Se si ama il rock di qualità non si può fare a meno di aver ammirato – ma magari anche appeso in adolescenza sulle pareti della propria cameretta – un ritratto scattato da Anton Corbijn, uno dei maggiori fotografi della musica che da alcuni anni, fra l’altro, si è anche dedicato al cinema. Lo abbiamo incontrato nella bella Lucca in occasione del Lucca Film Festival e Europa Cinema 2018, durante una sua intensa masterclass al cinema Moderno, imballato di giovani in religioso silenzio anche durante la riproposizione del suo film Control, un biopic sui Joy Division e un omaggio al suo iconico cantante Ian Curtis ma anche ai primi passi di Anton in Terra d’Albione come stupendo ritrattista degli eroi del rock anni ’80.

Gli U2 fotografati da Anton Corbijn, 1986

Tu hai sempre instaurato un rapporto speciale con gli artisti che fotografi. Ci ricordi quando iniziò questo processo creativo di sintonia ed empatia con chi fotografi?

Devo guardare molto indietro nel tempo. Iniziai ad avere un’autentica relazione tra la mia macchina fotografica e un artista musicale intorno al 1973, inizio ’74. Era con un musicista olandese, Herman Brod (cantautore e attore morto suicida nel 2001; ebbe anche una legame sentimentale con Nina Hagen, ndr): gli feci un sacco di foto in situazioni dove solitamente anche le persone “normali” si sentono a loro agio. Mi accorgevo che questo tipo di approccio poteva funzionare per tirare fuori delle foto speciali, non banali. Fu molto utile quell’esperienza.

Ci sono musicisti che durante le tue sessioni fotografiche ti ha dato idee brillanti su come volevano essere ritratti?

La cosa interessante e frequente che accade con i musicisti è che tutti hanno un’immagine molto forte di come vogliono apparire. Sai, quando vengo “assunto”, scelto da un cantante, certamente sono aperto alle sue proposte ma se magari è una rivista a darmi il lavoro tento di imporre uno stile che è coerente con il mio committente o cerco di imporre la mia visione estetica. Ma non sai mai come possa reagire l’artista, potrei essere io il perdente… Devo dire che ho sempre avuto un dialogo aperto con tutti ma, se devo nominarne uno al volo, ho sempre tanti scambi di idee con Bono Vox: ormai siamo amici da tanti anni. Tra gli altri ricordo Kurt Cobain come una persona eccezionale, tra le più dolci con cui io abbia mai collaborato, ed ebbe idee davvero brillanti quando girammo il video di Heart Shaped Box per i Nirvana. È veramente raro incontrare musicisti con idee originali per i loro video.

A proposito di video: ho amato sin dal primo istante il clip di Enjoy the Silence dei Depeche Mode. Ci racconti come nacque?

Ah, questa è una storia dove tutto andò per il verso giusto. Ero partito con un’idea di cui nessuno della Mute e della band era convinto. Mi chiesero di riprovarci, di tornare con altre proposte. Ma io ero davvero motivato a continuare con questa intuizione che non riuscivo assolutamente a togliermi dalla testa. La mia strenua fermezza li ha fatti desistere… Mi dissero: “Ok, vai avanti”. Ma il budget a disposizione era risibile: avevo 25mila sterline in mano e nessuna possibilità di spese extra. Abbiamo filmato la band in Scozia, Portogallo e Svizzera. Il video alla fine funzionava incredibilmente bene e tutti erano davvero entusiasti. Ebbe un grosso impatto negli USA nonostante il video non rispettasse lo stile di ciò che MTV passava all’epoca. La cosa interessante è che, anni dopo, Chris Martin – che aveva scritto il brano Viva la Vida ispirato anche dal mio video di Enjoy the Silence – si presentò e mi chiese di girare assieme il video. Lui aveva in braccio la tela che raffigura La Libertà che guida il popolo (il quadro di Eugène Delacroix che ispira la cover di quell’album dei Coldplay, ndr) e addosso il mantello da re, proprio com’era accaduto a Dave Gahan per la canzone in Violator.



Ma oggi una bella foto fa vendere un prodotto discografico?

Buona domanda. Per esempio se immagini una foto per una cover di un album in vinile puoi fare delle immagini interessanti, pensando che le persone possano godersi anche i dettagli. Devo ammettere che però in generale siamo inquinati nella maggior parte dei casi da immagini molto semplici e commerciali, spesso modificate a tal punto che, iconizzate per Spotify o iTunes, sono spesso irriconoscibili nello stile. Certamente viviamo in un’epoca dove tutto è “commerciabile” e ciò non corrisponde a una ricerca di qualità dell’immagine. Comunque alla fine non ho una risposta definitiva e univoca alla tua domanda…

Chi ti sarebbe piaciuto fotografare ma non sei riuscito a farlo?

Se fossi nato qualche anno prima penso che avrei avuto il tempo di fotografare Elvis Presley. Sono sicuro che con Bob Dylan troverei l’intesa ma non c’è stata l’opportunità di realizzare un servizio. Io però davvero mi ritengo un uomo fortunato. Ho incontrato e fotografato artisti con un immenso talento, generosi e raffinati, che mi hanno permesso di esprimere il mio meglio.

Per chiudere: dicci due fotografi che ti hanno ispirato e due album che hai sentito di più quest’ultimo anno.

Tra i tanti devo fare i nomi di Jim Marshall e Michael Cooper. E tra gli album: Kind of Blue di Miles Davis, Automatic for the People dei R.E.M, Push the Sky Away di Nick Cave and the Bad Seeds.