Caterina Barbieri: «Restiamo umani e viviamo il presente. L’empatia ci salverà»

Richiesta in tutto il mondo, l’artista bolognese (ma di stanza a Milano) torna con “Spirit Exit”, un disco profondo e bellissimo, frutto anche di un’ossessione: la melodia
Caterina Barbieri - Spirit Exit - intervista - foto di Stefano Masselli - 1
Caterina Barbieri (foto di Stefano Masselli)

Torna Caterina Barbieri, compositrice di Bologna con formazione classica. Una delle cose più belle che ci erano capitate nello scorso inverno fu vederla sul palco del Club to Club di Torino e accorgerci che sapeva sprigionare una forza che non avresti pensato da quella figura esile, pare Undici di Stranger Things.


Dopo Vertical, la sua prima uscita su cassetta; dopo Pattern of Consciousness, moduli-motivi di coscienza che l’hanno posta all’attenzione di tutti; dopo Born Again in the Voltage; e dopo l’album Ecstatic Computation (che Massimo Torrigiani definì sulle nostre pagine “una dream machine, un incubo alla Tron, una soglia da varcare”); ecco il magnifico Spirit Exit, uscito ieri. Un album composto, prodotto e mixato dalla stessa Barbieri, durante la fase più acuta della pandemia, mentre la masterizzazione finale è opera di Antoine “Chab” Chabert.


Ecco un estratto dall’intervista che trovate integralmente sul numero di giugno.

L’intervista a Caterina Barbieri

Arriva all’appuntamento pedalando con la sua bici, dall’altro capo della città, dentro una nuvola di timidezza e energia che ribolle. Caterina Barbieri è una compositrice di musica elettronica molto amata e ricercata nei festival internazionali. La incontriamo a Milano per sapere con che stato d’animo in pandemia ha realizzato l’ultimo album Spirit Exit, uscito ieri sulla propria etichetta light-years. Scopriamo così l’affinità con le pioniere del misticismo femminile, tanto nei libri quanto nei suoni. Ma, soprattutto, come riesce a scaldare gli animi attraverso tecnologie siderali. Il segreto? Una capacità indispensabile al destino dell’umanità: l’empatia.

Con quale spirito hai composto Spirit Exit?

L’ho registrato in studio nella mia casa di Milano, in pieno lockdown. Due mesi cupi in cui non sono mai uscita dall’appartamento. L’ho vissuta come un’opportunità per concentrarmi in modo radicale sulla musica, dopo gli ultimi anni di concerti. L’album nasce da uno stato di isolamento, deprivazione e desiderio di tornare alla vita. La musica è stata una salvezza, durante la pandemia mi ha aiutata a elaborare le emozioni negative, a respirare.

In cosa differisce dai precedenti album?

Prima componevo in tour grazie a uno scambio energetico con il pubblico. Scrivevo i pattern nel mio sequencer, suonavo le melodie dal vivo, improvvisavo, testavo le idee e le migliori si cristallizzavano nei pezzi. In studio, invece, ho potuto lavorare sugli arrangiamenti e allargare la paletta timbrica del mio sintetizzatore modulare, un Eurorack. Ho inserito la chitarra elettrica, elementi acustici, archi e voce.

Si sente anche il clavicembalo…

Il richiamo alla musica barocca deriva dalla mia formazione accademica. Ho studiato chitarra classica e sono legata a quel genere di repertorio, ai suoni delle corde, ai pizzicati e alle percussioni, che cerco di ricreare un po’ con il synth. Ho espanso l’uso della voce, con l’harmonizer, ma è meno astratta e liminale, non solo corale, e con l’aggiunta di testi, per rendere più umani gli effetti sintetici.

E per la prima volta usi il sampling.

Solo nella traccia Terminal Clock, ma in futuro ci tornerò su. Finora ho lavorato col materiale in tempo reale, mentre nel sampling registri e con i pezzi del mosaico puoi ricreare qualcosa di più ampio. I campioni, fatti con il modulare, sono estratti dai brani precedenti. Li ho riciclati e trasformati come se fossero parte di un organismo vivente. Motivi che ritornano, con la velocità aumentata o diminuita per esprimere sensazioni più euforiche o malinconiche.

Caterina Barbieri - Spirit Exit - intervista - foto di Stefano Masselli - 3
Caterina Barbieri (foto di Stefano Masselli)
Da dove arriva il bisogno di estasi sonora?

La musica è un’esperienza fisica e accessibile, in cui abbandonarsi e dissolversi. Ricordo i concerti che mi hanno attirato nell’elettronica da adolescente a Bologna, quelli di musica noise a volumi altissimi. E la sensazione catartica di voler lasciare il mio corpo per abbracciare una dimensione più ampia, cosmica.

Perché definisci la musica come telepatia?

Se ascolto un suono in profondità divento più ricettiva ed empatica rispetto a chi ho intorno. Quando sono rimasta isolata a casa, la musica è stata il mio mezzo di comunicazione a distanza.

Come bilanci tecnologia computazionale ed emozioni?

Arrivando da un mondo accademico, soprattutto agli inizi reprimevo le emozioni in favore dello studio algoritmico. La macchina era uno scudo dietro cui proteggere la mia anima più vulnerabile e femminile. Questa veniva comunque fuori in maniera irrazionale. A un certo punto ho capito che era la mia forza e ho cercato di valorizzarla.

Cos’è per te la melodia?

Un’ossessione! Sono già un po’ ossessiva di mio, e come musicista la melodia è un enigma da risolvere: deve essere circolare, non stancare mai nella ripetizione, sia prevedibile che imprevedibile. Trovare l’accordo tra questi elementi opposti è il lavoro di una vita. Perciò uso sequencer e modulare come un oracolo che mi aiuta ad avere risposte. Di solito scrivo una melodia ricca e utilizzo valori casuali per silenziare alcune note. Ascolto, e quando trovo una combinazione che mi piace la salvo. Nella mia ricerca c’è una piccola variabile di caos, bella, perché la vita è caos.

Tra le influenze citi Santa Teresa D’Avila, Rosi Braidotti e Emily Dickinson. Cosa ti colpisce di queste figure femminili?

Ho riflettuto sul tema della costrizione e come questo fosse ricorrente nella vita di alcune pensatrici. Donne che vivevano isolate e osservavano il mondo oltre una finestra, un cancello, un filtro, sviluppando un pensiero visionario. Emily Dickinson è una pioniera della fantascienza per le sue poesie cosmiche, mentre Santa Teresa coltivava il potere mistico nel suo castello interiore. Non è un caso che siano tutte donne, accomunate da una condizione di negazione.

Hai mai subito discriminazioni di genere nel tuo percorso artistico?

Ho avuto esperienze negative, ma non posso paragonarmi a quelle donne, che vivevano in epoche più misogine. Anche tra le pioniere della musica elettronica si trova un elemento spirituale e istintivo legato al suono. Eliane Radigue, Laurie Spiegel, Pauline Oliveros, si distinguevano dalla musica accademica dominata dai maschi. Ho iniziato a identificarmi in questa sorta di sorellanza per trovare più forza.

Come vedi il tuo futuro e quello del pianeta?

Quando la terra ti si apre sotto i piedi devi risvegliarti e aggrapparti alla realtà. Questo non significa essere irresponsabili rispetto al futuro, ma vivere nel presente. Recuperare una dimensione di presenza ci rende più empatici verso gli altri e verso il mondo che ci circonda. Bisogna rallentare e ascoltare la trasformazione in atto.

Articolo di Gaetano Scippa

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Caterina Barbieri (foto di Stefano Masselli)

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