Con il simbolo “Spot”, Spotify è quotata alla Borsa di New York con un prezzo di 165,90 dollari per azione. Quello che è successo pochi giorni fa è infatti un cambiamento importante nel panorama musicale del mondo intero. Spotify è senza dubbio il servizio leader mondiale di musica streaming. Gli ultimi dati che si riferiscono agli abbonati sono positivi: si contano 157 milioni di utenti in oltre 60 Paesi e circa 71 milioni di abbonati paganti (come racconta Billboard.com si stima di raggiungere i 96 milioni entro la fine dell’anno). Si tratta di numeri molto alti rispetto, ad esempio, il concorrente Apple Music che al momento è fermo a 38 milioni.

Ma a dir la verità, dal momento della sua nascita (2006) Spotify non ha mai prodotto guadagni. Anzi: si è registrata una perdita complessiva di circa 2,4 milioni di euro (fonte Billboard.com). Il motivo è molto semplice: Spotify paga agli artisti e agli attori coinvolti il corrispettivo dei diritti musicali su ogni canzone che viene riprodotta (circa 75 centesimi per ogni dollaro guadagnato). In effetti Spotify, così come altri servizi di musica streaming online che sono nati negli anni successivi, ha cercato – tra le altre cose – di rispondere al fenomeno della pirateria, istituzionalizzando l’ascolto nelle versioni free e premium. Proponendo servizi sempre più personalizzati, basati sui gusti di ogni singolo utente. E si tratta di servizi che, a livello economico, hanno chiaramente come primi destinatari gli artisti e gli addetti ai lavori coinvolti.

L’ingresso di Spotify al New York Stock Exchange (Nyse) conferma che il mercato della musica (soprattutto online) è in crescita. Non a caso sul catalogo del servizio di streaming online sono presenti circa 35 milioni di brani. E il numero sembra destinato ad aumentare sempre di più.