Nella tana di Thaurus con Ciro Buccolieri: «Il segreto? Cercare di essere veri, sempre»

Che cosa significa gestire un’agenzia che è a 360 gradi sull’artista? Individuare un talento e costruire al giorno d’oggi un progetto a lungo termine? Ci siamo fatti raccontare la storia e gli obiettivi di una delle realtà più interessanti del panorama musicale italiano da uno dei tre fondatori
Thaurus - intervista Ciro Buccolieri - foto di Lorenzo Villa
Ciro Buccolieri, co-fondatore di Thaurus (foto di Lorenzo Villa)

Una vetrata gigantesca su un giardino interno ricco di piante, arredamento bianco minimal ma con il tipico fascino della casa milanese un po’ bohémienne di corte. Thaurus, l’agenzia “a 360 gradi” di moltissimi (quasi tutti, verrebbe da dire) artisti in vetta alle classifiche di oggi si trova nella zona sud di Milano, quella dei Navigli.


Management, booking, lato artistico e brand partnership: la cosa fondamentale per Thaurus è seguire l’artista in ogni aspetto della sua carriera e l’elenco di tutto il roster è davvero lungo e diversificato. Noyz Narcos, Guè, Geolier, Luché, Chiello, Sfera Ebbasta, Ernia, Rkomi, Elettra Lamborghini, Tauro Boys, FSK sono solo i principali.


A raccontarci questa realtà con eloquio brillante ed esempi illuminanti è uno dei tre soci, Ciro Buccolieri, classe 1984, che insieme a Shablo e Mario D’Angelantonio la fondò nel 2013.

Ernia - Thaurus - foto di Bogdan Plakov - Chilldays
Ernia (foto di Bogdan Plakov / Chilldays)
Prima di ricostruire la nascita di Thaurus vorrei sapere come avete fatto a rimanere saldi nel periodo della pandemia, anche perché credo che il live fosse una parte fondamentale del vostro business.

I pilastri sono venuti a mancare per tutti. Io ho lavorato moltissimo per cercare di sopperire alla mancanza dei live, per questo abbiamo dovuto ripensare anche alle stesse strategie discografiche. Perché un certo tipo di musica è troppo legato ai concerti e, venendo a mancare quelli, anche gli streaming ne risentono. È una questione emotiva: una persona riascolta un brano dopo aver visto un artista dal vivo, magari legandolo al ricordo di un incontro.

Stando tutti a casa non c’era modo di riviversi niente! Però sono usciti lo stesso dei progetti molto interessanti in quel periodo, come il disco di Ernia: pezzi d’amore, magari più profondi e intimi, quindi perfetti. In quel periodo, poi, è nato anche il disco di Chiello: completamente diverso da tutto ciò che aveva proposto con la FSK Satellite! C’era il rischio però che uscissero dei dischi troppo simili perché gli stimoli erano gli stessi.

Avevo letto un report di Spotify US che diceva che durante la pandemia si è ascoltato meno rap.

Il rap è fatto da un certo tipo di stilemi che giocano con l’esibizione di sé e della propria ricchezza. Perciò è naturale che, dovendo stare chiusi in casa, anche gli artisti abbiano scritto meno del proprio lifestyle e più di altri temi più intimi. Questo alla lunga ha ripagato chi è stato più bravo a usare la penna.

Ciro, secondo te ora assisteremo a un calo del rap?

È un linguaggio che ormai abbiamo digerito, anche se l’Italia ci ha messo molto più degli altri Paesi perché siamo piuttosto reazionari. Ma credo che sia davvero molto forte e riesca a influenzare anche altri ambiti come il pop e il rock. C’è stato un momento di frenesia dove andava bene tutto: ora invece quelli che lo sanno fare davvero andranno avanti, gli altri no.

Quale è la parte più difficile del tuo lavoro?

La fetta di mercato è molto piccola e io noto come la gente vi si avvicini spesso in modo troppo performativo. Adesso se non si ottengono risultati subito tutti si sentono scontenti, ma è sbagliato. Bisogna lasciare il modo e il tempo ai progetti di potersi realizzare. Ampliare la visione di un artista senza mai pensare di cambiargliela ma mantenendo un grande rispetto perché lui ci sta mettendo tutta la sua vita.

