “commedia umana”. Quattro giovani uomini al centro della musica popolare che tentano di ricordare l’entusiasmo degli inizi (nel documentario citano spesso i tempi di Amburgo) e che sanno che questa è l’ultima occasione di salire tutti assieme sul tetto del mondo. Anzi di un rooftop, per un finale indimenticabile.

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