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Perdersi in un labirinto: il racconto del Lost Festival

I tre giorni del festival saranno difficili da dimenticare, dalla performance di Marina Herlop fino a Lee Gamble e Caterina Barbieri
Marina Herlop
Marina Herlop, foto di Simone Tadiello

A questo punto è inutile girarci intorno: il live di Marina Herlop al Lost Festival è stato uno dei migliori che io abbia visto negli ultimi anni. E non perché in effetti negli ultimi due anni ci sono stati pochi concerti, ma perché è davvero allucinante lei.

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Pianista come chi riceve una completa formazione classica. Cantante come chi, non contento del solfeggio, si spinge addirittura fino alla sillabazione Konnakol della musica carnatica.


Intrigante e originale come la prima Björk ma mediterranea come chi cresce nel cuore della Catalogna. Se unisci tutti questi puntini ottieni una performance sostanzialmente perfetta, tanto che a una certa avevo le lacrime. Sul serio.

Nessun bisogno neanche di una band, se riesci ad alternarti naturalmente tra pad, pedali con cui loopare le voci e sovrapporle e tastiere con cui improvvisare fraseggi rapidi e delicati, quasi gocciolati a ricordare quelli di Aquarium nel Carnaval Des Animaux di Saint-Saëns. Il resto lo ha fatto un pubblico eterogeneo, educatamente bello e una venue speciale come la piramide al centro del Labirinto della Masone, Fontanellato, Parma.

Lost Festival, tre giorni da ricordare

Già solo per questa magica ora di live sono valsi 3 giorni di Lost Festival, che comunque sono stati qualcosa da ricordare. Essendo ospitato dal dedalo più grande al mondo, l’intero concetto del festival giocava sul perdersi. E così regolarmente succedeva, tra risate e imprecazioni, specie quando ci si doveva spostare tra i tre diversi palchi: il Lost Garden, imboscato da qualche parte nel labirinto di bambù e dal carattere più diurno.

Il Bamboo Stage, praticamente all’ingresso e sede fissa dei DJ set di chiusura a fino alle 5 di mattina. E ovviamente il palco alla Piramide, forse il più suggestivo e anche per questo utilizzato per le esibizioni dal vivo.

Proprio in quest’ultimo si è mostrata Eartheater, venerdì, in tutta la sua aura. Snodata, dalla presenza fisicamente magnetica, placida nel pizzicare le corde della chitarra emettendo da quelle vocali delle onde elastiche oniriche. Anche lei tra l’altro come Herlop è un’artista di punta di PAN Records, che a questo punto si riconferma una delle migliori label indipendenti al mondo. Almeno in termini avanguardistici-menzione speciale per Heith, unico italiano del roster.

Molto interessanti anche le Smerz, con un RnB dai tratti lo-fi che cita direttamente intere porzioni di pop-rock dei primi Duemila, dai Green Day ai My Chemical Romance.

Forse un po’ penalizzate da qualche problema di audio e da un’esibizione in apertura di Desire Marea, decisamente più energici e orientati sulla guitar music più agitata.

Herlop a parte, è stato comunque sabato il giorno clou per il festival. Già solo per l’infilata John Glacier (sulle prime timida ma poi davvero brava nel convogliarti nelle sue vibe), Lee Gamble che si riconferma uno dei DJ migliori al mondo (è riuscito a suonare anche i Total Science).

Gabber Eleganza diavolo infuocato che arriva persino a mettere un Lento Violento di Gigi D’Agostino, Oklou e il suo esercito di autotune rilassanti. Infine Caterina Barbieri e i suoi paesaggi sonori dove perdersi, tra i pensieri più disparati e casuali. Non era forse quello il senso del Lost Festival?

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