Marco Alboni è presidente di Warner Music Italy. Abbiamo parlato con lui delle evoluzioni del mercato discografico negli ultimi anni, dei progetti di casa Warner più rilevanti di queste settimane e anche dei suoi gusti musicali personali.

Vuoi farci un consuntivo dell’anno che sta per chiudere e accennarci ai buoni propositi per l’anno nuovo?

Io sono arrivato quattro anni fa e devo dire che il nostro anno fiscale che si è chiuso il 30 settembre è stato soddisfacente, gli effetti positivi continuano e ci sono le basi per un ottimo 2018. Ci sono due fattori di cui mi faccio promotore all’interno del gruppo: il cambiamento costante e la dinamicità. Dobbiamo pensare al nostro lavoro in maniera dinamica adeguandoci alle esigenze del mercato e inventandoci approcci diversi: vogliamo entrare in contatto con chi consuma musica e con il pubblico che ha anche la capacità di far emergere e scoprire nuovi artisti, come è sempre stato. Inoltre il nostro team è progressivamente aumentato di numero – cosa non scontata nel nostro settore – con il rafforzamento e la cura costante della parte creativa del nostro repertorio, del supporto agli artisti e della gestione dei diritti. Sempre di più ci stiamo caratterizzando come un network internazionale ma con un’attenta cura al mercato interno e di proposta anche del nostro repertorio all’estero. Certo, la concorrenza è spietata ma abbiamo nomi anche nuovissimi che potranno essere alfieri del nostro paese fuori dai confini nazionali nel medio e lungo periodo.

Come si approccia la nuova generazione degli artisti con una major come la Warner? E nel tempo come vi confrontate voi con i nuovi talenti?

La nuova generazione di artisti ha una caratteristica importante che però appartiene anche alle generazioni passate: la capacità di intercettare le opportunità che crea il mercato per presentarsi a un potenziale pubblico in maniera immediata. Il grande cambiamento nello scenario contemporaneo è dovuto alla tecnologia da cui siamo dominati. Oggi per esempio la propria privacy – che in passato nella morale comune era intoccabile – viene sempre più condivisa con gli altri. Questa è una regola di costume generale ma con questo tipo d’approccio “senza filtri” oggi le nuove generazioni di artisti si confrontano direttamente con il pubblico. E così oggi non dobbiamo più andare a scovare i talenti in giro per locali perché esiste un palcoscenico virtuale attivissimo. Gli artisti giovanissimi arrivano da noi con forme di condivisione del loro prodotto già attive sulle piattaforme dei social e con una consapevolezza nuova, con una serie di domande e di aspettative totalmente inedite. In più i giovani che arrivano da noi hanno familiarità con le lingue e con le tecnologie e, non lavorando più solo al prodotto fisico, ben si adattano alle nuove esigenze del mercato e questo genera spesso una consapevolezza inedita anche riguardo ai diritti che abbiamo in comune noi e gli artisti. Credo che ci sia grande spazio per un’interazione più ampia rispetto al passato tra noi e gli artisti per costruire un business sempre più solido e concreto.

La musica è stata la prima “vittima” della condivisione generata dallo sviluppo delle nuove tecnologie: vedi Napster, Torrent… Ma oggi sembra essere la prima delle forme artistiche che si stia adeguando proficuamente alle nuove modalità di consumo. Un tuo pensiero a tal proposito?

Leggevo su Il Venerdì un articolo a firma di Giuliano Aluffi che citava il bel libro di Tim Harford 50 cose che hanno fatto l’economia moderna (ed. Egea, ndr) riguardo all’affermazione a fine Ottocento delle riproduzioni su cilindri vinilici. Da quel momento nacquero le prime etichette discografiche e ci fu un’intera generazione di cantanti in Europa e in USA che si trovarono improvvisamente i teatri svuotati. L’introduzione della riproduzione fonomeccanica portò dunque un detrimento nei guadagni dei performer di allora. Ma poi abbiamo visto come il mercato come si è evoluto. Con l’avvento del digitale e i fenomeni di download illegale c’è stata una fortissima implosione in negativo di questo settore. I cambiamenti tecnologici comportano sempre trasformazioni anche nel modo in cui si produce un bene di consumo. Adesso noi del settore siamo andati verso un business di reazione e dinamico: c’è stata una trasformazione epocale come quando arrivò il supporto in vinile nel mercato della musica. L’importanza del prodotto fisico è ancora rilevante, certamente non in maniera uniforme: varia da paese a paese. La musica in Italia veniva chiamata inopinatamente “leggera”, una connotazione quasi dispregiativa. Ed era un errore: i testi di molte canzoni popolari italiane degli anni ‘70 erano pura letteratura e comunque la musica ha un ruolo di cambiamento dei gusti nella nostra società. Per esempio anche qui c’è un pop maistream che rimane saldo nelle preferenze ma sono finalmente entrati nel lessico della musica italiana altri generi come trap/rap/hip-hop, parte essenziale dei linguaggi delle nuove generazioni.

Vuoi darci un accenno su cosa arriva e arriverà prossimamente nel mercato italiano?

Avremo nuovi dischi italiani molto forti nei primi tre o quattro mesi dell’anno. Comunque finiamo l’anno molto positivamente con il “Best of” di Max Pezzali (è già stato al top delle classifiche di vendita e di iTunes e Viral di Spotify), Cristina D’Avena con Duets, il repackaging natalizio con Laura Pausini, il disco natalizio di Sia… Voglio segnalare l’uscita di Bright, una colonna sonora per un film Netflix. Questa colonna sonora definisce bene l’idea di cultura pop contemporanea, è rappresentativa di una sensibilità comune, posto il fatto che è difficilissimo assemblare una compilation che colpisca il momento storico del gusto comune perché il cambiamento del gusto oggi è rapidissimo.

Cosa ti piace personalmente?

Io non sono un nostalgico. Ci sono canzoni incredibili in ogni epoca e m’interessa, per curiosità e non solo per esigenza professionale, quello che c’è oggi in giro e magari ritrovare i legami con le estetiche del passato. Io sento molte novità pop ma rimango un grande fan di Velvet Underground, David Bowie, Bob Marley, adoro l’elettronica, la musica urban e il reggae… Forse faccio prima a dirti cosa non mi piace: il progressive e la fusion.