Immagino non sia semplice mantenere la calma se un singolo non funziona.

È molto complesso, soprattutto per i ragazzi stessi. L’importante è costruire una carriera perché il pubblico deve seguire l’artista, non una canzone e basta. Io credo che al giorno d’oggi ci sia troppa musica in giro e tanti progetti poco sani perché ben poco originali. Invece a vincere è l’identità.

Devi cercare di essere vero. Sempre. Non parlarmi di palazzoni se vieni da un paesino del Trentino Alto Adige! Prendi Chiello: la prima volta che ho ascoltato i suoi provini erano tutti stonati ma ho capito che era fortissimo e diverso da tutto quello che c’era in giro, e questa era la sua forza.

Chiello - Thaurus
Chiello
Siete tre soci: ognuno segue una parte diversa di Thaurus?

La divisione si basa più sugli artisti, perché ognuno di noi ha magari un rapporto umano con uno piuttosto che con l’altro. Ognuno di noi fa un po’ tutto, anche se Mario segue di più i live e Shablo più la parte in studio, essendo un musicista lui stesso. Abbiamo tutti una formazione self-made: non abbiamo studiato per fare questo lavoro né abbiamo delle famiglie alle spalle già inserite nel settore. Tutti ci aiutiamo molto, insieme alle realtà che ci supportano come Island e Trident, per esempio.

Quasi tutti gli artisti Thaurus sono firmati da Island Records?

Con Island abbiamo un rapporto di lunga data e di grande fiducia: hanno creduto in noi prima di altri. Fin dal 2015, quando gli investimenti su alcuni tipi di progetti erano molto meno rilevanti. Quasi tutti sono con loro tranne alcune eccezioni come Noyz Narcos o TY1, distribuiti da Believe.

Qual è stata la tua più grande intuizione dal punto di vista economico?

Avere spinto per creare un’agenzia a 360 gradi, perché al momento non era così usuale, anzi: era tutto separato. Noi volevamo farlo non perché ci sentivamo chissà chi ma perché era la strada giusta per dare valore agli artisti.

Quando vi siete conosciuti voi tre soci?

Arriviamo da esperienze di vita diverse ma ci siamo incontrati a Bologna nei primi anni 2000 perché avevamo un interesse in comune: la cultura hip hop. Pablo suonava, Mario organizzava i live,  2theBeat per esempio: una serata di rap live, prima al Link e poi al Livello, che faceva anche 3/4mila paganti al mese. Io invece ero più interessato all’abbigliamento street: andavo in Francia a comprare i vestiti per poi rivenderli nei negozi da noi.

Nel 2013 è nato tutto per caso. Shablo e Mario dovevano andare in tour con Fritz da Cat, Ensi e Noyz, mi chiamarono perché andassi con loro e accettai. Da cosa nasce cosa e pian piano abbiamo creato la nostra società, che continua a crescere. Abbiamo portato tutto il nostro amore ma non sapevamo niente dell’industria discografica. Abbiamo dovuto imparare dalle persone intorno a noi che ci piacevano ma anche da quelle che non volevamo diventare. È molto utile anche quello!

Quali erano i tuoi modelli?

Son cresciuto con il modello delle etichette americane come Roc-A-Fella Records, Death Row, No Limit e non riuscivo a spiegarmi come mai non attecchissero anche da noi. Io sono salentino e arrivo da un paese di 40mila abitanti. A 18 anni guardavo i video di questi artisti del Queens e mi sentivo molto vicino a loro, anche se all’inizio non capivo nemmeno troppo bene l’inglese. Come mai, poi, se uno da noi diventava manager doveva per forza incravattarsi? Io, comunque, non mi metto in competizione con chi ha studiato tantissimo, per esempio, alla Bocconi. Però so altre cose imparate sul campo.

E ti sei mai pentito di non aver conseguito un master?

La formazione scolastica è importante, non affermerò mai il contrario, ma se ti interessa quello che fai, riesci a imparare lo stesso. Io comunque continuo a studiare ogni giorno: ci sono tantissime cose che non so e non mi sento per nulla arrivato.


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